Web 3.0 (sto invecchiando forte)

Ho capito con notevole ritardo il 2.0 – e non l’ho mai sfruttato fino in fondo.
E meno male! Sembra che fosse costruito attorno al concetto di “infinocchiata”

Adesso sembra che ci siano strumenti per il web 3.0 – più libero, meno controllato.
A occhio mi garba che le grandi multinazionali del web abbiano più difficoltà a estrarre i miei dati personali senza pagarmi un centesimo.

Dateci un’occhiata:
https://medium.com/@matteozago/why-the-web-3-0-matters-and-you-should-know-about-it-a5851d63c949

E poi approfondite programma per programma:

Browser: brave.com/
Storage: storj.io/ipfs.io/
Video: experty.io/
OS: essentia.one/ – eos.io/
Social Network: steemit.com/
Messaging: status.im/
Payment: monetha.io/

(Fonte: Polynomial C https://plus.google.com/u/0/+PolynomialC/posts/F1VpszCzJ91 )

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Soffro di empatia eccessiva?

Quindi Adinolfi viene perculato perché grasso:
http://www.corriere.it/cronache/18_febbraio_07/mario-adinolfi-io-ciccione-salute-deriso-ogni-40-secondi-96ddb534-0b7a-11e8-8265-d7c1bfb87dc9.shtml

E io alla fine della lettura dell’intervista provo anche simpatia umana per questo sventurato che si trova in un corpaccione ciccione: non si prendono in giro i ciccioni, i religiosi di qualsiasi fede (ebrei, cristiani, musulmani, pastafariani, ecc), i diversi, gli sfigati con autostima bassa (tipo: me), i malati, gli storpi, i disabili, i deboli, i perdenti.

Non si fa perché tutte queste ‘qualità’ sono casuali, e hanno ben poco a che fare con la persona in sè (ma esistono disabili stronzi, ad esempio, e non hanno l’aureola solo perché sono in sedia a rotelle – e ci sono neri che se ne approfittano un sacco dell’aura di senso di colpa post-coloniale di chi vorrebbe non essere razzista, e mica bisogna negarglielo un vaffanculo a questi furbetti – e ci sono fedeli che pensano che tutti debbano vivere e credere come loro, e per questi limitati non c’è mai abbastanza sarcasmo).

E quindi?
E quindi mi sono sentito più vicino e compassionevole verso Adinolfi – e mi sono sorpreso e spaventato da solo.

E quindi? Cosa posso fare adesso?
Eh, niente. Adesso ancora più di prima sosterrò che il mio astio verso quest’uomo (e tutti gli altri sono uno scherzo in confronto) è dovuto solo alle idee di merda che propugna.

Capire se una persona è onesta con se stessa 2, la vedetta

Vedetta, perché Nosce Sauton ha vigilato e se ne è venuto fuori con una riflessione proprio bella: precisa e ben argomentata, che ha portato il tema che mi aveva appassionato nel post precedente a una conclusione più che soddisfacente per me.

Nell’ordine: schiva il rischio del solipsismo su un argomento tanto ‘sottile’, riflette sulla difficoltà di essere consapevoli dei propri limiti, afferma la necessità delle illusioni per vivere, ma insiste sul fatto che la vera onestà con se stessi consiste nell’accettare queste illusioni e riconoscerle per quello che sono.
Non contento identifica dei segnali comportamentali molto precisi, che potrebbero essere la manifestazione di una onestà intellettuale che ci aggrada.

Ve la riporto, per chi l’avesse persa tra i commenti

CITAZIONE

Capire se una persona è onesta con se stessa…

Subito va messo in chiaro il punto che, se non isolato, rende l’intera discussione irrisolvibile: la visione solipsista della questione. Io stesso spesso soffro nel portare avanti un ragionamento perché pare che l’unica cosa che possiamo esperire propriamente sono le nostre stesse sensazioni, il resto si scioglie nel nostro pensiero e l’interiorità degli altri ci risulta inaccessibile.
Quindi facciamo finta o speriamo (dipende dai punti di vista) che esprimerci su qualcosa che ci è esteriore è lecito.

In secondo luogo, possiamo dire che conveniamo sul dire che l’onesta con se stessi è la capacità di rilevare e accettare le illusioni fino a dove le nostre capacità sensibili e sensoriali ci permettono.

