Poesia (Gente di Notte, Denise Levertov)

Visto che mi è tornata in mente leggendo questo bellissimo post di 30giorninprova, mi piace rilanciare un’altra delle poesie che, mandate a memoria nel periodo fertile dell’adolescenza (insieme a tante altre di un libriccino bignamino sulle Beat Generation), hanno plasmato la mia visione del mondo.
Incredibile come certe sensibilità si richiamino a distanza di anni e di continenti.
E comunque la Beat Generation è ben altro rispetto alle tirate di Kerouac.
Eccone la prova di Denise Levertov:


Gente di notte
(da uno spunto di Rilke)

Una notte fendente tra te e te
e te        e te        e te
e me        : ci allontana a spinte, un uomo si fa avanti sgomitando
nella folla. Noi non
ci cercheremo, nemmeno
vagheremo, ciascuno per sé, senza guardare
nella lenta folla. Tra i numeri di contorno
sotto le insegna dei cinema,
quadri di un milione di luci,
giganti che si muovono e si muovono ancora,
ancora, su una nube acre di odori,
patate fritte, noci arrostite.

 O salire in un appartamento, il tuo
o il tuo, e ritrovarci

 qualcuno seduto al buio:
chi è veramente? Perciò accendi la
luce per vedere: il nome lo conosci, ma
chi è?
Ma non vedrai.

La luce fluorescente tremola cupa, una
pausa. Ma tu comandi. Afferra
ogni viso, e per i capelli
lo tiene sollevato per te, maschera dopo maschera.
Tu        e tu        e tu        e io        ripeto
gesti che spingono al fare se il discorso
ha fallito                   e parlo
e parlo, ridendo, dicendo
“io”, e “io”,
volendo dire “Chiunque”.
Nessuno.

Denise Levertov

La mia vita è in privato, dovrò conviverci

Sveglia alle 2:07
Sveglia alle 4:22
Sveglia alle 5:31
Sveglia alle 6:18
Sveglia alle 6:55
Sveglia alle 7:30 mi alzo.
Barcollo in cucina, ingollo una colazione. Intera, compresa la tazza del the.
Barcollo in bagno. Mi lavo.
Mi vesto, più o meno (abbinamenti di colori ultravioletti, camice spiegazzate).
Vado al lavoro.
Nel tragitto penso a storie, menate, seghe mentali.
(lungo intermezzo lavorativo, un po’ noioso, un po’ sfiancante, a tratti stressante o emozionante, con delle alzate di qualità strepitose, ma sempre troppo rare).
Torno a casa, baci abbracci.
Bollette, spesa, organizzazione, decisioni, caldaia & idraulico, dubbi, ansie & speranze, linguacce, sogghigni & risate, girandole varie. Scazzi.
Doccia.
Cena.
Cazzeggio.
Vado a letto. Penso a storie, menate, seghe mentali. Dormo. Ma più piccolo, tipo carattere 4, sottovoce.

Ripetere.

Mi chiedo se ho ancora qualcosa da dire. Vorrei scrivere di più, come sempre, ma ho sempre gente in giro per casa, schiamazzi, incombenze, e io ho bisogno di silenzio e concentrazione e noia per bullizzare con profitto e gioia la tastiera del PC, e cavarne qualcosa.
E invece niente.

La vostra vita invece com’è?

Identità e idioti

Se non mi confronto con degli idioti immediatamente la mia autostima vacilla
“L’idiota sono io?” mi chiedo, un po’ spaesato.

Ma questo non è (solo) un problema di autostima, ma di identità, oltre a una approfondita comprensione delle conseguenze della fallacia Dunning-Kruger.
Sto pensando ad alcune storielle, abbozzi di raccontini che un giorno mi piacerebbe avere il tempo di scrivere.
Se non mi trattengo finisce sempre che continuo a parlare di quanto sia difficile stabilire e fermare la propria identità. Evidentemente è un problema piuttosto centrale per me.

Non serve che vi dica che “idiota” rimanda però esattamente al punto di partenza di questo post: un individuo singolare nella sua identità.

Ci ho lavorato tutta la vita, ma ancora mi sfugge come faccio io a essere un idiota, se non ho nemmeno una identità?

Beati gli idioti, che hanno tutte le certezze

Democrazia assoluta

Rilancio un ottimo articolo, che secondo me centra in pieno il problema di certe polemiche su dichiarazioni di esponenti politici del PD (http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/05/12/stupro-piu-inaccettabile-se-compiuto-da-un-profugo-bufera-sulla-serracchiani_06b0e5e6-c3a2-4501-bbad-3d26b070cecb.html)
La questione qui non è il crimine in sé, che è sempre e comunque da condannare, ma la sensazione di tradimento che lo accompagna quando viene perpetrato da un rifugiato, e che pesa come una aggravante.

