Neuroscienze e conflitto — Stefano Pollini

Il seguente post è una sintesi di un precedente articolo di Ugo Morelli che esaminava il rapporto fra gli studi e le ricerche in corso nel campo delle neuro-scienze e nel campo del conflitto. In particolare, lasciando stare i tecnicismi, mi pareva fondamentale riprendere alcune domande: Cosa c’entrano i neuroni con il tema del conflitto? […]

via Neuroscienze e conflitto — Stefano Pollini

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Ripensare all’impossibile

Ho bevuto un birrino con un vecchio amico.

Vecchio nel senso che siamo cresciuti insieme: se lui non avesse già un fratello di sangue ci sarei io. Per me lui è già, in un certo senso, un fratello, ma negli anni ci siamo tirati un bel po’ di pugnali volanti.

Abbiamo parlottato delle rogne e delle speranze, due amici al bar, se non mi stesse un po’ lontano Gino Paoli.

Nel discorso sono venuti fuori vecchi ricordi sul passato della nostra amicizia, tra cui alcuni suoi comportamenti che mi avevano ferito (ah, adolescenza), e che sicuramente hanno formato il tipo di persona che sono diventato.

Ne abbiamo solo accennato, ma mi sono scoperto a ripensarci.
Perché?

Mi è venuto in mente che vorrei saperne di più, di quelle situazioni che all’epoca mi hanno ferito e cambiato.
Sono curioso, perché mi sembra che se sapessi davvero cosa è successo alla controparte poterei inquadrare quello che è successo a me, renderlo relativo, e non più assoluto.
Più semplicemente, dopo tanti anni, potrei capire meglio il passato di questo vecchio amico, e capendolo potrei perdonerei definitivamente i comportamenti che, all’epoca, mi sono sembrati da  stronzo senza appello.

Ma un perdono così, quando praticamente parliamo di fatti già dimenticati e seppelliti nella memoria, si porterebbe dietro delle piccole conseguenze, non ultimo che potrei rivedere meglio che cosa mi è successo, con gli occhi e la testa di un adulto, e non di un ragazzino, e forse potrei perdonare anche me stesso, per essere diventato lo stronzo che sono.

Potrei, in poche parole, pensare a come sarei potuto essere se le cose fossero andate diversamente, e in questo modo riappropriarmi del me stesso alternativo, che non sono stato, e che mi piace pensare potrei ancora essere.

 

Cinque Domande

Un progettino facile facile – e interessante come sempre – da N&U (qui: https://nuovoeutile.it/cinque-domande-salone-libro-torino/#comments)

Vorrei coinvolgere chiunque leggerà questo post, ma in particolare non dovrebbero mancare https://giancarlobuonofiglio.wordpress.com/, https://cupavoliera.wordpress.com/, https://cuoreruotante.wordpress.com/ (so che hai dichiarato di non volere più tag, ma spero non me ne vorrai), https://judithlaughloudest.wordpress.com/ e https://shockanafilattico.wordpress.com/, perché sono curioso di sapere qualcosa di più dei miei amici virtuali.
Cenere, se vorrai rispondere e condividere con me le risposte, le condividerai al prossimo incontro.

 

Si tratta di rispondere a 5 domande che gli autori (delle domande) vorrebbero fossero fondamentali.
Decidere se lo siano o no mi porterà via qualche mese (al ritmo attuale di pochi minuti al giorno), ma rispondere sarà più istintivo.

Eccomi, così come sono in questo preciso istante.

Chi voglio essere?
Un Essere Umano degno di questo nome, che già non è una cosa facile, ma vorrei anche essere istruito a sufficienza da potermi dichiarare ‘libero’.
Un cittadino modello (facile), un bravo padre (impossibile) e forse, un giorno, un artigiano delle parole (difficile, molto difficile).
Vorrei essere intelligente a sufficienza da sapere sempre quando e come agire (sovrumano).

Perché mi serve un nemico?
Mi serve per ricordare che la vita è fatta di conflitti e che la felicità non fa letteratura.
Un nemico ha anche un’altra funzione: ricordare di non avere paura degli oppositori, e che è necessario saperli capire senza schierarsi dalla loro parte contro noi stessi.