Quindi, per poter dire che una persona è onesta con se stessa dobbiamo accertarci che questa persona non alimenti appositamente le illusioni e provi con “tutte” le proprie forza a scavare nella profondità del gioco interiore.
Anche qui il concetto di “mettercela tutta” subisce l’attacco della domanda: “Come si fa a sapere che la persona si impegni fino in fondo?”… Ecco, la stessa questione della premessa, di per se non lo possiamo sapere e non possiamo averne la certezza, presupponiamo che la buona fede ci sia e passiamo ad osservare se ci siano delle azioni che assomiglino a uno sforzo vero e proprio.

Infatti qui arriviamo ai criteri con cui giudico l’onesta.
Per poter rilevare e accettare delle illusioni dell’esistenza bisogna saper: osservare, dubitare, sia pensare in maniera logica, sia dare libertà al sentire in maniera irrazionale, in fine saper accettare di aver sbagliato.
Alcune di queste capacità possono essere osservate.
Così, intuisco che una persona è sincera con se stessa se:
– non sbandiera delle “verità assolute”
– utilizza spesso “forse” (non in maniera insicura, bensì scettica)
– mette in dubbio le sue stesse dichiarazioni
– mostra aspetti diametralmente opposti della questione che espone e cerca una verità complessa
– sa ridere di se stessa
– non nasconde i propri diffetti
– utilizza pochi sofismi e professa la semplicità di espressione

FINE CITAZIONE (dal commento di Nosce Sauton)

 

Siamo onesti con noi stessi. Ma gli altri?

Vorrei sottoporvi un articolo interessante e la discussione che ne è seguita:

https://noscesauton.wordpress.com/2018/01/24/essere-onesti-con-se-stessi/

Mi ha colpito come una delle questioni più abusate, fino al limite delle banalità da internet, è quella dell’essere onesti con se stessi.

Con Nosce Sauton il discorso si è fatto un po’ più complesso e approfondito, ma è sempre troppo facile considerarsi onesti con se stessi.

E allora mi sono chiesto: e gli altri? Forse gli altri mentono a loro stessi più di quanto non faccia io?
La risposta è ovvia: sì (applausi, grazie).
Ma come faccio a saperlo, io? Come decidiamo quale sia il valore degli altri su una questione tanto privata e impalpabile?
Non è un modo facile per sparare sentenze e pavoneggiarsi (“Io sono sincero con me stesso come nessun altro”)?

Chiaro che chi va dietro a Invisibili Unicorni Rosa qualche fandonia, da qualche parte, se l’è raccontata – e se da questo assunto spacca pure il pazzo al prossimo non è nemmeno consapevole delle favole che si racconta – ma in effetti sono curioso.

Voi, avete mai pensato di giudicare il vostro prossimo, i vostri amici o i vostri familiari sulla base della capacità di sopportazione delle verità, anche le più sgradevoli?

Sono curioso: come capite se la persona che avete davanti è onesta con se stessa?

 

 

Vasi di coccio in mezzo a vasi di.

Tutti così impegnati a infilarsi penne nel culo per sembrare galli in un pollaio mondiale – che poi a ben guardare sono in pochi a razzolare appena appena un po’ più lontano.

Forse per il lungo lavoro di autodistruzione a cui mi sono sottoposto, ma di questa competizione non mi interessa affatto la mia autoaffermazione.
Al massimo potrei traghettare altre anime fragili attraverso la catarsi dell’annullamento, povere loro.
Non posso dire proprio lo stesso dei miei antagonisti in internet.

Eppure a metà di una riflessione sulla materia di cui sono fatti i vasi delle persone che si scornano in internet – mi sono interrotto.
Ho avuto una rivelazione.
Non è tanto importante se sei un vaso di coccio o un vaso di ferro.

L’importante è cosa contieni, e in ogni caso quel buco sul fondo diventa una questione igienica.

