Informazioni su Andrea Taglio

Mi interessano la solitudine, la meraviglia e i paradossi. Sono laureato in comunicazione (per la solitudine e i paradossi) e ho studiato a lungo le religioni (per la meraviglia e i paradossi) e cinema (per la meraviglia e la solitudine). Sono appassionato di religioni e di misticismo, arti marziali, giochi di ruolo, filosofia e scrittura. E so che rumore fa una mano che applaude da sola.

Ancora politica – stavolta pensando come un papero

Partiamo da un articolo del Papero che stimo:

Un’altra sinistra è possibile?

Bell’articolo, e su un argomento che mi interessa e su cui bramo di poter dire la mia, perché ormai sono convinto che Cuperlo sia un sicario sotto copertura pagato da Berlusconi: non è possibile che in 20 anni non sia riuscito a opporre un benedetto volatile alle sparate del Berlusca. Deve essere stato per forza complice.

Poi, nel merito dell’articolo ho una unica obiezione: non bisogna più parlare di “concetti semplici ma potenti come uguaglianza, legalità e tolleranza”, perché è quello che la sinistra sta facendo da prima.
Non solo non funziona, e ne abbiamo le prove, ma se se ne parla ancora si rischia di mettere questi concetti al centro del dibattito, e invece questi concetti devono essere assodati (anche se non lo sono per una fava). Diamoli per scontati, e che la sinistra vada avanti, che dica qualcosa che convinca il popolo così da poterli applicare in una formula di buon senso, se non è chiedere troppo.

Parliamo di uguaglianza: non siamo affatto tutti uguali, nè di fronte alla legge nè di fronte alla società, ma perché nessuno ne parla? Eppure sarebbe perfettamente funzionale agli scopi della comunicazione politica della sinistra!
Serve un nemico? Perché la destra tira fuori gli immigrati e a sinistra nessuno parla più dei ricchi? dei capitalisti? degli sfruttatori dei lavoratori? delle multinazionali?
Vorrei far notare che se una formula funziona, perché l’essere umano è intrinsecamente fatto in un certo modo, sensibile a certi argomenti del menga, allora anche la sinistra può usare quella formula, non è mica vietato…

E poi, anche sugli immigrati: non gliene frega una beneamata fava a nessuno di quattro pirla che ciondolano tra gli alberghi e il centro città con i vestiti tipici dei talebani, ma se gli stessi suddetti molestano le ragazzine (esempio del barbagianni, sia chiaro: ma non ci vuole un genio della comunicazione per capire che è di questo che la gente, chiunque sia questa entità, è preoccupata) credo che la sinistra beneficerebbe molto da un passo indietro dalla posizione “è la loro cultura” o “poverini, era da tanto che non palpeggiavano una ragazzina non consenziente”.

Non è di destra avere la schiena dritta e salvaguardare le leggi e la legalità: sarebbe bastato rispondere a tutte le preoccupazioni con un banale: “ovvio che i criminali immigrati in clandestinità saranno fermati e rimandati a casa loro (o dove vorrà il caso) a calci in culo fortissimi” et voilà, disinnescate le propagandate della Lega sui respingimenti – e salvata un’altra manciata di voti.

Lo ricordo per il mio amato loggione: stiamo parlando di comunicazione mediatica. Di tattica comunicativa, che già a guardare in prospettiva strategica il discorso si allarga e iniziamo a tirare fuori Gramsci e piani cinquantennali che forse sono stati un po’ troppo lungimiranti e alla fine non ci hanno visto così giusto.
Segmentazione dell’elettorato, comunicazione mirata, un copy degno del nome. Ne basta uno eh, mica cento, che poi si fa casino. Se ci è arrivato Trump…

Tutti i discorsi di politica vera e propria, i cavilli delle leggi, i decreti, quello che si può e non si può fare, tutto questo viene dopo; se vinci le elezioni. Se hai il consenso degli elettori. Se sei ancora un partito nazionale e non un circolo della bocciofila di Serrapetrona.