A chi appartiene il mondo?
Appartiene ai ricchi, purtroppo, ma dovrebbe appartenere a tutti, perché tutti dovremmo prendercene cura – e invece non se ne prende cura quasi nessuno – meno che meno i ricchi che lo possiedono.

Dove mi portano spiritualità e scienza?
Portano entrambe nella stessa direzione: se ci si libera dei pregiudizi la spiritualità non si oppone alla scienza, ma ne guida il percorso in modo etico.
La scienza spiega egregiamente (se la si vuole ascoltare) come la spiritualità si innesta nei nostri cervelli e nelle nostre vite – e questo purifica dalle superstizioni.
Potrebbero, insieme, rendere il mondo un posto migliore.

Che cosa voglio dall’arte: libertà o rivoluzione?
Rivoluzione.
La situazione socio-politica è statica, e sembra che non ci siano alternative a come la nostra società è strutturata, ma non può essere così, non deve essere così: deve maturare una nuova idea di utopia in cui credere – e questa nuova idea può nascere solo dall’Arte. Possibilmente da un’Arte che parli una lingua universale, non solo per 4 intellettuali e mercanti d’arte.

 

Ricordatevi di mandare (o non mandare) le risposte (o anche una sola) a 5domande.salto18@gmail.com

Giornalismo scadente oggi (IMHO)

Ecco, a mio modesto parere, un bravo liberista che, come i liberisti che piacciono a me, dimostra con un bell’articolo di non avere capito una sega.

http://www.lastampa.it/2018/03/20/cultura/opinioni/editoriali/regole-s-ma-evitiamo-il-luddismo-BWXHoIH3ALQmS5KkRQ50MN/pagina.html

Eco distingueva Apocalittici e Integrati, ma anche Eco, alla fine, parlava di un terzo polo, che non sarebbe rientrato nelle prime due categorie, perché, evidentemente, non avrebbe nemmeno capito di cosa si stesse parlando, ma che avrebbe scritto e popolato il web.
Faccio parte anche io di questo polo, ma mi scopro ogni giorno in buona compagnia.
Credo che Eco li avesse chiamati “…legioni di imbecilli” (cit.).

Nello specifico si sta discutendo di aziende IT che hanno preso lo spirito liberale (che è ben diverso da ‘liberista’) della rete e l’hanno piegato ad un incubo orwelliano di schedatura e sorveglianza degli utenti, togliendo l’anonimità che era alla base della libertà e della ‘levità’ di internet – quella che prosperava dalle invenzioni degli ‘hacker’, i white hats, per intenderci – ma nell’articolo si cita solo la tesi reazionaria di Brian Krebs, che, probabilmente, non si chiede bene chi potrebbe controllare i controllori (spoiler: nessuno), o forse non se lo chiede affatto.

Insomma, l’autore dell’articolo non tiene minimamente conto della portata del fenomeno, né delle sue conseguenze, effettive o potenziali, e si nasconde dietro alla banalissima e miope certezza che “l’umanità ha risolto altri problemi prima, risolverà anche questo”.
Bella cazzata: anche il nazismo, per citare uno dei peggiori disastri dell’umanità, alla fine è stato ‘risolto’, ma di certo non è bastata una alzata di spalle, e sinceramente di un giornalista che propone una alzata di spalle come soluzione a qualsiasi problema significativo non so proprio che farmene.

Però è coerente.
Immagino che l’autore dell’articolo applicherebbe la soluzione dell’alzata di spalle anche al problema dei cattivi giornalisti generalisti che si occupano di tecnologia senza sapere una fava.
E si vede.

“Io l’avevo detto”

https://www.ilpost.it/spot/2018/03/13/sconfitte-politiche-comunicazione/

Ora date un premio a quest’uomo (come se fare il lavoro che IO avrei voluto fare non fosse abbastanza)

E magari fatemi sapere cosa dovrei fare del fatto che “io l’avevo detto”, da prima, da quando quelle comunicazioni farlocche del partito con la peggiore comunicazione in Italia (ricordiamo come e quanto Cuperlo ha sostenuto Berlusconi, tenendolo di fatto al governo per 20 anni con la sua politica di comunicazione del PD) intasavano la mia buchetta delle lettere (quella reale, non quella virtuale).