Taglio

essere nella età della nigredo – l’opera al nero di André Delvaux (1988 ) ita

« che non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di essere capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto »
Scrivete questa frase sui muri delle scuole, sulle facciate degli edifici, nel cielo, con delle scie chimiche di vapore acqueo.

l'eta' della innocenza

La “nigredo”, conosciuta anche come “opera al nero”, è la prima e fondamentale fase di ogni processo alchemico.
Il processo della morte dell’Io cioè di tutti i desideri personali è l’Opera al Nero, la putrefazione.
Nel periodo della nigredo, ogni elemento materiale, psichico, spirituale, viene gettato in un luogo di putrefazione, per divenire lentamente parte di un “tutto” nero e indiviso.
Così come il seme, per dare frutto, deve morire e spaccarsi, ogni frammento materiale, per poter contribuire alla Grande Opera, deve prima essere abbandonato alle tenebre del suo sfacelo fisico, affinchè le impurità inizino ad abbandonarlo e l’intima natura degli elementi possa prepararsi per una profonda e successiva purificazione (“albedo”).
L’Arte della Nigredo identifica, quindi, la fase preliminare di introspezione sensoriale (presa di coscienza) dell’esistenza di fattori, elementi e complessi inconsci che ci fanno percepire le immagini come un pallido riflesso della realtà.



L’opera al nero è un romanzo…

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Infiltrati di Natale

Per usare un eufemismo, non sono proprio un credente.
Diciamo piuttosto che sono una brutta persona, senza troppe illusioni, spietata con se stessa più che con gli altri, perché se conosco i miei limiti, vedere gli altri sbatterci il muso mi suscita solo pietà umana, e quindi sono anche supponente e spocchioso.
Con queste premesse avrete capito già che non passo le sere della settimana con il gruppo del catechismo, non proprio.

Frequento e mi sollazzo con altri agnostici durissimi miei pari – e tanti, devo ammettere, sono pure peggio di me, e lasciano il mio agnosticismo ‘morbido’ nella polvere, dilaniato da morsi di sarcasmo ateo infedele e puzzolente di zolfo.
Come piace a me.

Durante le feste in particolare mi trovo in una situazione drammatica: alcuni amici atei hanno la famiglia molto lontana, oppure non festeggiano per i sacrosanti fatti loro, e io invece, come un agnostico supremamente indifferente mi faccio delle grasse scorpacciate ai pranzi e ai cenoni in famiglia, con il beneplacito delle festività natalizie, mutuando da certe sette buddiste la pratica della mimesi religiosa.

Cioè, non mi sento meno agnostico perché amo stare in famiglia e mangiare nel nome di qualsiasi divinità, o andare a messa e osservare questi bizzarri riti religiosi.
Se li aiuta a stare meglio e non mi scassano le palle sono solo contento per loro, che i loro occhiali rubino all’alba un po’ di notte, a me frega di mangiare in compagnia, ridere, litigare, abbracciare i miei cari.

La cosa ridicola è che poi mi sembra di essere un infedele non all’altezza dei miei amici mangiapreti

Per dire che anche tra i non credenti se non si sta attenti si finisce per fare a gara di non credenza.

Come nota a margine però vorrei riportare l’attenzione sulla pratica buddhista (setta Nichi-Ren) della mimesi che ho citato prima.
Cioè, per questi buddhisti le altre religioni sono esclusivamente un fatto folkloristico (esatto, hanno ragione), per cui non è necessario rinnegare nessuno dei comportamenti esteriori richiesti dalle altre fedi per potersi comunque definire buddhisti.
Lo sapevate?
Il vostro vicino di banco alla messa di Natale avrebbe potuto essere un buddhista, ad esempio, oppure un agnostico laico come me, e voi non potreste nemmeno sospettarlo.
Vostro marito, vostra moglie, i vostri figli, tutti i baciapile di questo mondo, potrebbero essere buddhisti (o agnostici, o me) sotto al vostro naso.
Insospettabili. Mescolati tra gli sciamannati di ogni bandiera e partito, segretamente indossano scolapasta in testa nelle rispettive cucine, prima di servirvi un piatto di spaghetti alle polpette al cenone di natale o un kebab alla fine del ramadan.

Miei cari integralisti, qualunque sia la vostra religione, non dovreste dormire sonni tranquilli.

Scrivere senza scrivere

Ma si può?
C’è un premio “scemo” per chi pensa ogni momento libro alla scrittura e non scrive mai?
Datemelo, è mio.

