Informazioni su Andrea Taglio

Mi interessano la solitudine, la meraviglia e i paradossi. Sono laureato in comunicazione (per la solitudine e i paradossi) e ho studiato a lungo le religioni (per la meraviglia e i paradossi) e cinema (per la meraviglia e la solitudine). Sono appassionato di religioni e di misticismo, arti marziali, giochi di ruolo, filosofia e scrittura. E so che rumore fa una mano che applaude da sola.

Infiltrati di Natale

Per usare un eufemismo, non sono proprio un credente.
Diciamo piuttosto che sono una brutta persona, senza troppe illusioni, spietata con se stessa più che con gli altri, perché se conosco i miei limiti, vedere gli altri sbatterci il muso mi suscita solo pietà umana, e quindi sono anche supponente e spocchioso.
Con queste premesse avrete capito già che non passo le sere della settimana con il gruppo del catechismo, non proprio.

Frequento e mi sollazzo con altri agnostici durissimi miei pari – e tanti, devo ammettere, sono pure peggio di me, e lasciano il mio agnosticismo ‘morbido’ nella polvere, dilaniato da morsi di sarcasmo ateo infedele e puzzolente di zolfo.
Come piace a me.

Durante le feste in particolare mi trovo in una situazione drammatica: alcuni amici atei hanno la famiglia molto lontana, oppure non festeggiano per i sacrosanti fatti loro, e io invece, come un agnostico supremamente indifferente mi faccio delle grasse scorpacciate ai pranzi e ai cenoni in famiglia, con il beneplacito delle festività natalizie, mutuando da certe sette buddiste la pratica della mimesi religiosa.

Cioè, non mi sento meno agnostico perché amo stare in famiglia e mangiare nel nome di qualsiasi divinità, o andare a messa e osservare questi bizzarri riti religiosi.
Se li aiuta a stare meglio e non mi scassano le palle sono solo contento per loro, che i loro occhiali rubino all’alba un po’ di notte, a me frega di mangiare in compagnia, ridere, litigare, abbracciare i miei cari.

La cosa ridicola è che poi mi sembra di essere un infedele non all’altezza dei miei amici mangiapreti

Per dire che anche tra i non credenti se non si sta attenti si finisce per fare a gara di non credenza.

Come nota a margine però vorrei riportare l’attenzione sulla pratica buddhista (setta Nichi-Ren) della mimesi che ho citato prima.
Cioè, per questi buddhisti le altre religioni sono esclusivamente un fatto folkloristico (esatto, hanno ragione), per cui non è necessario rinnegare nessuno dei comportamenti esteriori richiesti dalle altre fedi per potersi comunque definire buddhisti.
Lo sapevate?
Il vostro vicino di banco alla messa di Natale avrebbe potuto essere un buddhista, ad esempio, oppure un agnostico laico come me, e voi non potreste nemmeno sospettarlo.
Vostro marito, vostra moglie, i vostri figli, tutti i baciapile di questo mondo, potrebbero essere buddhisti (o agnostici, o me) sotto al vostro naso.
Insospettabili. Mescolati tra gli sciamannati di ogni bandiera e partito, segretamente indossano scolapasta in testa nelle rispettive cucine, prima di servirvi un piatto di spaghetti alle polpette al cenone di natale o un kebab alla fine del ramadan.

Miei cari integralisti, qualunque sia la vostra religione, non dovreste dormire sonni tranquilli.

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Scrivere senza scrivere

Ma si può?
C’è un premio “scemo” per chi pensa ogni momento libro alla scrittura e non scrive mai?
Datemelo, è mio.

Però leggiucchio. Merda, nel caso voleste consigli letterari. Leggo merda perché è molto più comune della roba buona, e poi è saporita: se ve lo dice Leo Ortolani volete non crederci?
Qui, se vi siete persi il suo genio.

Però penso, a corrente alternata, quando l’orologio si scorda da che parte dovrebbe far girare le lancette.
E penso a cosa non va nella mia non scrittura e nei miei scritti di quando scrivevo.
E poi trovo scrittrici in erba che invece spaccano di brutto (e odorano di professionismo e di cyberpunk che mi piace un sacco), e ripenso alle stesse cose, che un pensiero nuovo qui mai eh, proprio vietato dalla realtà contingente e poliziesca.

