la Storia del Luìs e della Nina

Un altro esercizio, in cui era richiesto di ricavare una storia combinando una foto di una vecchia cucina economica e un brano scelto a caso da un libro (“Chiese l’elemosina a parecchi individui dal portamento grave: tutti gli risposero che se avesse continuato a fare quel mestiere l’avrebbero rinchiuso in una casa di correzione per insegnargli a vivere” dal Candido di Voltaire). Il genere che avrei dovuto adottare è stato, per fortuna, il noir.
Questo è il risultato.
E voi? che storia avreste ricavato da questi elementi?

 

Chiese l’elemosina a parecchi individui dal portamento grave: tutti gli risposero che se avesse continuato a fare quel mestiere l’avrebbero rinchiuso in una casa di correzione per insegnargli a vivere.
Ma cosa avrebbero potuto insegnargli? Ora che aveva cinquant’anni suonati e sua moglie, il suo amore, l’unica gioia della sua vita, stava fredda, in una cassa di legno, a marcire sottoterra?
Quindi rise in faccia ai compaesani così seri. Una risata sgradevole, sarcastica e sprezzante, per poi tornare, acidamente divertito, a implorare una sigaretta, un po’ di tabacco, un giornale o dei cartoni per avvolgersi la notte.
I poveri uomini, nelle giacche della domenica, se ne andavano di corsa a casa, irritati e turbati da quel coscritto impazzito e malvagio, avvolto in un pastrano impolverato, che iniziava a puzzare di piscio.
Mostrando ai suoi compaesani un totale disinteresse per le più elementari norme del buon vivere sconvolgeva gli equilibri delle loro vite, strette tra il duro lavoro e il piccolo bracconaggio.

Che la morte della Mariute avesse stravolto il Luìs lo avevano capito tutti, ma nessuno sapeva cosa fare per lui, e, come spesso succede nei paeselli, a dirla tutta, a nessuno interessava poi tanto aiutarlo.
Presto si abituarono, e il Luìs divenne un’ombra invisibile per i compaesani.

Solo Nina, la sorellina di Mariute, rimasta nubile e casta perchè ascoltava troppo il prete e andava troppo a messa, lo vedeva ancora, mentre piangeva in silenzio, all’angolo della strada bianca che porta alla chiesa, la domenica mattina, ignorato come un cencio da tutti gli uomini perbene, e dalle loro donne, e dai bambini, a cui i genitori avevano detto di fare finta che non esistesse.
E allora Nina dopo la messa se lo portava in casa, di nascosto, che non stava bene portarsi in casa un uomo, e gli dava da mangiare quello che aveva, e parlavano un poco.
E Luìs vedeva tutto quello che succedeva nel paese, e non era diventato stupido, ma più furbo. E sapeva tutto e diceva poco, che stava incominciando a capire anche lui.

Quando Mariute si ammalò, Luìs si tormentava il cappello davanti al medico che era venuto a visitarla, ‘il Dotòr Gambalossi’. Gli chiedeva speranza senza guardarlo negli occhi. Una parola, un miracolo.
La tubercolosi era una brutta roba, ma le medicine c’erano, bastava sapere quelle giuste, ma niente, il Dotòr stringeva le labbra, accennava anche un mezzo sorriso, e se ne andava, guidando l’unica macchina del paese, sollevando una fumera di polvere bianca dalla strada non asfaltata.

La sua Mariute era la donna più bella del paese, anzi, la più bella delle valli!, ma chi lo sapeva della musica che ascoltavano insieme, dopo aver dato da mangiare alle bestie, quando veniva buio?
Avevano speso una piccola fortuna per quel giradischi e per quei dischi di vinile, che venivano dall’America, come il primo, quello portato da un soldato americano di passaggio, dopo la Guerra.
La sera tenevano il volume basso, per non consumare i dischi e per non farsi sentire dai vicini: chi avrebbe capito la gioia che provavano loro due, a ballare insieme sulle arie delle operette, o sui valzerini che sembrava una scherzo solo tra loro due, anche con quella musica lì.
E i capelli di lei, e il suo profumo, e gli occhi con cui lo guardava quando si abbracciavano. E finivano sempre che facevano l’amore, anche se erano stremati dal lavoro nell’orto dopo aver anche lavorato tutto il giorno, lui come falegname, e lei come sarta.