Qualcuno ha addirittura parlato di razzismo, ma che razzismo sarebbe quello che discrimina sulla base dei comportamenti e non della razza?
Dobbiamo impegnarci tutti di più! Se discriminare sulla base dei comportamenti è razzismo, allora siamo tutti razzisti, ma di bassissima lega (ahah, scusate il gioco di parole).
Io sto davvero diventando un radicale: non importa il colore della pelle, la ‘razza’, le origini e i quarti di sangue blu o verde o viola, la cultura di provenienza, l’antropologia; l’importante è il comportamento, e la capacità di aderire a delle regole laiche di rispetto del prossimo (e dello Stato) che devono essere comuni e condivise, alla faccia del rispetto delle culture diverse, perché se una cultura consente o incoraggia lo stupro (o l’omicidio rituale, o il totalitarismo, o l’integralismo, o qualsiasi comportamento che automaticamente esclude la convivenza pacifica) allora purtroppo è in conflitto con un aspetto imprescindibile della convivenza tra umani, e non può essere tollerato.
Chiamatela democrazia assoluta.

Sorgente: Razzista a mia insaputa (ma in buona compagnia)

Dell’argomentazione

La retorica e l’arte dell’argomentazione sono state certamente travisate e abusate nei secoli, ma un loro senso ce l’hanno.

Qui si segue un grande testo del ‘900, “Manuale dell’Argomentazione” di Perelman -Tytheca, che riporta una etica forte nella retorica, dandole lo scopo e i mezzi per risolvere i conflitti tra gli interessi di tutti gli attori in modo pacifico, trovando una verità che, se non può essere assoluta, almeno può essere condivisa.
Se non è possibile trovare una simile verità almeno si può trovare un compromesso, o un punto di accordo.

Questi propositi si collegano bene a una struttura epistemologica, che aiuti nella ricerca della verità condivisa attraverso degli argomenti che, se non sono logici, almeno sono ‘pseudo-logici’, e possono essere accettati o confutati di conseguenza.

Questa epistemologia, insieme agli studi di Popper e dei suoi successori e contestatori, è alla base della ricerca moderna.

Come funziona una discussione

In breve:
Ogni affermazione è opinabile e soggetta a un assunto di valore.
Partiamo tutti da degli assunti di base, più o meno consci, meglio o peggio espressi e definiti.
In una discussione, se gli assunti non sono condivisi, occorre ‘risalire’ ad assunti a monte finché non si trova un punto di accordo da cui si può iniziare a costruire una visione ‘convincente’ (che fa vincere insieme) della realtà.
Questo si chiama accordo preventivo.

Ad esempio un accordo preventivo è quello sulla logica e sulla validità degli argomenti.
Quanto valgono le vostre affermazioni? Che titoli avete? Che valore ha il vostro ‘argomento di autorità’?

Ad esempio, se non siete il papa, non è una buona idea mettersi a giudicare il cristianesimo degli altri.
Se poi gli altri non sono cristiani (e hanno superato l’esame di terza media) è una pessima idea giudicare la loro religione anche se si è il papa.

In ogni caso, poi, il rispetto per il pensiero e la libertà degli altri sarebbe un ottimo assunto di partenza per cercare un accordo preventivo.

Se non potete portare rispetto per il pensiero e la libertà degli altri invece forse il problema è a monte, ed è che vi siete scordati cosa significa vivere in una società che la pensa in modo diverso da voi, e che magari vi persegue pure perché siete cristiani (o musulmani, o pagani, o quello che vi pare, tanto è sempre la stessa cosa).

La vostra non è fede: è che non avete gli strumenti per contribuire a una società civile – e sicuramente non avete gli strumenti per condurre una conversazione civile.
Siete dei parassiti (dannosi).
Almeno state zitti.

PS: si capisce che a tratti ancora mi capita di leggere e commentare blog di integralisti cattolici? Sapevate che ce ne sono anche in Italia? Vi rendete conto di che razza di pericolo rappresentano per qualsiasi essere umano di buon senso? Cioè, questi sostengono che niente come la chiesa cattolica ha promosso lo sviluppo della scienza.
Sentite anche voi odore di bruciato? Non preoccupatevi: deve essere un rogo d’altri tempi rimasto acceso.

“Il coglione sono io”: un corollario

Continuo il discorso sul mio metodo bizzarro e buzzurro di gestione delle interazioni violente in internet.

Ho parlato male degli omeopatici, dei piccoli grilli, degli obiettori di coscienza che vanno a fare il lavoro contro cui obiettano (non citate Ippocrate, non fatelo, non provateci nemmeno), quelli delle scie chimiche e quelli dei complotti, gli integralisti cattolici e i vegani, e poi ho invitato tutti a considerarsi dei coglioni, non solo le categorie a rischio che ho citato sopra (per cui non ci sono altri rimedi), ma anche i normodotati che si trovano a trattare con le succitate categorie evidentemente disagiate e/o a rischio.

Credo di non aver esplorato abbastanza la mia idea di un approccio che prevede di lasciarsi sorprendere e dare fiducia (pochissima) anche a quello che ci appare il peggio dell’umanità.
Ho paura che non sia nemmeno facile fare degli esempi. Ci provo.