Sto pensando se tutti quei discorsi sul lavorare a togliere non facessero riferimento anche ai temi dei racconti.
Nel senso: scrivere di morte e di tortura e di sevizie e di omicidi in interni familiari non è un po’ dilettantesco, alla fine?
Certo, Breston Ellis e Ian McEwan (“Lettera a Berlino”) lo fanno alla stragrande.
Però, ecco, sono Ellis e McEwan, e quando ci arrivano loro, l’orrore ti fa perdere l’equilibrio come uno tsunami.
Se lo faccio io si sente lontano un chilometro che è oltre la mia portata, che non lo capisco fino in fondo, e quindi non posso trasmetterlo (e sì che un po’ di distopia nella mia vita l’ho avuta).

Questo per dire che l’unica novità nell’orizzonte dei miei pensieri ciclostile è l’idea di scrivere di cose più ‘piccole’, drammi solo ombreggiati.
La morte, che comunque non può mancare, deve restare sullo sfondo, molto sullo sfondo. L’orrore, se proprio deve esserci, deve esplodere in 4 righe, e poi scomparire.

Lo so, questi proponimenti di realismo alla Checov si coniugano male con la narrativa di genere, la fantascienza, il noir.
Ma, pensandoci, la fantascienza non nasce già per parlare con allegorie di quello di cui non si può parlare esplicitamente?
E il noir di Gibson non fa esattamente questo? Ellissi, ellissi a tutto spiano, eludendo ogni orrore e ogni morte, lasciando che restino sempre (o quasi) fuori scena?

Così il lettore può immaginarsi meglio il peggio.

 

 

Un posto in prima fila.

Eh, gran bel post con riflessioni giustissime su un problema che, volenti o no, ci tocca tutti.

Ri-linko per praticità (è in fondo a questo mio pippozzo):
https://nonsiseviziaunpaperino.com/2017/11/27/un-posto-in-prima-fila/

Io non partecipo alle manifestazioni, ma in principio sono d’accordo su tutta la linea del problema: esiste il sessismo e bisogna combatterlo, esiste la violenza sulle donne in mille forme e cerco di comportarmi trattando le persone come pari, indipendentemente se uomini o donne – per un senso di giustizia personale, se non altro.

E poi c’è confusione – anzi, IO sono confuso – perché sembra non essere questa la materia del contendere. Sembra che il problema vada oltre la realtà sociale, in una ridefinizione della realtà stessa in qualcosa di orwelliano, in chiunque potrebbe essere – anzi, È – il nuovo Weinstein; e non servono nemmeno condanne giudiziarie: la semplice appartenenza al genere maschile è già sufficiente per stabilire la colpa (cfr http://www.wittgenstein.it/2017/11/13/molestie-sessuali-garantismo/ e http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/11/14/le-donne-parlano-molestie-problema-del-garantismo/ – il “problema” del garantismo! “Problema”!!!).

E la mia bussola sballa completamente: dove devo mettermi in una situazione in cui sarei d’accordo, ma in cui l’accusa va oltre ogni mia sensazione di ciò che è ‘giusto’ e si chiede di sfondare ogni resistenza – perché il femminismo radicale considera sbagliati già gli assunti sulla cui base giudichiamo, e ne propone altri, nuovi, e ogni resistenza a questa nuova prospettiva non è mai ragionata o ragionevole – non può esserlo, visto che si parla di assunti – ma è dovuta solo alla protezione di privilegi patriarcali.

Ecco, ora ci tengo a sottolinearlo, anche se sarà difficile credermi (d’altronde un pisello ce l’ho, e non depone a mio favore), ma questa mia obiezione è esclusivamente formale: non sto sindacando sul contenuto, su cui ho già detto sono assolutamente d’accordo.

Queste sono argomentazioni non-logiche – e mi spiace dirlo, ma vanno fermate: non me ne frega niente se la causa è giusta e il patriarcato si è comportato male e ha preso possesso del mio corpo e della mia tastiera.
Il problema è lo stesso del mansplaining: come definisci il mansplaining quando magari la donna ha DAVVERO torto?(oggettivamente dico! Mica tutte le donne sono Rebecca Solnit e mica tutti gli uomini spiegano solo ovvietà! Potete averne una prova concreta qui: https://wordpress.com/read/feeds/39159/posts/1660151862).

Forse qualche intellettuale migliore di me potrebbe dirlo ad alta voce? Che per ragionare insieme su un problema che c’è, che esiste, e che è giusto affrontare e risolvere insieme, occorre per prima cosa convincere (con-vincere, vincere insieme).

Ecco, questo è il mio mansplaining, se così volete chiamarlo, ma se avete una idea migliore e siete convinti che io abbia torto dimostratelo! Ma fatelo con argomenti che siano almeno quasi-logici, che sennò da qualche parte Perelman/Olbrechts-Tyteca piangono, come gli angioletti quando un bambino bestemmia.