Cose da dire senza problemi

Cosa dire senza problemi?
Ci ho riflettuto un po’, e il risultato è che posso dire tutto quello che voglio, eccetto qualsiasi cosa che mi riguardi.

Torniamo ai concetti (non miei, ma della persona più intelligente che io abbia mai conosciuto) di panopticon social, l’idea di carcere perfetto in cui un singolo guardiano (le grandi compagnie IT, ad esempio) può vedere tutto di tutti i carcerati. La situazione speculare è quella dell’anopticon: un singolo soggetto sui social è visibile in ogni sua azione da tutti i pubblici possibili, senza poter vedere nessuno dei suoi osservatori – ad esempio ciascuno di noi sui social non ha nessuna possibilità di selezionare i pubblici a cui rivolge qualsiasi comunicazione. Il discorso privato che faccio con un mio amico è visibile al mio datore di lavoro, in culo alla privacy e a qualsiasi concezione sociologica reale, e grazie alle idee di merda di Zuckerberg (ne avevo accennato qui).

Non sarebbe un problema se fossi ancora un onesto cazzone universitario: non avrei nessuna responsabilità verso nessuno.
Il punto è che la vita è andata un po’ avanti, e ora non solo rispondo delle mie azioni e di quello che dico davanti a diversi pubblici (datore di lavoro, colleghi, parenti, parenti acquisiti), ma ho anche delle responsabilità verso dei legami molto forti, a cui devo garantire una presenza solida e affidabile – ovvio che non lo sono, ma parliamo di un ambito in cui l’apparenza coincide con l’essenza, quindi non solo lo sono, affidabile, ma devo esserlo, senza possibilità di errore.

Non mi sento diverso dal cazzone universitario che fui, ma non posso più mostrare pubblicamente le mie paranoie, i lati oscuri, le ombre e i cinismi.

Io sarei tutto fatto di ombre e cinismi, sono una persona che vede tutto in toni di grigio, non so nemmeno cosa siano le dicotomie bianco/nero.
Cosa dico senza problemi?
Potrei vivere in un paradiso (forse già lo faccio) e comunque troverei, come il Petroliere tutto il marcio che si può immaginare.
Fidatevi di un vecchio (?) paranoico: se scavi cercando il peggio, da una situazione o da una persona, lo trovi. Se leggeste che una persona di cui vi fidate scrive di voi abissi inenarrabili (ma non scrive i vostri lati positivi, perché “la felicità non fa letteratura”) non vi si spezzerebbe il cuore?

Quindi se scrivessi di quello che mi passa per la testa non solo non resterebbe una sola anima in città, ma rischierei solo di incrinare qualcosa che deve invece restare solido.

Potrei parlarvi delle cose belle davvero, ma quelle appartengono al mio privato (“my life is in private”), e me le mordicchio io, facendoci un sacco di pernacchiette alla faccia del mondo, e godendomi in cambio le uniche risate che non hanno per me nessuna ombra (e se per queste ultime frasi pensate che io sia diventato improvvisamente sentimentale, comunque vi sbagliate).

Perplessità e dubbi esistenziali (per un blog in prima persona)

Premessa: preoccupato per questioni di privacy e big data (che poi direi “macchissene, mica ho qualcosa da nascondere” e subito mi prenderei delle bacchettate virtuali fortissime sulle nocche) non uso praticamente più FB. Né nessun altro social equivalente.

Oserei dire che non ho più amici nel mondo reale – e anche qui non è che stia coltivando granchè – quindi che social-izzo a fare?

Però mi sono accorto che, ultimamente, sto usando questo blog come fosse un social – rilanciando opinioni che non fregano nulla a nessuno su argomenti ancora meno interessanti – ma senza raccontare nulla dei fattacci miei.

Non parlo di scendere nei dettagli e spiattellare situazioni reali della mia vita (unioni, congiunzioni, disgiunzioni, moltiplicazioni, preposizioni, e altre malattie), ma anche solo di raccontare i miei stati d’animo e relative seghe mentali (che non ci sono più: sono il guscio vuoto di me stesso – mi assomiglio e basta).

