Asocial

Ho rifatto un giro su FB.

A fronte di un solo commento positivo ricevuto ho rotto gli zebedei a quei pochi contatti che ancora leggo e stimo, riconfermandomi persona poco gradevole, e inadatta a leggere stronzate sui social

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Similitudini

In misura minore questo è quello che succede ai cervelli di tutti, e nelle mie elucubrazioni sull’identità volevo solo spingere un pochino l’acceleratore, e vedere dove avrebbero potuto portare certi meccanismi.
Sono circa 1400 parole, e si dovrebbero poter leggere in circa 5 minuti.
Se vi sembrano 86 minuti avvisatemi: forse mi è sfuggito qualche refuso.
Se vi sembrano solo 2 minuti avvisatemi: è ora che scriva qualcos’altro.

Era proprio lei, voglio dire, non mi sono confuso. Gabriella me la ricordo bene, mi ero preso una cotta mica da ridere al liceo, più di venti anni fa, eppure ora stava lì, di fronte a me, davanti alle porte del vagone della metropolitana, e non ancora diciottenne.
Non era invecchiata di un giorno, e se non fosse stato per i jeans attillatissimi  e il giubbotto in pelle alla moda, non mi sarei accorto che era solo un’altra ragazza che le assomigliava.
Le assomigliava in maniera sorprendente.
La ragazza si ravviò i capelli dietro l’orecchio, con un gesto che mi era tanto familiare anche dopo tanti anni, e si preparò a scendere dalla metropolitana.

Fu l’impulso di un momento, ma la somiglianza era impossibile, così senza pensarci scesi anche io, anche se non era la mia fermata.

Stazione sconosciuta, corpi, cappotti, valigette, cappellini, trolley, cartelloni pubblicitari e piastrelle ingrigite dalla patina di umanità.
E in mezzo alla folla persi di vista la ragazza che tanto assomigliava alla Gabriella del mio passato, ma ebbi comunque una sorpresa: Dario, il mio amico dell’università! Eravamo stati inseparabili per anni, al punto da essere stati insieme alle stesse ragazze (Elisabetta e poi Michela: la prima è stata con me qualche mese prima di invaghirsi di Dario, l’altra è stata tre anni con lui, prima di mollarlo e mettersi con me dopo finita l’università).

Mi sbraccio e attiro la sua attenzione, ma Dario non mi riconosce: in effetti non ha nemmeno un capello grigio e sembra un impiegatuccio appena assunto, con il completo che cade grande sulle spalle e i pantaloni troppo lunghi sulle gambe magre, mentre come mio coscritto dovrebbe avere almeno una ampia pelata, e più di qualche capello grigio.
Sembra addirittura un po’ spaventato per il mio saluto e accelera il passo.

Devo essermi confuso.
Due volte di fila.
Resto pensoso sulla banchina in attesa del prossimo treno della metropolitana, ma vengo distratto da una signora che mi chiede l’ora.
È Elisabetta. La stessa Elisabetta che il sosia di Dario mi ha fatto tornare alla memoria. Per non sbagliarmi controllo bene le piccole rughe intorno agli occhi verdi: sembra molto abbronzata, e questo fa risaltare il suo sguardo. Quando siamo stati insieme, per quanto la nostra storia fosse durata solo pochi mesi, era già molto consapevole della profondità del suo sguardo, ma con questo trucco pesante l’effetto si accentua, e mi sembra di perdermi nei suoi occhi.