Aggiornamento sull’onda della sincronicità: un secondo dopo trovo questo: https://bagniproeliator.it/il-nuovo-codice-di-hammurabi/
Nebo non è la stella più brillante del firmamento, e non lo consiglio ai dotti lettori del blog per una lettura colta (ma scrive benissimo e fa riderissimo quando ci si mette), però il suo taglio è simpatico e orribilmente maschilista misogino sciovinista al rogo lui e tutti gli uomini del patriarcato!!!!!1111!!!!

non si sevizia un paperino

collodipapero

Ultimamente m’è presa un po’ di pigrizia. Anzi, a dire il vero m’è presa un po’ di quella sensazione di noia mista a inquietudine che i colti chiamerebbero uggia e che io, in più prosaicamente, tendo a chiamare pesantezza di culo. Dev’essere che mi sono un po’ rotto le palle del continuo polarizzare verso gli estremi qualsiasi discussione, sia che si parli di temi complessi come l’immigrazione, sia che si parli di temi etici, sia che si parli di puttanate come l’ananas sulla pizza o la pubblcità dei Buondì, dimenticando il fatto che – di base – con la propria opinione (soprattutto espressa online, e in particolar modo su Facebook) ci si potrebbe anche pulire il culo, e il fatto di ritrovarselo più merdoso di prima dovrebbe dare la misura dell’utilità dell’opinione stessa, e nel dire tutto questo mi riferisco ovviamente anche alla mia, di opinione.

Ma ogni tanto…

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Altri dicono cose che

Il taglio tecnico del Post sul tema del neoliberismo.

http://www.ilpost.it/2017/11/19/dibattito-neoliberismo/

Articolo da leggere con attenzione.
Ho apprezzato molto il velato riferimento a Zizek: “alcuni intellettuali”

A me sembra un articolo scritto per difendere a oltranza, un po’ come quelli che dicono “il comunismo è buono, è solo che è stato messo in pratica male”.
Li faccio anche io discorsi così, pari pari. E dico che il problema è la formula di governo dittatoriale, non il colore con cui si dipinge.

Certo.

Però qui il discorso è diverso: non parliamo di ideologie realizzate in formule di governo  nefaste.
Parliamo di ideologie economiche che fanno danni come e più delle ideologie politiche, perché lo sono esse stesse – e non sono soggette alle formule di governo, perché vengono adottate indistintamente dalle dittature e dalle democrazie (sempre che esistano ancora).

Il neoliberismo richiede libertà di mercato e assenza dello Stato dagli affari economici, se dobbiamo applicare il neoliberismo limitando la libertà di mercato e salvaguardando lo stato sociale allora ha proprio ragione Zizek: chi ha sensi di colpa nega le proprie stesse affermazioni, e finisce per bere caffè decaffeinato.

Io e Jung

Facciamo finta che sia una sit-com, e mettiamo delle risate registrate in sottofondo.

Jung lo conosco pochissimo. Non ho mai letto nulla di suo, e non è mai entrato in nessun corso, lezione, libro di testo.
Sempre rimasto sullo sfondo. Da qualche parte, credo in qualche racconto di narrativa ho colto dei riferimenti a un Mare dell’Inconscio – su cui ho fantasticato da profano.

Chissà che cosa avrà voluto significare con quel nome un po’ altisonante. Boh.

Però, però.

Nella tarda adolescenza (che oggi potrebbe significare ‘alle soglie dei sessant’anni’, lo so), tra amici scemi quanto me, abbiamo discusso a lungo di come risolvere certe menate tipiche dell’età tardo adolescenziale.
La cosa strana è che nessuno sapeva nulla di Jung, ma alla fine all’idea di integrare il proprio lato oscuro ci siamo arrivati in maniera autonoma, senza indicazioni accademiche o scolastiche, e alla fine quella parte della teoria di Jung l’ho conosciuta, molto bene anche, e anche messa in pratica con una certa soddisfazione e con risultati più che brillanti.

Strano, vero? Come se davvero certe idee, ben stagionate, fossero davvero striscianti in una società, e possano germinare anche nei giovani (ehm) virgulti anche senza essere state insegnate formalmente.

Tanto per dire, le mie pulsioni cannibali mi sembrano più simpatiche adesso che le ho accettate serenamente, ma le mie unghie sono un po’ troppo croccanti per i miei gusti, e non so bene quanti lettori colgano al volo il mio senso dell’umorismo un po’ malato (inserire qui risate preregistrate).
Che ne dite di scoprirlo una sera a cena da me? Con una bella bottiglia di Chianti? Ftftftftftf

Poi sono arrivati i Tool, e tutto è stato facile in maniera quasi imbarazzante.
Così non vale.