Certo, poi anche a livello pratico devi avere il polso dell’elettorato ed essere coerente con i valori iniziali.

Faccio un esempio concreto: la classe media è in ginocchio, c’è la crisi, il debito, bisogna rilanciare l’economia e il lavoro, le condizioni contrattuali sono da terzo mondo – e la sinistra cosa fa? Il jobs act.
Ma… [inserisci qui profanità a piacimento][ripetere agitando le braccia al cielo]: e parlare di tutele per i lavoratori (e magari anche fare qualcosa al riguardo)? Deve arrivare DI MAIO?!?!?!
E dare invece una bottarella anche alle multinazionali, ogni tanto, giusto per cambiare? E migliorare lo stato sociale? Non sarebbe questo il ruolo della sinistra?
Non dico di inventarsi totalitarismi comunisti (grazie Potere al Popolo!) o rigurgiti internazionalisti totalmente obsoleti nello scacchiere mondiale (grazie Convergenza Socialista!), ma una politica di sinistra che stia attenta ai bisogni dei suoi elettori, invece che ai valori del proprio ombelico (eguaglianza tra poveri, legalità dei cavilli, tolleranza verso i potenti), è proprio così impossibile da concepire?

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Odore di selvatico in ambiente urbano

Non ho grandi riflessioni, la mia vita continua a svolgersi senza zone oscure.
Tutto è palese, tutto è ovvio davanti ai miei occhi stanchi.
Gli interrogativi più pressanti sono già stati risolti, e ora anche le emozioni più irruente sembrano limitate dalla loro stessa banalità. Frustrazione, piacere, odio, passione, amore, rabbia: non potrebbe esserci null’altro al loro posto.
Il contingente è diventato inspiegabilmente necessario. La pace ha persino scordato le ragioni del conflitto e si è svuotata, è diventata routine.

A volte però mi accorgo di odori che non riesco a categorizzare chiaramente.
I fiori profumano, ma i loro profumi si sono mescolati, e il risultato è nuovo, senza essere insopportabile.
In luoghi e in momenti casuali la mia attenzione viene distratta dall’odore della gomma bruciata che diventa odore di frittura, come quella che faceva mia nonna quando ero bambino, oppure dall’odore della frutta, o del legno appena tagliato.
E soprattutto odore di selvatico.
L’ho sempre sentito chiamare così: un misto di odore di urina stantia, di muschio, di resina di pino che nei boschi marca il passaggio o la sosta di un animale selvatico.
È improbabile che un cervo o un cinghiale siano passati in centro città in pieno giorno, eppure è il loro odore che mi risveglia improvvisamente mentre attraverso una strada, o mentre sono in macchina, fermo al semaforo a boccheggiare con i finestrini abbassati.

E poi odore di arrosto e metallo, profumi di donne forse dimenticate, sudore, brioches appena sfornate, liquame e cessi chimici, erba tagliata, mare aperto e varechina.
Nessun odore mi dispiace, sono tutti forti e indefinibili nel modo in cui si mescolano tra di loro in connubi inaspettati, e ognuno ha una sua dimensione, perché si collega a un ricordo o a una impressione sfuggente.

Di solito quando sono più attento al mio olfatto sono anche più presente, ma queste invasioni mi lasciano più interrogativi di quanti non ne risolvano.
Da dove arrivano questi odori, così strani e inattesi? Che ricordi scoprono nella mia memoria? Ogni odore che annuso nell’aria mi dice qualcosa di me?

C’è un mondo nascosto agli altri sensi, da cui ci arrivano solo i profumi impossibili?

 

Politica

http://www.francescocosta.net/2018/06/06/sinistra-binaria/

che discorso sbarellato: critica la sinistra dicotomica e non registra il fatto che è proprio la sinistra del PD che non ha fatto altro che puntare sui diritti civili. Sacrosanti diritti civili delle donne, delle minoranze, delle famiglie omosessuali, degli immigrati (e mai nessuno a sinistra che si ricordi di specificare “regolari” e “integrati” o anche solo “onesti”), ma questa sinistra non ha sbandierato nessun altro valore oltre a questo.
Cosa è stato fatto per la parità sociale? Le pari opportunità per ricchi e poveri? Che welfare state ha immaginato la sinistra attuale?