“Elisabetta! Che piacere rivederti! Dopo tutti questi anni…”, ma la frase mi muore in gola.
Gli occhi bistrati sono atteggiati a smarrimento. Sorride solo con la bocca, denti bianchi, e mi dice la frase di circostanza “mi spiace, ma forse mi confonde con qualcun altro”.
È il mio turno di essere smarrito. Mi scuso, ma non riesco ancora a capacitarmi della incredibile coincidenza. Mi scuso ancora, le dico l’ora, mi faccio coraggio: le dico che la mia amica aveva un piccolo tatuaggio dietro l’orecchio, e la signora ride e mi mostra che lei non ha e non ha mai avuto simili tatuaggi. Mi mostra la pelle dietro entrambe le orecchie, per farmi verificare. Non è Elisabetta, si chiama Caterina. Eppure ogni movenza, il taglio della bocca, le dita lunghe delle mani. Come avrei potuto distinguerla?
Sono evidentemente confuso, ma per darmi un tono e cercare di ricompormi rido con lei, e ne approfitto per invitarla a prendere un caffè. Non le sfugge come questo approccio sia una richiesta di aiuto, a malapena camuffata: qualcosa di strano mi sta succedendo, e ho bisogno di avere qualcuno vicino per ricomporre il mio mondo.
Il fatto che lei assomigli tanto a Elisabetta poi mi sbilancia continuamente: non riesco a non rivivere le stesse sensazioni che provavo oltre venti anni fa, quando non stavo nella pelle per avere stretto un rapporto con una ragazza tanto bella. Non riuscivo a staccarle le mani di dosso, e mi sembrava di avere il mondo tra le mani.
Ora devo fare uno sforzo per non lasciarmi andare come avevo fatto allora.

Ci sediamo in un caffè e ordiniamo. Lei mi studia con attenzione, mentre mi tengo le mani in mano. Se non le tenessi so che tremerebbero per l’eccitazione di ricordare Elisabetta e per la stranezza di non riuscire più a arginare i ricordi di così tante persone del mio passato, che continuano a comparirmi davanti.
Il cameriere è identico a mio figlio, solo non ha quel ridicolo orecchino e si è lasciato crescere il pizzetto. La passante che ci sfiora potrebbe essere la mia maestra delle elementari, se non fosse morta da quindici anni. Il signore distinto che sorseggia un caffè nel tavolino accanto al nostro è identico al mio insegnante di nuoto, invecchiato e smagrito, ma è indubbiamente lui.
È come se si fosse rotta una diga nella mia mente.
Mi passo il fazzoletto sulla fronte sudata, e mi accorgo che Caterina mi sta fissando con una espressione accigliata: “lei assomiglia molto a un mio vecchio amico, me ne sono accorta solo ora che si è asciugato la fronte come faceva sempre lui. Mi manca molto.”

Il sorriso che mi rivolge è molto triste, e cerco di sorriderle di rimando, ma credo mi riesca solo una smorfia pietosa: lei per me è e continua a essere Elisabetta.
Provo le stesse emozioni di quasi venti anni fa, ma questo momento che ripete il passato non mi appartiene. I miei sentimenti si ribellano contro quello che so.
Questa donna si chiama Caterina, mi ricorda Elisabetta. Si muove come lei, ma è un’altra persona.
Se davvero anche io per lei sono un simulacro di un passato che non avrebbe dovuto ripetersi, mi vergogno di essermi asciugato la fronte con quel gesto distratto.
Mi imbarazza avere rubato un gesto a qualcuno che l’aveva posseduto prima di me.
Mi svilisce essere paragonato e assimilato a qualcun altro, a uno sconosciuto di cui non so nulla, se non che è stato importante per Elisabetta. Caterina, volevo dire che è stato importante per Caterina.

Intorno a noi anche i passanti cominciano a mostrare gli stessi preoccupanti segni: il figlio che vedo nei weekend, sbarbato e in divisa da cameriere, approccia il distinto insegnante di nuoto, che forse non ha mai nuotato in vita sua e gli dice: “Scusi se la disturbo, ma lei è identico a mio nonno! Sa, è mancato pochi mesi fa”.

Cancello presto la stortura che mi deforma la bocca, e che avrebbe voluto essere un sorriso di comprensione per la mia compagna di sventure, e mi concentro sulla situazione, che non può essere vera.
Forse si tratta di una malattia cerebrale. Forse è grave. Magari è anche contagiosa.
Una di quelle nuove epidemie che spuntano fuori ogni tanto, e nel giro di due settimane diventano un passato allarme sui telegiornali, dopo che il virus è stato isolato e neutralizzato: le migliaia di vittime presto dimenticate da tutti, eccetto che da chi le conosceva, per cui diventano una storia da raccontare.
“Un mio caro amico! Un parente! Una fidanzata! È morta per quella famosa malattia, quella che poi hanno debellato”.
E poi la mia fantasia conclude questo dialogo immaginario chiudendo il cerchio: “Lei le assomiglia moltissimo…”