 

Autocitazione: un racconto

No, non è un racconto sulla brutta pratica dell’autocitazione, ma la pietra tombale (l’ennesima, se possibile) sul fatto che sto scrivendo poco.

Però questo raccontino credo sia la cosa migliore che ho scritto, forse in assoluto, e non l’ha letta praticamente nessuno (a parte Menteminima).

Così mi chiedo, ma questo racconto mi sarebbe valsa una chance con Mezzocentimetro?

E, cazzate a parte, mi piacerebbe sentire qualche commento di altri estimatori e lettori.

L’Inverno sta arrivando, e le mie scorte di identità e buonumore sono già pericolosamente sottili. Tornare a un passato mitico che non tornerà (leggete: “illudersi di…”) mi solleverebbe l’umore.

A voi in pasto il mio passato di caratteri su schermo e brutti sogni:

https://andreataglio.wordpress.com/2014/11/23/di-abramo-e-isacco/

Blade Runner 2049

Ormai Blade Runner 2049 è uscito da un po’, e avrete sicuramente avuto modo di leggere tutte le recensioni, tutti i commenti e il loro contrario.
A dire la verità ho un po’ perso lo Sguardo, quello per cui riuscivo a ‘leggere’ i film al volo, ma qualche intuizione che non si legge in giro l’ho avuta, e scritta per voi miei accaniti lettori.

Questo articolo che segue è stato pubblicato, con immagini e commenti ilari che vi consiglio di vedere, su “Lo Storione”, il blog di cinema più figo che ci sia (basta non dirlo ai 400 Calci, che quelli menano).

 

 

Il primo Blade Runner è il mio film preferito.
Ve lo dico subito, così se non sarò imparziale saprete perché.

Questo, signore e signori, è il sentimento

Non vi sto a spiegare perché lo considero un capolavoro totale, del Cinema e della narrativa (anzi, un giorno ve lo recensisco, spoiler inclusi), ma resta il fatto che produrre un seguito a un film irraggiungibile era un’impresa votata al fallimento.
Invece Villeneuve ha tirato fuori un gran bel film, almeno a livello visivo, e mi ha spiazzato.

“fermo dove sei e non girare un solo fotogramma in più!”

La fotografia, come molti hanno notato, è la stampella principale del film: è sublime, non c’è una inquadratura fuori posto. Praticamente con una fotografia così avremmo applaudito anche un film dei Vanzina.
Alcune scene, per la composizione e la visionarietà, mi hanno fatto venire in mente i film di Sorrentino (quelli belli, dove la telecamera va, e ti porta dove non saresti andato da solo – e scopri che ti piace).

Da qui in poi scriverò irriverenze nei confronti dei rimanenti dettagli del film (personaggi, trama, attori, significati poco chiari), ma non fatevi ingannare: la fotografia è una bomba e la trama ha comunque il pregio di essere solida, che è molto più di quello a cui Hollywood (Lindeloff coff coff) ci ha abituati.

SPOILERZZZ
Abbandonate la lettura se ci tenete alla suspance

La storia personale del protagonista, “K”, è, argutamente, una simmetria inversa di quella dell’originale: se Deckhart era (forse) un replicante (?) che si crede umano e che forse scopre di essere un replicante (forse), qui K è un replicante che SA di esserlo, e che per un po’ crede di scoprire di essere un umano ‘vero’, per poi arrendersi all’evidenza irrefutabile.

L’amico del KGB che mi ha accompagnato al cinema (tipo stampella della mia vecchiaia) ha fatto un bel parallelismo con Pinocchio.
Il burattino vuole fortissimamente essere un bambino vero per tutto il film.
E invece…

Ryan Gosling per me ha una faccia da paperino spaesato, quindi non è che mi abbia fatto impazzire nei panni di un rude ma innocente mattatoio a conduzione singola alla scoperta di se stesso e delle proprie origini.
Come ha detto Velociraptor ci domandiamo tutti che razza di figata sarebbe potuta uscire se avessero scelto un vero attore per questo ruolo. Ma vabbé, hanno preferito far crescere una barba di due giorni a Ryan Gosling.

Quack?