Quindi?

Potrei scrivere raccontini, come facevo una volta a sprazzi (sì, sono fuori allenamento, mi ci vorrebbe un po’ di pratica per riprendere mano).
Almeno sarebbe una linea precisa per questo blog intermittente.

Eppure una volta ho avuto un blog di paturnie e figure retoriche strampalate – e mi ha dato grandi soddisfazioni (i lettori erano pochi ma buoni, e selezionatissimi).

Forse troverò un po’ di tempo per inventarmi delle paturnie anche questa volta.
Forse mi inventerò qualche storiella scema.

Iggy Azalea. Il significato occulto del video sacrilego “Savior” [VIDEO]

Peccato che i commenti di questo blog siano disabilitati: immagino la fila di satanisti in estatica attesa di essere smascherati e salvati.
Invece, chissà perché, io sento solo puzza di incenso da chiesa – e penso “Perché i catechisti non riescono a parlare di quello che non conoscono – e finiscono per parlare solo e sempre di catechismo, anche quando non c’entra una fava? Perché? Perché?”

Oltre la Musica

Il video musicale di Savior (salvatore) è ambientato in una chiesa. Vediamo Iggy Azalea svegliarsi su un letto nel mezzo del luogo religioso, camminare per il corridoio in abito nero come se fosse una sposa gotica o forse una madonna nera e in mano ha un bouquet che è in realtà una torcia infuocata… il tutto molto sacrilego.
Guarda l’analisi in dettaglio subito dopo il salto…

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Web 3.0 (sto invecchiando forte)

Ho capito con notevole ritardo il 2.0 – e non l’ho mai sfruttato fino in fondo.
E meno male! Sembra che fosse costruito attorno al concetto di “infinocchiata”

Adesso sembra che ci siano strumenti per il web 3.0 – più libero, meno controllato.
A occhio mi garba che le grandi multinazionali del web abbiano più difficoltà a estrarre i miei dati personali senza pagarmi un centesimo.

Dateci un’occhiata:
https://medium.com/@matteozago/why-the-web-3-0-matters-and-you-should-know-about-it-a5851d63c949

E poi approfondite programma per programma:

Browser: brave.com/
Storage: storj.io/ipfs.io/
Video: experty.io/
OS: essentia.one/ – eos.io/
Social Network: steemit.com/
Messaging: status.im/
Payment: monetha.io/

(Fonte: Polynomial C https://plus.google.com/u/0/+PolynomialC/posts/F1VpszCzJ91 )

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Soffro di empatia eccessiva?

Quindi Adinolfi viene perculato perché grasso:
http://www.corriere.it/cronache/18_febbraio_07/mario-adinolfi-io-ciccione-salute-deriso-ogni-40-secondi-96ddb534-0b7a-11e8-8265-d7c1bfb87dc9.shtml

E io alla fine della lettura dell’intervista provo anche simpatia umana per questo sventurato che si trova in un corpaccione ciccione: non si prendono in giro i ciccioni, i religiosi di qualsiasi fede (ebrei, cristiani, musulmani, pastafariani, ecc), i diversi, gli sfigati con autostima bassa (tipo: me), i malati, gli storpi, i disabili, i deboli, i perdenti.

Non si fa perché tutte queste ‘qualità’ sono casuali, e hanno ben poco a che fare con la persona in sè (ma esistono disabili stronzi, ad esempio, e non hanno l’aureola solo perché sono in sedia a rotelle – e ci sono neri che se ne approfittano un sacco dell’aura di senso di colpa post-coloniale di chi vorrebbe non essere razzista, e mica bisogna negarglielo un vaffanculo a questi furbetti – e ci sono fedeli che pensano che tutti debbano vivere e credere come loro, e per questi limitati non c’è mai abbastanza sarcasmo).

E quindi?
E quindi mi sono sentito più vicino e compassionevole verso Adinolfi – e mi sono sorpreso e spaventato da solo.

E quindi? Cosa posso fare adesso?
Eh, niente. Adesso ancora più di prima sosterrò che il mio astio verso quest’uomo (e tutti gli altri sono uno scherzo in confronto) è dovuto solo alle idee di merda che propugna.