Non aspettiamo oltre la reazione del signore al riconoscimento da parte del cameriere: mi alzo e afferro la mano di Elisabetta (Caterina!). Le faccio segno che non c’è tempo da perdere.
Lascio gli spiccioli sul tavolino e ci allontaniamo veloci.
Sui marciapiedi intanto chi non ha una faccia stravolta e gli occhi bassi sfida e riconosce i propri fantasmi negli altri passanti.
Tutti si riconoscono.
Io tengo la testa bassa, ma quando sbircio avanti rivedo persone che non sapevo di ricordare. Compagni di classe delle elementari, sbiaditi, riprendono forma fisica.
La mia pediatra, colleghi, professionisti, amici, e via via fino ai conoscenti occasionali, di cui non ho mai saputo il nome, ma di cui riconosco perfettamente le fattezze nelle persone di cui incrocio lo sguardo.
I passanti sono coloro che passano, ma mai avevo dato il giusto valore a questa parola.

Una o due persone mi riconoscono a loro volta, e mi chiamano addirittura con nomi che non mi identificano: “Claudio!”, e poi “Antonio, cosa ci fai qui in città?”
Mi sforzo di ignorarli. Tiro la mano di Elisabetta per non lasciare che venga riconosciuta nei passati di altri passanti. “Sabrina!” “Marta!”.
Nomi propri, senza nessun corpo su cui fissarsi.

Quando non riesco più a trattenermi ci infiliamo in un portone aperto e senza nemmeno più sapere cosa sto facendo la abbraccio e scoppio a piangere.
Anche lei risponde al mio abbraccio, e sembra che non sia passato nemmeno un istante da quando facevamo all’amore e non ci toglievamo le mani di dosso. Cerco la sua bocca e ci baciamo nel sapore delle lacrime, con la passione data dalla paura.

In un soffio mi escono le parole che tenevo strette, che più di ogni cosa volevo seppellire dentro di me: “Elisabetta ti amo, ti amo, non ho mai smesso di amarti in tutti questi anni”.
“Lo sai che non possiamo stare insieme Franco, lo sai” mi risponde lei “dobbiamo smetterla di vederci, anche se mi manchi. Quanto ti desidero ancora adesso, Franco!”

Io non dico niente. Non voglio niente altro che abbracciarla, e vivere ancora quel sogno che sembrava passato irrimediabilmente.
Mi chiamavo Guido.

Identità e innovazione

Sì, l’identità personale mi interessa molto, avendo vissuto esperienze piuttosto peculiari ed estreme al riguardo.
L’identità personale non esiste per vezzo: è connaturata alla vita perché serve alla sopravvivenza. È una illusione, certo, ma una illusione indispensabile, e guai a rivoltarcisi contro!

Ho letto articoli interessantissimi (ad esempio uno che ricordava l’identificazione nazionale in opposizione a quella di classe, e di come questa identificazione sia stata pilotata: questo è il genere di cose che periodicamente mi dimentico, è che fa sempre bene ripassare), ma alla fine sembrano proprio negare la necessità di una identità.

Certo: l’identità, vista da vicino, scompare. Anche la materia, vista molto da vicino, scompare. Siamo tutti fatti di vuoto, a ben guardare, ma è una scala troppo piccola per avere un impatto corretto sull’esperienza umana.
La materia ci appare solida. L’identità ci appare necessaria. Per l’esperienza comune entrambe queste apparenze sono verità fondate.

Mi permetto di svelarvi un trucchetto che ho imparato a mie spese, e che vorrei tanto venisse capito anche dalla sinistra italiana (uhm, o da quello che più le assomiglia. Scusate, riformulo: dai brandelli sfilacciati di quella cosa che una volta avrebbe voluto assomigliarle), magari lo conoscete già.

L’identità è un meccanismo controintuitivo: si rilassa quando viene rinforzata, e si irrigidisce quando è indebolita.
Ci vuole una personalità solida per lasciarsi andare e passare una bella serata tra amici. Bisogna essere definiti per relazionarsi con piacere e successo con gli altri.
Chi non ha chiari i confini tra se stesso e il resto del mondo si integrerà male nella vita sociale. Farà fatica a distinguere gli scherzi dagli insulti, non avrà una persona (intesa anche etimologicamente come ‘maschera’) in grado di entrare in empatia con gli altri.