Dunque, K sa di essere un replicante fin dall’inizio, e questo significa che i suoi ricordi sono innesti.
Con un elegante (cough cough) acrobazia riescono a fargli raccontare un ricordo A CASO tra quelli innestati. Sarà importante, perché il nostro paperino non farà altro che riutilizzare la soluzione trovata in quel ricordo in ogni singola occasione.
Trova il bambino della profezia (scusate la libertà letteraria)?
Lo nasconde, e dice di averlo gettato nella fornace.
Salva il tizio che pensava fosse suo padre da una nemesi invincibile?
Lo nasconde e dice di averlo gettato nella fornace.

Da questo punto di vista abbiamo un personaggio anche troppo coerente con se stesso e con il suo unico schema di comportamento.

Se vogliamo vedere un’altra dimensione di paperino, una che ci parli dello sviluppo del personaggio, dobbiamo guardare alla IA olografica Joi.

“All you want is me”

Lei è un prodotto commerciale di massa, che promette di far vedere ai clienti tutto quello che vogliono vedere (e con Ana de Armas roba da vedere ce n’è eccome) e di dire quello che vogliono sentirsi dire.
E sempre lei dice al paperino K quanto sia speciale, quanto sia unico, quanto sia lui il personaggio cardine e miracoloso della vicenda.
Sembra di guardare dentro al cervello di un adolescente giapponese dei manga. “Sono l’Eletto, l’Unico. Figata!”.
Questo è davvero un meccanismo psicologico molto comune nell’adolescenza di definizione dell’identità: serve a creare una distinzione, per quanto finta, tra chi se la racconta e tutti gli altri, non importa se siano tutte fregnacce.
Questo è per quello che sono riuscito a capire io l’allegoria migliore del film, quella che può dire qualcosa della realtà di ciascuno di noi.
Per quanto ne so è anche l’unica.

In realtà la presenza di Joi solleva molti temi, tanto cari alla fantascienza e al cyberpunk: una sequenza di 0 e di 1 può davvero provare i sentimenti che è stata programmata per mostrare al ‘cliente’?
Fatevi la stessa domanda riguardo al/la vostro/a partner, e poi chiedetevi cosa vi fa essere così sicuri. La risposta è in fondo banale (se siete fortunati): la coerenza dei segnali – ovvero esattamente quello che una buona IA sarebbe programmata a fornire all’utente.

Questa la metto solo perché sembra stiano guardando insieme le foto della vacanza a Riccione

Questo vuole solo essere un complimento: il personaggio di Joi è in pratica un perfetto esempio dei dubbi che l’intelligenza artificiale porterà nelle relazioni umane, e non ha nulla da invidiare alle corrispettive di Her o in Ex Machina – e per la seconda volta si aggiudica la palma come miglior personaggio del film.

Ma torniamo a Pino’K’chio: quando il giocattolo rassicurante Joi gli viene rotto non ha più un bel faccino che gli dice quello che vuole sentirsi dire: non può più evitare che la verità gli venga rivelata, nuda e cruda: lui non è nessuno, e per di più è un prodotto (“made, not born”).

“I just tell my kids the same thing my daddy told me … you aint never gonna amount to nuthin’”

L’unica scelta che, secondo i ribelli che incontrerà subito dopo, gli darebbe la dignità di essere umano, sarebbe quella di sacrificarsi per quello in cui crede.
Lui crede che spaccare la faccia a quella maledetta psicopatica serial killer di Luv sia proprio il modo giusto per sacrificarsi, e chi sono io per dirgli di no?
Anzi! Bravo paperino!
Ora però farei notare una cosa: un assassinio per affogamento in acque limpide è forse una delle morti più orribili che si possano vedere su grande schermo; fortuna che Luv, vuoi per merito dell’attrice, vuoi per una magnifica interpretazione del personaggio, sia espressiva soprattutto sui piccoli gesti.
Una specie di lavoro di recitazione a togliere dell’espressività, che trasforma questa morte nell’equivalente recitativo di un’orgia tra un dildo di plastica e una torcia vagina (il tecnico delle ossa, ad esempio, mi ha fatto boccheggiare un casino, in confronto).

L’altro polo per lo sviluppo del personaggio K è papà Deckhart, Harrison Ford, quello vero, il primo. Non so se sia lo stesso Blade Runner del primo, la vecchiaia di Harrison Ford rende la questione irrilevante. La vecchiaia di Harrison Ford però è anche la ragione per cui il personaggio funziona: è ruvido, vecchio, stanco, fragile, col sorriso sbieco e più rimpianti di quanti ne avesse 30 anni fa. Fa l’apicoltore in una città virata in giallo, ma non mi metterò a polemizzare.