Niente, nisba, solo diritti civili sacrosanti, ma che non interessano alla massa di italiani poveri, possibilmente ignoranti, e che si sentono male rappresentati nella migliore delle ipotesi.

“D’Alema, dì qualcosa di sinistra!”.

Magari cominciando ad ascoltare gli elettori e a dare ai diseredati che sgambettano sotto ai contratti precari una formula di vita migliore. Uno stato sociale florido, con servizi che funzionano e funzionano bene e per tutti, bianchi neri lesbo mamme rider, tutti.

Nessuno nega l’urgenza e l’importanza dei diritti civili (nessuno che non sia Adinolfi o Fontana), ma la sinistra non dovrebbe essere “sinistra” SOLO per questo, sia a livello della comunicazione e dell’attenzione mediatica, sia a livello dei fatti e delle proposte: proprio il contrario di quello che certi intellettuali vorrebbero vedere e mostrare.

Insomma, nella frase (cito):
“L’uguaglianza non è tale se vale solo per i bianchi, o solo per gli uomini, o solo per gli eterosessuali, o solo per gli italiani”
Il problema è proprio l’uguaglianza, perché non frega niente né ai bianchi né ai neri, né agli uomini e nemmeno alle donne, se in effetti nemmeno si parla più di uguaglianza in primo luogo.

 

Sfogo, forma, sostanza, e vuoto

Vedo una bella ragazza, per strada, in un porno, al bar, e vorrei scoparla. Ovvio.
Vorrei scoparle tutte, per la precisione, e, dandomi tempo e disponibilità, non è detto che non ce la farei: sono uno che si impegna nelle cose.
Ma non posso. Per una miriade di ragioni, ma non posso.

Vorrei fare solo quello che mi piace, tutto il tempo, cazzeggiare, avere successi nella vita senza sforzo, scopare, scrivere, scopare, ma non posso. Principalmente perché non ho più dieci anni, devo mantenermi, il lavoro, la ragazza, i genitori che richiedono attenzione (sto pensando di fare o affittare un figlio solo per subappaltargli il lavoro di ‘figlio’ presso i miei genitori, così da non doverlo fare io).
Fatto sta che non posso.

Chiamiamo ‘forma’ l’influenza esteriore di queste due constatazioni.

Vorrei dedicarmi alla scrittura e scrivere. Ho delle idee, racconti, storie. Lo faccio poco perché manca tempo, e il tempo rimanente lo spreco in cazzeggio per non affrontare il rischio di mettermi in gioco con la scrittura (oh se ci si mette in gioco a farla bene! Oh come ti costringe ad aprirti al mondo!). Perché credo di poter dire delle cose più o meno interessanti in un formato più o meno raffinato, perché c’è un sacco di merda in giro, e la mia è, immodestamente, meglio di tanta altra merda.
Ma qui ho avuto una feroce intuizione: e se invece non valessi davvero un cazzo nella scrittura?
Se lo scopo e il valore della mia vita non fosse scrivere qualcosa, ma solo galleggiare nella mediocrità? Senza nessuna identità degna di nota, senza nessun valore al di fuori di una accozzaglia di respiri e di lavoro impiegatizio per pagare la macchina per andare al lavoro?

Chiamiamo ‘sostanza’ questa intuizione sulla mia inutile interiorità.

Abbiamo un quadro chiaro e comune: non mi piace la mia vita, sogno di evadere, ho forti sospetti che la mia vita non valga nulla ai miei stessi occhi prima che agli occhi del resto del mondo

Evito accuratamente la prospettiva di suicidarmi (non che cambierebbe granché…) e ho preso in considerazione l’idea di drogarmi, ma mi sembra un palliativo senza costrutto. E poi già mi sfaccio di videogiochi.