Se si propone l’internazionalismo e la cooperazione “dall’alto”, magari a una popolazione italiana che è stata insultata ripetutamente dalla Storia e dai suoi stessi governanti e dalle sinistre internazionaliste, i risultati saranno inevitabilmente fallimentari, ma se invece si valorizzeranno le identità e le si definiranno in maniera positiva, pur con tutti i difetti, allora forse sarà possibile anche capire come è fatto l’altro, riscontrarne le differenze e lasciare che l’altro sia diverso – perché la sua diversità non sarà una minaccia a una identità forte.

Poi, appena avrò un attimo per pensarci, proverò a traslare questa intuizione anche al mondo aziendale: state pure con il fiato sospeso, in 25 / 30 anni ce la dovrei fare!

Sorgente: Identità e innovazione

È più forte di me

La speculazione è come una droga, e ci casco ogni volta.
Ad esempio ultimamente sono molto affascinato da una concezione ‘mercantile’ della identità personale, per cui in ogni interazione si “posiziona” la propria identità come fosse un prodotto, in relazione alle identità degli altri con cui entriamo in contatto, e con cui contrattiamo per stabilire i termini della relazione e il valore reciproco.

Il timido chiarirà subito di non aspirare a nessun esercizio di potere nella relazione, il bullo invece chiarirà di valere di più, e quindi di meritare il comando.
Due personalità remissive faranno a gara nel rimettere le responsabilità l’una all’altra – facendo se necessario a gara a chi vale di meno.
Nel caso ci fossero due o più galli nel pollaio il conflitto sarebbe l’unica possibilità, perché la collaborazione non può essere imposta a chi sta già contestando l’autorità reciproca, e il primo dei due che avanzasse una proposta collaborativa dovrebbe farlo da una posizione supplice, e quindi cederebbe implicitamente la leadership.

I termini di questa teoria sono cinici, per gusto personale, ma ammorbidendoli si raggiunge semplicemente la consapevolezza che viviamo immersi in un ambiente di comunicazione relazionale efficace e funzionale, e questa teoria è applicabile praticamente a qualsiasi interazione, incluso il discorso amoroso, in cui ‘vince’ chi riesce a far percepire il proprio ‘valore’ come superiore a quello della controparte, e quindi di essere più appetibile sentimentalmente.

Più ci penso, poi, più mi accorgo che le mie mele non cadono mai lontane dall’albero della pragmatica della comunicazione.

A mia parziale discolpa per questa elucubrazione bisogna anche aggiungere che nel weekend ho avuto possibilità di raccontare e creare storie e personaggi con un bel racconto orale, che mi ha dato una valvola di sfogo alla fantasia, quindi per oggi ancora non sento il bisogno di raccontare storielle (e quindi elucubro)

Mucca spiaggiata — duepunti

Però penso che questo evento sia stato interpretato da un punto di vista specista: mi aveva colpito il titolo proprio perché restituiva l’intenzionalità dell’atto al soggetto, in questo caso la mucca.
È stata una mucca avventurosa fin dai primi giorni di vita, quando la mamma era già preoccupata si trattasse di una mucca pazza.
E invece lei non lo era: invece di brucare come tutte cercava di arrampicarsi sugli steli d’erba (visto che gli alberi era troppo alti e verticali per lei), e ci riusciva!
Crescendo non voleva rassegnarsi a una routine di pascoli alpini nella sua Austria natìa, quindi prese il coraggio a quattro zoccoli, fece fagotto e facendo autostop giunse fino in Spagna.
Barcellona la accolse come una cittadina, ed erano mojiti e aperitivi e feste ogni notte, ma presto la nostra mucca si stancò anche di questa vita, che non le lasciava spazio per coltivare la sua interiorità.
E fu così che piano piano si spostò verso un altro stile di vita, più salutare: prese a fare lunghe nuotate nel Mediterraneo. Aveva finalmente trovato la sua dimensione. L’esercizio fisico la fece sentire bene come nemmeno i pascoli alpini, le lunghe immersioni le consentirono di adattarsi a una dieta di sole alghe (che, si sa, sono molto nutrienti), pesci e squali, lungi dall’attaccarla si incuriosivano e attaccavano a parlarle, con quel loro dialetto un po’ sottovoce, un po’ laconico, e lei rispondeva sempre facendo un sacco di bolle, prima di riemergere a prendere fiato.
Sentiva già un accenno di branchie crescerle sotto le corna.
Dal Mediterraneo all’Oceano il passo fu breve. Trascorse gran parte della propria vita adulta tra il Mar dei Sargassi e il Triangolo delle Bermude, dove assistette e partecipò ad almeno un paio di ammaraggi e naufragi.
Diventata vecchia nuotò di nuovo nel Mediterraneo, dove si spense serenamente davanti alle coste di Barcellona.
Il mare si prese le sue spoglie mortali, o almeno, parte di esse, e poi le correnti un giorno la fecero spiaggiare come tutti possiamo vederla