 

Harrison Ford che fa Harrison Ford e non un paperino: e gli riesce facile come respirare

Colpo di genio di Villeneuve o dello sceneggiatore: a distanza di 30 anni il film riesce a non spiegare se Deckhart è un umano o un replicante nuova generazione. Titilla lo spettatore, ma gli lascia la voglia di sapere che tanto ci era piaciuta (spoiler nello spoiler: era un replicante senza dubbio).

Insieme a Dave Bautista è l’unico attore qui che recita un personaggio interessante, di cui può fregare qualcosa agli spettatori e a cui sembra fregare qualcosa della storia.
Gli altri? Non pervenuti, oppure recitano come replicanti, oppure come IA, oppure cani (ciao Jared!)

Ci sarebbe da aprire una lunga parentesi su questo personaggio e il significato recondito della paternità, che ci porterebbe poi a un parallelismo con quello di Jared Leto, da qui discetteremmo sulla trasformazione dell’uomo (o del replicante, nel caso Deckhart) in padre, e del padre in dio, e su come il concetto di divinità sia stato trasformato da un elegante signore onnisciente – o che almeno ci provava, con tutti i suoi limiti da demiurgo – a cieco megalomane, implacabile, che ha tutto quello che i soldi possono comprare, ma non un paio di occhi nuovi, e non un laboratorio di ricerca per replicare una tecnologia di 30 anni prima.
Invece taglio corto: ne esce un personaggio debole, il cui unico scopo sembra essere quello di trasformare una hipster in un macguffin, e poi parla parla parla, non dice niente, e alla fine nemmeno muore.

Sì Jared, si capisce che sei cieco. Lo stai facendo fortissimo.

Sullo sfondo si muovono:

  • Dave Bautista: ruvido, vecchio, stanco, forte. Chissà perché se questo è un replicante gli bastano due occhialini da vista per far trapelare un mondo e una vita vissuta dietro ai capelli grigi radi. A K, Pinocchio, tutta la barba di due giorni del mondo ancora non gli toglie la faccia da paperino.
  • Robin Wright: l’abbiamo capito che lei è lì per far rispettare la legge e mantenere l’ordine, no? Più che un personaggio sembra una metafora vivente, un pezzo della vita di K che prende sembianze umane, come lo è Joi, ma con meno minutaggio e meno profondità.
  • La prostituta replicante fotocopia di Priss del primo film. Qui almeno, per sua fortuna (purtroppo per noi!) non si esibisce seminuda in acrobazie a scopo saturnismo, ma forse ci avrebbe guadagnato in popolarità.
    Sua è comunque la battuta più bella del film (alle spese dell’ologramma di Joi).
  • La Predestinata, Figlia del Cacciatore, Origine della Memoria, Maestra delle Memorie, la Reclusa nella Propria Fantasia, Regina dei Primi Uomini e Protettrice del Reame, Personaggio Molto Complesso, che non da mai segno di mettere in pratica gli insegnamenti tratti dalle proprie stesse memorie (altri lo fanno per lei).
    In pratica la vostra hipster di quartiere.
    Se vi è piaciuta Amelie nel suo meraviglioso mondo almeno adesso sapete come continua la storia della vostra beniamina.
  • Luv. Soffre leggermente degli stessi disturbi del suo Creatore: psicopatia del serial killer in chiave ‘crying freeman’, sociopatia, recitazione minimale e/o non pervenuta. Sfonda le porte blindate a mani nude, potrebbe essere un elemento di tensione, come per il primo Terminator, ma non vediamo mai chiaramente di cosa è capace.
    Villneuve, se vuoi farmi vedere un personaggio che sfonda una parete o una porta, è inutile che tu inquadri il muro o la porta DALLA PARTE OPPOSTA. Mi sono accorto che di solito un muro impalla tutti gli attori che ci stanno dietro, ma forse è una mia sensazione.

 

Ultimo commento per Denis Villeneuve.
Bravo, niente da dire, ma possibile che Los Angeles, mica un paesino montano, debba assomigliare a un incrocio tra una piece teatrale e le steppe gelate del Canada della sua infanzia?
Non parlo della neve, quella ci sta, ma … avete notato che i personaggi dialogano solo a due a due? Mai che tre personaggi si trovino a incrociare i monologhi, mai, solo dialoghi tra due personaggi alla volta.
Insomma, si vede che non è abituato ad avere troppe persone attorno, però è bravo, ne capisce di regia, ne capisce di fantascienza: 3 attori tre, potrebbe anche coordinarli, no?
Sembra una inezia, ma credo che la sensazione di irrealtà che ti lascia questo film, la crepa nella sospensione dell’incredulità, sia proprio nella mancanza di buona recitazione e nella teatralità dei dialoghi, delle scene: nessuno si tocca per caso, ogni contatto è coreografato, nessuno interrompe chi parla, nemmeno se è Jared Leto che parla parla parla.