Mi chiedo chi o cosa sono in in realtà, alla radice di queste minchiatine, e mi tornano in mente delle filosofie che temo siano state covate negli anni, nei miei pensieri di tanto tempo fa.
Avrei dovuto stare più attento a cosa desideravo.
Ora mi sembra che non ci sia una vera persona negli abissi della mia mente, nessuna identità con cui prendersela.
Dentro di me è cresciuta una foresta che, oserei dire, è una foresta di vuoto.
Stende i suoi rami su tutto quello che faccio, e devo impegnarmi forte perchè non trapeli al mondo, e gli altri non si accorgano che qui. non c’è. nessuno.

E questa parte della situazione la chiamiamo ‘vuoto’

 

PS: questo post è stato scritto – tipo – 8 anni fa, e poi lasciato a stagionare fino alla sua pubblicazione.
In questi anni però le cose sono cambiate: ho imparato a digitare l’accento corretto di “perché”, invece di usare la “è” accentata generica.

Le faccine, la sociolinguistica, i grammar-nazi e i cagacazzi

Riassunto velocissimo.

La lingua e i mezzi di comunicazione si evolvono, che vi piaccia o no.

Forse vi piaceva il latino, ma è morto, e non tornerà in vita tanto presto, per quanto voi possiate studiarvelo e promuoverne l’uso.
Nuove parole nascono e nuove lingue si evolvono per adeguarsi ai tempi e alle generazioni. Questo non è né un bene né un male, è così e basta.

Questa è uno degli assunti della sociolinguistica, da cui è derivato l’ultimo orientamento dell’Accademia della Crusca (se volete un riferimento di autorità in materia…): quello di limitarsi a descrivere la lingua, senza cercare di controllarla con dogmi normativi.

La lingua, sia parlata che scritta, se viva e usata da una comunità, difficilmente rispetta i dettami imposti dall’alto, quanto piuttosto delle regole che la portano all’efficienza, alla semplificazione e all’esplorazione di nuove soluzioni.

Certo, il rispetto della grammatica e delle regole esistenti, prima fra tutte quella della comprensibilità dei contenuti, è importantissimo.
Il grammar-nazi sbaglia a concentrarsi sull’apostrofo tra “qual” e “è”, o sugli errori che sono chiaramente di battitura, ma ha ragione a sostenere l’uso del congiuntivo, ad esempio, e a bacchettare (possibilmente con educazione e buon senso, inversamente proporzionati rispetto alla gravità del problema) chi unisce all’incuria della lingua la confusione del pensiero, come in questo caso: https://attivissimo.blogspot.it/2018/05/il-delirio-del-giorno-nella-fisica-poi.html

E arriviamo ai “like” e alle faccette (emoticon) – e la discussione si complica.

Parliamo di segni nati spontaneamente nelle comunicazioni scritte sul medium che  sono i forum di internet (McLuhan lo definirebbe “medium freddo”) e che contribuiscono a veicolare delle sfumature emotive con una grande sintesi di segni (una sola faccina per al posto di una intera frase).

Un libro cartaceo, non ha bisogno di rapidità e di tradurre una lunga frase descrittiva in un segno iconico come l’emoticon.
Ha storicamente tutto lo spazio, e il suo lettore tutto il tempo, per decodificare l’intera unità sintattica usata per descrivere lo stato emotivo dello scrivente.
Dostojevski non è un blogger.

D’altronde nelle interazioni su internet non c’è nessuna ragione per rallentare il flusso di informazioni tra tutti i comunicanti scrivendo: “oh, che grazioso pensiero e che pregevole esposizione, ho molto apprezzato immergermi nella lettura del tuo sagace cinguettio elettronico”, piuttosto che riassumere il tutto in due icone (cfr. Peirce): una manina con il pollice alzato e una faccetta sorridente.