Oggi la mia solita passeggiata sulla battigia mi ha riservato una brutta sorpresa: una mucca spiaggiata. Vedetela bene la foto nei dettagli. La parte bianca a filamenti era il corpo. Se non ci fosse stata la testa sarebbe stato ben difficile identificarla per quello che è o che era. A riguardare la foto, non ritrovo […]

via Mucca spiaggiata — duepunti

Identità, di nuovo

E niente: l’identità è un concetto che acquisisce significato solo nel conflitto, e ne è indissolubilmente legato.
Pensavo di essere molto più neutro, molto più blando prima di mettermi in contatto con l’universo di blogger internettiani di WordPress.
E invece…

Prima gli integralisti cattolici, incapaci di argomentare e di capire qualsiasi argomentazione che non contenga l’assunto “Dio esiste” (“ed ha la barba e i capelli bianchi, perché lo dice Babbo Natale”, aggiungerei per dare la prospettiva delle capacità logiche).
Se nessuna argomentazione logica è accettata capirete che non è più possibile ragionare come con degli esseri umani, ma solo ringhiare come cani. Io ne ho abbastanza, grazie.

Poi, a riprova che non sono *solo* un mangiapreti, ho scoperto filosofi mussulmani incredibilmente polemici nella condanna al terrorismo.
Certo, è vero che le vittime tra le popolazioni civili di entrambi gli schieramenti in una guerra sono ben più di un danno collaterale: sono una vergogna e una tragedia, quindi non intendo giustificare gli eserciti ‘occidentali’ (se i mussulmani antagonisti possono entrare in questa definizione), ma direi che ogni accenno alle colpe dell’altra parte inevitabilmente giustifica la propria. Quindi, un filosofo (sedicente, a questo punto) mussulmano, che citi le vittime civili delle guerre medio-orientali prima di dare un lievissimo buffetto ai terroristi dell’ISIS secondo me è una bestialità inaccettabile, senza nemmeno contare che il mondo mussulmano ha invece bisogno estremo di gente con testa e conoscenza che abbia il fegato di schierarsi apertamente contro la violenza: gente che sostenga l’idea che l’Islam, come il cristianesimo è una religione di pace e di compassione (vorrei che i miei amici mussulmani, così come gli amici cristiani e cattolici avessero molta più voce di certe minoranze belligeranti).
Bene, la violenza, da entrambe le parti, si condanna senza giri di parole, cari estimatori della taqqiya, e si condanna con fermezza, se si vuole davvero gettare un ponte che unisca le diverse culture per un mondo migliore.
Sennò scornatevi con i cattolici integralisti, possibilmente lasciando gli onesti laici fuori dai vostri giochetti.

Quindi, insomma, come ho già scritto purtroppo non posso più restare in un limbo dopo essere entrato in contatto con idioti conclamati, capaci di ignorare sistematicamente qualsiasi prova della loro stupidità.
Ogni incontro con queste persone mi definisce per sottrazione, mi spiega cosa non sono e cosa non voglio essere – e non posso farci nulla.
Me ne farò una ragione, ma è sempre più agghiacciante che io, nel mio piccolo, debba considerarmi parte non più di una parte rilevante della popolazione italiana capace di leggere e (spero) scrivere, ma schiacciato e strizzato in una elite sempre più piccola di popolazione raziocinante che, proprio per la elevata capacità di definizione e di analisi, è terribilmente litigiosa, e all’interno della quale è molto più facile trovare differenze che similitudini tra i componenti.