LUI ha visto cose che paperino non potrebbe nemmeno immaginare

E tutti questi commenti
andranno perduti
nel tempo
come neve
sulle mani

Ehi! Maccheca!?

 

Aggiornamento – anzi no: Tagliando

Dunque

Dormo ancora troppo poco. Il tempo libero e lo svago sono diventati dei miraggi da godere pochi minuti al giorno – quando va bene. Aspettiamo due o tre anni e speriamo bene.

In questi giorni mi sto sforzando di essere Gianni Morandi in internet e sui social.
Amici integralisti cattolici, perché non venite a spacciarmi le vostre fallacie cognitive e
i vostri autori roboanti di cretinità in questi giorni? Mi trovereste calmo come una mucca indù, e quindi ci scorneremmo comunque sulle vostre incapacità empatiche e logiche.
Sedicenti esperti di esoterismo satanista (segretamente sposati con il MOIGE), perché non venite oggi a menarcelo di quanto siete addentro ai meccanismi segreti dello show-biz e della moda?
Irredentisti della cospirazione, colleghi vegetani e antivacchinisti, poetastri che confondete la confusione delle idee con l’elevazione culturale: finché non date voce alle vostre teorie vi voglio bene!
Anzi! Vi voglio bene a prescindere, disprezzo solo le idee che propugnate (e le ‘poesie’ che spacciate)!
Visto? Gianni Morandi. Uguale.

Poi.
Sto pensando di cimentarmi con un racconto horror.
Non ho mai esplorato seriamente questo genere, e trovo la sfida molto stimolante. Adesso sto cercando un soggetto che mi dia spazio di manovra: ho timore di fare un tonfo tremendo.

Prossimo progetto: una recensione di Blade Runner.
Ne sto discutendo con Stanlio Kubrick sui 400 Calci (mi faccio chiamare Magari), e mi accorgo che qualche intuizione valida, che non si legge spesso in giro, ce l’ho.
Certo, parliamo di un mostro sacro, un titano del cinema, e io? Io non sono degno, ma ci proverò lo stesso.

Ultima novità letteraria: ho ripreso in mano la mia vecchia tesi, per svecchiarla e magari produrre un libercolo pubblicabile e vendibile.
Un disastro: tenerezza e casino.
Dozzine di tesi diverse da altri autori mescolate alla rinfusa, moltissime totalmente inutili ai fini della MIA tesi.
Dopo anni e anni nella mia testa quella tesi, la mia, si è distillata in pochi concetti chiarissimi, e ancora meno fonti da citare.
Dovessi riscriverla faticherei a superare le 4 pagine densissime di concetti e rimandi.

Ricomincerò a scrivere racconti porno e amen.
Speriamo sia un genere con un mercato pagante ancora florido, e che lo spirito di Anais Nin vegli su di me.

“Sei cose impossibili” Taaaag

L’amico Giancarlo Buonofiglio, aizzato da Red, stimolato da Cuoreruotante, mi ha coinvolto in una catena di Sant’Antonio, per cui se continuerete a leggere rischiate di essere nominati a vostra volta e di patire: disturbi intestinali rumorosissimi, testimoni di Geova tutti i giorni all’alba (per 3 mesi) , cinghiali che vi grufolano nei vasi dei fiori e avances sessuali da modelli/modelle di lingerie (a seconda dei gusti) ma solo mentre in presenza del/la vostro/a partner più geloso/a.
Ovviamente una cosa a tre ve la sognate, sennò quando mai parteciperete alla catena?

La proposta recita così: “Ho pensato di creare un Tag con l’augurio che, come diceva la Regina ad Alice, allenandoci giornalmente a pensare a sei cose impossibili, possiamo avere quello stimolo in più che ci aiuti a credere che le giornate, a volte, possano anche stupirci ed essere migliori delle nostre aspettative, andando al di là di ogni nostro scetticismo.”

Regole del Tag:

  • Inserire il logo di Alice’s in Wonderland
  • Descrivere sei cose impossibili
  • Nominare tutti i follower che volete

Provvedo subito al logo, anche se potrebbero esserci delle imprecisioni…

 

Alice Logo

Pensare a cose impossibili mi farà bene.