Ora, qualsiasi proponimento del genere rivolto verso una comunicazione in internet sarebbe solo una manifestazione perniciosa, esattamente come qualsiasi altra proposta normativa esterna su un linguaggio naturale, per le ragioni esposte sopra: potete fare a meno di imparare l’inglese, fatti vostri, ma almeno domandatevi perché mai dovreste cagare il cazzo a chi lo parla, e se siete sicuri di essere nel giusto in questa battaglia, che va ben oltre l’intolleranza del peggiore grammar-nazismo.

Neuroscienze e conflitto — Stefano Pollini

Il seguente post è una sintesi di un precedente articolo di Ugo Morelli che esaminava il rapporto fra gli studi e le ricerche in corso nel campo delle neuro-scienze e nel campo del conflitto. In particolare, lasciando stare i tecnicismi, mi pareva fondamentale riprendere alcune domande: Cosa c’entrano i neuroni con il tema del conflitto? […]

via Neuroscienze e conflitto — Stefano Pollini

Ripensare all’impossibile

Ho bevuto un birrino con un vecchio amico.

Vecchio nel senso che siamo cresciuti insieme: se lui non avesse già un fratello di sangue ci sarei io. Per me lui è già, in un certo senso, un fratello, ma negli anni ci siamo tirati un bel po’ di pugnali volanti.

Abbiamo parlottato delle rogne e delle speranze, due amici al bar, se non mi stesse un po’ lontano Gino Paoli.

Nel discorso sono venuti fuori vecchi ricordi sul passato della nostra amicizia, tra cui alcuni suoi comportamenti che mi avevano ferito (ah, adolescenza), e che sicuramente hanno formato il tipo di persona che sono diventato.

Ne abbiamo solo accennato, ma mi sono scoperto a ripensarci.
Perché?

Mi è venuto in mente che vorrei saperne di più, di quelle situazioni che all’epoca mi hanno ferito e cambiato.
Sono curioso, perché mi sembra che se sapessi davvero cosa è successo alla controparte poterei inquadrare quello che è successo a me, renderlo relativo, e non più assoluto.
Più semplicemente, dopo tanti anni, potrei capire meglio il passato di questo vecchio amico, e capendolo potrei perdonerei definitivamente i comportamenti che, all’epoca, mi sono sembrati da  stronzo senza appello.

Ma un perdono così, quando praticamente parliamo di fatti già dimenticati e seppelliti nella memoria, si porterebbe dietro delle piccole conseguenze, non ultimo che potrei rivedere meglio che cosa mi è successo, con gli occhi e la testa di un adulto, e non di un ragazzino, e forse potrei perdonare anche me stesso, per essere diventato lo stronzo che sono.

Potrei, in poche parole, pensare a come sarei potuto essere se le cose fossero andate diversamente, e in questo modo riappropriarmi del me stesso alternativo, che non sono stato, e che mi piace pensare potrei ancora essere.

 

Cinque Domande

Un progettino facile facile – e interessante come sempre – da N&U (qui: https://nuovoeutile.it/cinque-domande-salone-libro-torino/#comments)

Vorrei coinvolgere chiunque leggerà questo post, ma in particolare non dovrebbero mancare https://giancarlobuonofiglio.wordpress.com/, https://cupavoliera.wordpress.com/, https://cuoreruotante.wordpress.com/ (so che hai dichiarato di non volere più tag, ma spero non me ne vorrai), https://judithlaughloudest.wordpress.com/ e https://shockanafilattico.wordpress.com/, perché sono curioso di sapere qualcosa di più dei miei amici virtuali.
Cenere, se vorrai rispondere e condividere con me le risposte, le condividerai al prossimo incontro.

 

Si tratta di rispondere a 5 domande che gli autori (delle domande) vorrebbero fossero fondamentali.
Decidere se lo siano o no mi porterà via qualche mese (al ritmo attuale di pochi minuti al giorno), ma rispondere sarà più istintivo.

Eccomi, così come sono in questo preciso istante.

Chi voglio essere?
Un Essere Umano degno di questo nome, che già non è una cosa facile, ma vorrei anche essere istruito a sufficienza da potermi dichiarare ‘libero’.
Un cittadino modello (facile), un bravo padre (impossibile) e forse, un giorno, un artigiano delle parole (difficile, molto difficile).
Vorrei essere intelligente a sufficienza da sapere sempre quando e come agire (sovrumano).