Come si fa a insegnare agli altri a non essere solo loro stessi, ma anche ad abbandonare le piccole differenze quando ce ne sono di ben più significative a pochi click di distanza?
Forse una piccola divergenza di opinioni può essere sintomo di grandi differenze sui temi fondamentali, ma questa ipotesi è sempre mediata da diversi passaggi logici.
Anche senza ignorarli sarebbe bene dare una scala di valore alle differenze, prima di perdere ogni possibile unità tra chi ha gli strumenti e la voglia di ragionare per un progresso che sia pacifico e civile.

E adesso basta filosofeggiare, che mi sono annoiato da solo: da domani ricomincio a scrivere solo racconti! (spero)

Perché non riesco ad avere un rapporto sano coi cattolici.

Solita premessa per i miei lettori: se passate sul mio blog presumo siate capaci di leggere e di ragionare, e non avete nulla da temere.
Se pensate che “lo ha detto dio” sia un argomento logico invece è giusto che vi sentiate offesi.

non si sevizia un paperino

collodipapero

Io non riesco ad avere un rapporto sano con chi si definisce coscientemente “cattolico”. Proprio non mi riesce. Adesso vi spiego perché, anche perché ogni tanto sento il bisogno di scrivere qualcosa che, lo so già, verrà condivisa da poche persone: per non litigare con i propri contatti, per vergogna, per un’improvvisa tendenza all’inazione. Succede ogni volta, ma pazienza, forse anche questa cosa è parte del mio problema. Vabbé, via: cominciamo.

Partiamo da una notizia. L’avrete già letta tutti e non è certo la prima del genere, né probabilmente la più grave o eclatante: almeno 547 bambini, tra il 1945 e il 1992, hanno subito violenze nel coro del Duomo di Ratisbona. Stando ad un’inchiesta avviata nel 2015 dall’avvocato Ulrich Weber, sarebbero 500 i bambini che hanno subito violenze corporali e 67 quelli che sarebbero stati vittime anche di violenze sessuali. Sempre secondo Weber sono stati identificati 49 responsabili…

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non fare mai, né dir nulla invano con il volgo

Da sottoscrivere (e da vivere).
Mi spiace per quelli che invece si sono guadagnati il merito di odiarmi (visto che confutarmi non possono – nemmeno se avessero gli strumenti che non hanno)

Nosce Sauton

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“Non fare mai, né dir nulla invano, fu sempre la principale mia massima. E siccome, per mostrarmi io erudito, (se pure stato lo fossi) già non avrei in tutti costoro scemato l’orgoglio, ma di gran lunga bensì accresciuto in essi l’odio e la rabbia della lor dimostrata insufficienza, mi solea perciò tacere, o non parlare, se non richiesto: e ciò brevemente facea, e accompagnando sempre le parole mie col “mi pare”; formula, che tengono essi cotanto cara in altrui, mentre pure non esce mai di lor bocca.
Ma, non crederai tu per ciò, che io avessi concepito il puerile e basso disegno di piacere a tutti, compiacendo ai più, che son di costoro; no; di pochissimi volli, e giovommi, aver l’amore e la stima; degli altri soltanto non volli aver l’odio, il quale, anche non meritato, sempre ad un uomo buono riesce uno spiacevole carico.
A ogni modo viver dovendo…

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Harry Potter e la Pozione di Transustanziazione

non si sevizia un paperino

collodipaperoIl Vaticano tuona: “Basta abusi.”

“Oh, minchia, finalmente!”, ho pensato leggendo i titoli dei giornali. Dai e dai la chiesa si è accorta che gli abusi su minori sono un’aberrazione e che ci siano troppi casi di violenze che vedono coinvolti ecclesiastici è una cosa inammissibile che va risolta subito.

E invece parlavano del fatto che le ostie devono contenere glutine, sennò mamma mia è un disastro, la comunione non è valida, non funziona.

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