  1. Trovare l’interruttore che mi rende un rompipalle. E magari disattivarlo. A volte si tratta solo di non cogliere certe differenze, certi dettagli, gli insulti più o meno velati, più o meno consapevoli, le prepotenze esercitate come fossero scontate, le implicazioni meno ovvie di un discorso, i “non capisci” invece dei “mi sono spiegato male”. Col cazzo che non capisco, capisco benissimo, ed è subito embolo.
    Magari per realizzare questo punto però basterebbe che mi bevessi due shottini di rhum al mattino, appena sveglio, e poi a cadenza regolare ogni tre quarti d’ora.
    Odio il rhum.
  2. Scrivere, ma per davvero, sul serio, dalla mattina alla sera, e trovare parole per raccontare cose che diano forma alla realtà – forme che prima non aveva. Questo sta diventando sempre più impossibile per me, purtroppo. Passi per quei lampi di genio che appartengono, quando va bene, ai più grandi scrittori e pensatori, ma scrivere per professione, di gusto, per più di qualche minuto alla volta, è davvero impossibile.
  3. Camminare a piedi scalzi sull’erba morbida, appena falciata di un prato, e sentire l’erba sciogliersi in sabbie mobili cremisi, e poi affondarci mentre il mio corpo viene tradotto in musica stridente e armonica al tempo stesso. Il sole dovrebbe splendere e odorare di sinestesia immobile.
    Oh, sono richieste cose impossibili, ma verosimili: desiderare la pace nel mondo non era un’opzione.
  4. Svegliarmi un giorno e capirne di Economia, Neurologia e Statistica, ma capirne sul serio, tanto, ben oltre il mio livello amatoriale. È indispensabile che questo avvenga senza mai aprire nemmeno un libro. Contemporaneamente dovrei anche ristabilire la forma fisica che avevo da ventenne e scoprirmi un esperto dei lavori casalinghi.
  5. Vivere ogni giorno quotidianamente, con gioie e dolori, e tantissima distrazione e indifferenza, pensando a cose che non esistono con la testa tra le nuvole, mentre si invecchia e intorno a noi i nostri cari invecchiano alla stessa velocità.
    Sopportare gli acciacchi, per quanto possibile, mentre le gioie si diradano. Soffrire dei dolori dei genitori, aspettando che la morte fermi i loro cuori per sempre, togliendo le uniche vere certezze delle nostre vite, e poi la morte fermerebbe i nostri cuori, e poi quelli dei nostri figli e di miliardi di persone attorno a noi, quelle vicine e quelle sconosciute. E scoppiare a piangere per nulla e per tutto questo, in macchina, in mezzo al traffico, da soli e senza una parola buona di conforto da nessuno, perché nessuno può sentirci, e a nessuno interessa.
    Verosimile abbastanza?
  6. Finire tutti, contemporaneamente, nel corpo e nella vita di qualcun altro, sempre diverso, a caso, anche solo per pochi minuti, ma ogni giorno.
    Giusto il tempo di combinare una cazzata irreparabile, ma non mortale, no, così da poter tornare nei nostri rispettivi corpi e sorprenderci un po’ ogni giorno di una scelta inaspettata, di una scheggia impazzita nella nostra vita, di un istante fuori controllo.
    Sconvolgere i piani, essere costretti a improvvisare, e scoprire qualcosa di diverso da quello che volevamo, ma che alla fine ci piaccia lo stesso, se non di più.

E ora dovrei nominare gli sventurati: chiunque sia arrivato fino a qui nella lettura è automaticamente nominato.
Divertitevi.

Aggiungerei OpinioniWeb-XYZ, che di solito scrive roba seria e ben argomentata (ovviamente sono in disaccordo su tutto), e mi sembra un delitto tirarlo dentro a questo gioco un po’ rocambolesco e un delitto non coinvolgerlo.
E poi miro in alto (troppo?) e nomino Erodaria e Odette, che al momento sono le migliori scrittrici di blog nel mio radar (non oso invece avvicinare Menteminima, non oso).

È tutto.
E ricordatevi: disturbi intestinali. Rumorosi.

 

A proposito di esoterismo

Ma questa è la competenza per scrivere di esoterismo e di sette?
Scrivere libri, addirittura?
Quattro lezioni di catechismo e il complottismo imparato dalle spiegazioni delle sorprese degli ovetti kinder?

L’occulto: una trappola invisibile. Ecco il “Grande Inganno” per i giovani

Mapperfavore!
Non state nemmeno a perdere tempo a visitare il blog, a meno che non abbiate neanche mai visto il mondo fuori dall’oratorio.

Giuro: da domani mi metto a rimaneggiare la mia tesi al fine di pubblicarla: se si possono pubblicare carciofate di ‘sto livello io poco poco sono il prossimo Eco.