Perché mi serve un nemico?
Mi serve per ricordare che la vita è fatta di conflitti e che la felicità non fa letteratura.
Un nemico ha anche un’altra funzione: ricordare di non avere paura degli oppositori, e che è necessario saperli capire senza schierarsi dalla loro parte contro noi stessi.

A chi appartiene il mondo?
Appartiene ai ricchi, purtroppo, ma dovrebbe appartenere a tutti, perché tutti dovremmo prendercene cura – e invece non se ne prende cura quasi nessuno – meno che meno i ricchi che lo possiedono.

Dove mi portano spiritualità e scienza?
Portano entrambe nella stessa direzione: se ci si libera dei pregiudizi la spiritualità non si oppone alla scienza, ma ne guida il percorso in modo etico.
La scienza spiega egregiamente (se la si vuole ascoltare) come la spiritualità si innesta nei nostri cervelli e nelle nostre vite – e questo purifica dalle superstizioni.
Potrebbero, insieme, rendere il mondo un posto migliore.

Che cosa voglio dall’arte: libertà o rivoluzione?
Rivoluzione.
La situazione socio-politica è statica, e sembra che non ci siano alternative a come la nostra società è strutturata, ma non può essere così, non deve essere così: deve maturare una nuova idea di utopia in cui credere – e questa nuova idea può nascere solo dall’Arte. Possibilmente da un’Arte che parli una lingua universale, non solo per 4 intellettuali e mercanti d’arte.

 

Ricordatevi di mandare (o non mandare) le risposte (o anche una sola) a 5domande.salto18@gmail.com

Giornalismo scadente oggi (IMHO)

Ecco, a mio modesto parere, un bravo liberista che, come i liberisti che piacciono a me, dimostra con un bell’articolo di non avere capito una sega.

http://www.lastampa.it/2018/03/20/cultura/opinioni/editoriali/regole-s-ma-evitiamo-il-luddismo-BWXHoIH3ALQmS5KkRQ50MN/pagina.html

Eco distingueva Apocalittici e Integrati, ma anche Eco, alla fine, parlava di un terzo polo, che non sarebbe rientrato nelle prime due categorie, perché, evidentemente, non avrebbe nemmeno capito di cosa si stesse parlando, ma che avrebbe scritto e popolato il web.
Faccio parte anche io di questo polo, ma mi scopro ogni giorno in buona compagnia.
Credo che Eco li avesse chiamati “…legioni di imbecilli” (cit.).

Nello specifico si sta discutendo di aziende IT che hanno preso lo spirito liberale (che è ben diverso da ‘liberista’) della rete e l’hanno piegato ad un incubo orwelliano di schedatura e sorveglianza degli utenti, togliendo l’anonimità che era alla base della libertà e della ‘levità’ di internet – quella che prosperava dalle invenzioni degli ‘hacker’, i white hats, per intenderci – ma nell’articolo si cita solo la tesi reazionaria di Brian Krebs, che, probabilmente, non si chiede bene chi potrebbe controllare i controllori (spoiler: nessuno), o forse non se lo chiede affatto.

Insomma, l’autore dell’articolo non tiene minimamente conto della portata del fenomeno, né delle sue conseguenze, effettive o potenziali, e si nasconde dietro alla banalissima e miope certezza che “l’umanità ha risolto altri problemi prima, risolverà anche questo”.
Bella cazzata: anche il nazismo, per citare uno dei peggiori disastri dell’umanità, alla fine è stato ‘risolto’, ma di certo non è bastata una alzata di spalle, e sinceramente di un giornalista che propone una alzata di spalle come soluzione a qualsiasi problema significativo non so proprio che farmene.

Però è coerente.
Immagino che l’autore dell’articolo applicherebbe la soluzione dell’alzata di spalle anche al problema dei cattivi giornalisti generalisti che si occupano di tecnologia senza sapere una fava.
E si vede.