La casa era piena di ricordi della moglie, e Luìs non ci mise più piede dopo il funerale: fu allora che iniziò a vivere per strada, e Nina non sapeva neanche lei cosa dirgli, a quell’uomo che aveva fatto così felice sua sorella, che Mariute le augurava di innamorarsi e di trovarsi un uomo così, semplice e gentile, che non sapeva che gioia era stare insieme, e il calore nella notte, di un uomo nel letto.

Dopo tre anni dalla morte di Mariute, e il prete, Don Gino, non era ancora andato a parlare col Luìs, la figlia del Toni, il mezzadro, Vittorina detta Leda, veniva in età da marito.
Quanto il Toni era un ometto tarchiato, con le dita grosse per il lavoro, e i capelli bianchi, che glieli aveva fatti venire quel diavolo di sua moglie, la Teresa, così la Leda era bella che pareva un angelo, con le gambe lunghe e i capelli biondi e ricci.

La Leda forse era troppo gentile per questo mondo, e si ammalò di tifo, che anche in questi anni non era facile da curare, ma il dottore venne in paese la sera stessa che la Leda sputò sangue la prima volta, perchè anche lui sapeva che la figlia del mezzadro era una primizia, e bella come la primavera.

Luìs non ci impiegò molto: la sera stessa bussò a casa della Nina.
Nina si guardò bene intorno che non ci fosse nessuno a guardarli, ma Luìs era stato prudente, e non c’era nessuno, così Nina lo fece entrare in casa, almeno cinque minuti, che stesse vicino alla cucina economica, e le dicesse quello che doveva dirle al caldo.
“Nina”, disse Luìs, “la Vittorina si è ammalata, quella del Toni, l’ho vista io già quando tornava dalla messa domenica. Stanotte viene il dottore a visitarla”.
Nina guardò con occhi tristi il suo bel cognato, tutto sporco in volto, con la barba lunga e grigia, e quegli occhi febbricitanti, che sembrava dicessero che non sarebbe durato a lungo in quelle condizioni, e ripensò a quello che le diceva sua sorella prima di ammalarsi, quando stava bene, che le sembrò per un attimo che le si spaccasse il cuore.
“Luìs, ti prego, fai in modo che il prete ti parli, domani o dopodomani, ma adesso torna sulla strada, per carità: ci penso io a tutto quanto, ma tu torna sotto al ponte e non parlarmi più di mia sorella, non parlarmi più di questa notte, giuramelo!”.
E, che il Signore la perdonasse, baciò suo cognato sulla bocca, come fanno gli innamorati.
Il Luìs non se l’aspettava e si trovò in bocca il sapore della sua Mariute, dopo tre anni, e chiuse solo gli occhi e baciò anche lui sua cognata, con tutto l’amore che aveva ancora nel cuore, che il Signore lo perdonasse.
Si separarono all’unisono, e tutti e due si voltarono, e Luìs si incamminò nel vialetto buio, con le scarpe rotte a sciabattare nel fango e a piangere ancora per la sua Mariute, e per la sua sorella gentile, la Nina, che lui le voleva bene uguale, anche se non avevano mai ascoltato il giradischi insieme.
La Nina rientrò in casa e chiuse subito la porta e accese più forte la lampada, e si asciugò anche lei le lacrime, che aveva tanta roba da fare e non era tempo di piangere.

Naturalmente vennero i carabinieri, ma non vennero quella notte. Vennero il giorno dopo, quando Domenico, detto il Meni, vide due strisce grattate sulla strada bianca subito fuori del paese, mentre andava al suo campo a lavorare.
L’automobile era rovesciata nel bosco fuori strada. Il Dotòr Gambalossi era andato dritto invece che curvare, o aveva perso il controllo della macchina. Dietro ai vetri rotti lo trovarono con la testa reclinata e una lunga striscia di sangue, ormai fermo, che gli partiva da una tempia e scendeva a sgocciolare sulle foglie del sottobosco.
Era una tragedia, e in paese e in tutta la valle la voce si sparse veloce come si spargono le voci quando si mettono all’opera le beghine e le pettegole, e il Primo, quello che teneva l’osteria della Luna, quella del paese più grande, che ormai lo sapevano tutti che non sapeva tenere un segreto, figurarsi una notizia come questa, che ne parlarono anche i giornali della città.