Però leggiucchio. Merda, nel caso voleste consigli letterari. Leggo merda perché è molto più comune della roba buona, e poi è saporita: se ve lo dice Leo Ortolani volete non crederci?
Qui, se vi siete persi il suo genio.

Però penso, a corrente alternata, quando l’orologio si scorda da che parte dovrebbe far girare le lancette.
E penso a cosa non va nella mia non scrittura e nei miei scritti di quando scrivevo.
E poi trovo scrittrici in erba che invece spaccano di brutto (e odorano di professionismo e di cyberpunk che mi piace un sacco), e ripenso alle stesse cose, che un pensiero nuovo qui mai eh, proprio vietato dalla realtà contingente e poliziesca.

Sto pensando se tutti quei discorsi sul lavorare a togliere non facessero riferimento anche ai temi dei racconti.
Nel senso: scrivere di morte e di tortura e di sevizie e di omicidi in interni familiari non è un po’ dilettantesco, alla fine?
Certo, Breston Ellis e Ian McEwan (“Lettera a Berlino”) lo fanno alla stragrande.
Però, ecco, sono Ellis e McEwan, e quando ci arrivano loro, l’orrore ti fa perdere l’equilibrio come uno tsunami.
Se lo faccio io si sente lontano un chilometro che è oltre la mia portata, che non lo capisco fino in fondo, e quindi non posso trasmetterlo (e sì che un po’ di distopia nella mia vita l’ho avuta).

Questo per dire che l’unica novità nell’orizzonte dei miei pensieri ciclostile è l’idea di scrivere di cose più ‘piccole’, drammi solo ombreggiati.
La morte, che comunque non può mancare, deve restare sullo sfondo, molto sullo sfondo. L’orrore, se proprio deve esserci, deve esplodere in 4 righe, e poi scomparire.

Lo so, questi proponimenti di realismo alla Checov si coniugano male con la narrativa di genere, la fantascienza, il noir.
Ma, pensandoci, la fantascienza non nasce già per parlare con allegorie di quello di cui non si può parlare esplicitamente?
E il noir di Gibson non fa esattamente questo? Ellissi, ellissi a tutto spiano, eludendo ogni orrore e ogni morte, lasciando che restino sempre (o quasi) fuori scena?

Così il lettore può immaginarsi meglio il peggio.

 

 

Un posto in prima fila.

Eh, gran bel post con riflessioni giustissime su un problema che, volenti o no, ci tocca tutti.

Ri-linko per praticità (è in fondo a questo mio pippozzo):
https://nonsiseviziaunpaperino.com/2017/11/27/un-posto-in-prima-fila/

Io non partecipo alle manifestazioni, ma in principio sono d’accordo su tutta la linea del problema: esiste il sessismo e bisogna combatterlo, esiste la violenza sulle donne in mille forme e cerco di comportarmi trattando le persone come pari, indipendentemente se uomini o donne – per un senso di giustizia personale, se non altro.

E poi c’è confusione – anzi, IO sono confuso – perché sembra non essere questa la materia del contendere. Sembra che il problema vada oltre la realtà sociale, in una ridefinizione della realtà stessa in qualcosa di orwelliano, in chiunque potrebbe essere – anzi, È – il nuovo Weinstein; e non servono nemmeno condanne giudiziarie: la semplice appartenenza al genere maschile è già sufficiente per stabilire la colpa (cfr http://www.wittgenstein.it/2017/11/13/molestie-sessuali-garantismo/ e http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/11/14/le-donne-parlano-molestie-problema-del-garantismo/ – il “problema” del garantismo! “Problema”!!!).

E la mia bussola sballa completamente: dove devo mettermi in una situazione in cui sarei d’accordo, ma in cui l’accusa va oltre ogni mia sensazione di ciò che è ‘giusto’ e si chiede di sfondare ogni resistenza – perché il femminismo radicale considera sbagliati già gli assunti sulla cui base giudichiamo, e ne propone altri, nuovi, e ogni resistenza a questa nuova prospettiva non è mai ragionata o ragionevole – non può esserlo, visto che si parla di assunti – ma è dovuta solo alla protezione di privilegi patriarcali.

Ecco, ora ci tengo a sottolinearlo, anche se sarà difficile credermi (d’altronde un pisello ce l’ho, e non depone a mio favore), ma questa mia obiezione è esclusivamente formale: non sto sindacando sul contenuto, su cui ho già detto sono assolutamente d’accordo.

Queste sono argomentazioni non-logiche – e mi spiace dirlo, ma vanno fermate: non me ne frega niente se la causa è giusta e il patriarcato si è comportato male e ha preso possesso del mio corpo e della mia tastiera.
Il problema è lo stesso del mansplaining: come definisci il mansplaining quando magari la donna ha DAVVERO torto?(oggettivamente dico! Mica tutte le donne sono Rebecca Solnit e mica tutti gli uomini spiegano solo ovvietà! Potete averne una prova concreta qui: https://wordpress.com/read/feeds/39159/posts/1660151862).

Forse qualche intellettuale migliore di me potrebbe dirlo ad alta voce? Che per ragionare insieme su un problema che c’è, che esiste, e che è giusto affrontare e risolvere insieme, occorre per prima cosa convincere (con-vincere, vincere insieme).

Ecco, questo è il mio mansplaining, se così volete chiamarlo, ma se avete una idea migliore e siete convinti che io abbia torto dimostratelo! Ma fatelo con argomenti che siano almeno quasi-logici, che sennò da qualche parte Perelman/Olbrechts-Tyteca piangono, come gli angioletti quando un bambino bestemmia.

Aggiornamento sull’onda della sincronicità: un secondo dopo trovo questo: https://bagniproeliator.it/il-nuovo-codice-di-hammurabi/
Nebo non è la stella più brillante del firmamento, e non lo consiglio ai dotti lettori del blog per una lettura colta (ma scrive benissimo e fa riderissimo quando ci si mette), però il suo taglio è simpatico e orribilmente maschilista misogino sciovinista al rogo lui e tutti gli uomini del patriarcato!!!!!1111!!!!

non si sevizia un paperino

collodipapero

Ultimamente m’è presa un po’ di pigrizia. Anzi, a dire il vero m’è presa un po’ di quella sensazione di noia mista a inquietudine che i colti chiamerebbero uggia e che io, in più prosaicamente, tendo a chiamare pesantezza di culo. Dev’essere che mi sono un po’ rotto le palle del continuo polarizzare verso gli estremi qualsiasi discussione, sia che si parli di temi complessi come l’immigrazione, sia che si parli di temi etici, sia che si parli di puttanate come l’ananas sulla pizza o la pubblcità dei Buondì, dimenticando il fatto che – di base – con la propria opinione (soprattutto espressa online, e in particolar modo su Facebook) ci si potrebbe anche pulire il culo, e il fatto di ritrovarselo più merdoso di prima dovrebbe dare la misura dell’utilità dell’opinione stessa, e nel dire tutto questo mi riferisco ovviamente anche alla mia, di opinione.

Ma ogni tanto…

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Altri dicono cose che

Il taglio tecnico del Post sul tema del neoliberismo.

http://www.ilpost.it/2017/11/19/dibattito-neoliberismo/

Articolo da leggere con attenzione.
Ho apprezzato molto il velato riferimento a Zizek: “alcuni intellettuali”

A me sembra un articolo scritto per difendere a oltranza, un po’ come quelli che dicono “il comunismo è buono, è solo che è stato messo in pratica male”.
Li faccio anche io discorsi così, pari pari. E dico che il problema è la formula di governo dittatoriale, non il colore con cui si dipinge.

Certo.

Però qui il discorso è diverso: non parliamo di ideologie realizzate in formule di governo  nefaste.
Parliamo di ideologie economiche che fanno danni come e più delle ideologie politiche, perché lo sono esse stesse – e non sono soggette alle formule di governo, perché vengono adottate indistintamente dalle dittature e dalle democrazie (sempre che esistano ancora).

Il neoliberismo richiede libertà di mercato e assenza dello Stato dagli affari economici, se dobbiamo applicare il neoliberismo limitando la libertà di mercato e salvaguardando lo stato sociale allora ha proprio ragione Zizek: chi ha sensi di colpa nega le proprie stesse affermazioni, e finisce per bere caffè decaffeinato.