Venne un nuovo dottore, il Dotòr Dell’Antona, più giovane e che si faceva pagare più caro, perchè aveva studiato in America, e non ci veniva volentieri, a sprecare il suo talento e il suo studio, per le vite miserabili dei contadini in quei paesi sperduti.
Si fecero presto i funerali del vecchio Dotòr Gambalossi, e la gente ne parlò per un sacco di tempo, di come guidasse veloce, di come fosse spericolato, ma di quanti uomini e donne avesse salvato dalla tubercolosi e dalle febbri, e di come fosse gentile.
Ma dopo il terzo o quarto bicchiere, nelle osterie, gli uomini perbene, con gli amici stretti, quelli che sanno tenere i segreti, ogni tanto raccontavano di quelle voci, che il Dotòr Gambalossi fosse un furbacchione, e che tenesse nella valigetta con gli strumenti del medico, dei preservativi di gomma, di quelli americani, e che qualche volta si facesse un po’ pregare per fare il suo mestiere, ma solo dalle belle donne e dalle ragazze, e che qualche volta avesse lasciato la febbre fare il suo corso se veniva rifiutato.
Voci maligne, che era peccato anche solo ripetere, ma sapete come sono i pettegoli del paese: il prete dice che a chi spettegola ci cresce la malignità nelle orecchie e poi infetta la bocca e alla fine il cuore, che non si dovrebbe più prendere la Comunione se non ci si confessa prima dei pettegolezzi.

Alla fine il prete si decise a parlare con Luìs, un giorno che lui gli aveva chiesto un tozzo di pane, e non aveva detto di dargli le particole dal tabernacolo, come invece faceva di solito, ma solo un tozzo di pane, che stava morendo di fame.
E il prete se lo portò in canonica e gli diede del formaggio e le patate della sera prima, e gli disse che doveva smettere di comportarsi come uno stupido e un matto, che stupido non era, e che quella non era la vita che Mariute avrebbe voluto per lui.
Luìs avrebbe voluto dirgli di tacere, che non doveva neanche nominare la sua Mariute, ma stette zitto, e alla fine si lasciò convincere a tornare alla sua casa, e a tagliarsi i capelli e la barba, e a farsi un bagno.
Era tutto uno scheletro, dopo tre anni che viveva senza mangiare e senza lavoro.

Con la Nina cominciò a frequentarla per bene, dopo la messa, o alla sagra del paese.
Lui non era più divertente, e aveva un’ombra negli occhi che non gli sarebbe più andata via.
Ma l’ombra negli occhi di lei, l’ombra di quei sassi scagliati verso i fari che tagliavano il buio del bosco, quell’ombra era lui l’unico che poteva vederla, e stava zitto.
Alla fine l’avrebbe sposata, e non importava se non le fosse piaciuta la musica, o se fossero troppo vecchi per ballare: stava invecchiando, e non avrebbe avuto altre gioie che questa, prima di morire.
E glielo doveva, dopo quello che lei aveva fatto per lui.
E per sua sorella, la sua Mariute.

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7 thoughts on “la Storia del Luìs e della Nina

  1. Un racconto deve’essere un racconto, e il ‘sughetto” di stupidaggini può fare la differenza.
    Data la premessa, oso una proposta, e non avendo la tua mail, te lo scrivo qui: con alcuni amici di blog abbiamo fatto una sorta di “collaborazione”, io ho scelto una mia foto, accordandoci sul genere da loro preferito, e loro ci hanno scritto sopra un racconto. Ti andrebbe di partecipare?

  2. Orpo, qua si che si ho sentito entrare il discorso in testa, mi ha tenuto sveglio e son giorni che vado a letto alle due e mi levo alle sei e mezzo. Quindi chapeau, più sughetto, più tocio la prossima volta ma non tantissimo. Che il ritmo è serrato ma si può rendere più lasco. ma i miei gusti, si sà son da laschi. E’ vero che stare due pagine per descrivere una conversazione è una palle se non sei dostoevskij

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