Avete presente che le droghe fanno male, no? Se conoscete, o anche solo avete visto un tossico da lontano, sapete quello che voglio dire. Anche il vecchietto al bar che ordina un grappino alle otto del mattino potrebbe darvi qualche indizio.
Quindi partiamo dall’assunto condiviso che le droghe fanno male, dove per male intendiamo “svuotare una persona della sua individualità e della dignità, senza offrire in cambio nessun beneficio tangibile”.
Ecco, quello di cui sto parlando è la prima volta che avete visto Trainspotting, e una voce di tossico vi dice che, sì, le droghe fanno male, ma prima di fare malissimo sono una figata irrinunciabile.

Ecco, se non lo sapevate che le droghe sono fighissime potreste avere avuto quel momento di folgorazione di cui parlo: sapete già benissimo che fanno male e non cambiate idea, ma vi siete accorti che il “punto di vista” dei drogati abbia un senso, per quanto assurdo.

Io ho avuto la stessa ‘rivelazione’ studiando gli effetti dell’esperienza mistica per la mia tesi: non mi metterò a credere in invisibili unicorni rosa (è  chiaro che esiste un unico e solo Mostro Spaghetti Volante), ma ho capito che è possibile, anzi, necessario!, strutturare un complesso di credenze attorno a certe sensazioni che vengono vissute come straordinarie.

Chiaro, per spiegare una esperienza simile da zero, senza punti di riferimento o cognizioni di causa, bisogna lavorare molto di fantasia, e così ci ritroviamo con molte credenze mistiche e religioni basate più sulla poesia che su un metodo.
Anche i buddhisti e gli induisti, che sembrano un passo avanti, non fanno eccezione.

Alcune religioni sono riuscite più sgangherate di altre, ma accettando che rispondono a un bisogno fondamentale dell’umanità hanno almeno acquisito la stessa dignità dell’eroina di cui parla Trainspotting. Ho addirittura osato abusarne io stesso, giusto per non farmi mancare niente (di religioni, mica di eroina).
Certo, poi Adinolfi e simili (come certi internettari che etichettano come diabolica ogni aspirazione umanista) restano degli sprechi ingiustificabili di neuroni, ma tutti i fedeli di buon cuore sono passati per me dalla categoria “punti interrogativi di buon cuore” a quella “brava gente di buon cuore”.

Insomma: non è detto che i sostenitori della medicina olistica ayurvedica sappiano cosa li muove o cosa stanno dicendo, ma è possibile che stiano assolvendo a una funzione sociale ancora sconosciuta, per cui i loro deliri sulle radici, sparsi in internet, sono l’unica cosa che trattiene Severgnini dall’impollinare tutte le nonne d’Italia.

L’importante è sempre tenere a mente che quasi nessuna certezza è mai basata su evidenze oggettive definitive, nemmeno il pensiero scientifico, ma sempre su scelte e percorsi, che possono anche essere molto diversi, e studi che, proprio se sono scientifici e oggettivi (Popper e pensatori successivi) lasciano comunque sempre degli spiragli di dubbio.
È questo che secondo me marca la differenza tra chiunque e i soggetti che meritano di essere condannati: potete essere stupidi quanto vi pare, pensare quello che vi pare, ma se avrete l’umiltà di farvi i cazzi vostri, discutere civilmente delle idee, e non andrete in giro a criticare gli altri per le loro scelte, nessuno avrà nulla da ridire.

Vediamo chi cade prima (un promemoria)

Stavo scendendo lungo il fiume
Fischiettando un timore solitario
Pensavo a milioni di vite diverse.

Lei scalò danzando la montagna
Spandendo il suo bianco come una fontana
E un indizio di schegge turchesi nei suoi occhi.

Si fece tutta la strada per dirmi che no
Non era possibile che io stessi come stavo

Dissi:
“il tuo detto è a doppio Taglio”.
Lei disse:
“Ehi, questa è una bella battuta, ma purtroppo non è
vera”

Lei disse:
“Stai solo cercando qualcuno che ti ami”.

Ora sappiamo tutti che il mondo sta morendo
E le spese si moltiplicano
Ma puoi provare a fartene anche tu una ragione.
Lascia che ti porti a fare un giro
Ti porterò a fare un giro
‘Ché col tempo
Sarai mia
Quando sarai mia
Andrà tutto a posto yeah!

A quell’epoca non mi sentivo così bene.
A quell’epoca non mi sentivo così bene.
Non bramavo strane soddisfazioni
Non lampeggiavo nel buio della notte
Non andavo per umori aperiodici.

Non soffrivo nessuna morte bizzarra
Non avevo mai pensato che non fosse difficile
Ma quando mi è toccato ho dovuto solo darci un Taglio

Non mi ha mai lasciato sorpendermi o anche solo pensare
Solo agire agire d’istinto
Mi ha lasciato lì, ma non mi ha lasciato scelta.
Ora, ho sentito storie su questo genere di cose
A casaccio ti trascinano dentro,
E ti fanno fare cose che non avresti mai pensato di fare.

Una notte mi ha fatto disperare
Cosa sarebbe successo se qualcuno mi avessero scoperto?
Ancora oggi mi chiedo come l’abbiano saputo.

Cominciarono a spargere voci sul mio stato
Sapete come vanno le cose da queste parti,
Di tanto in tanto hanno solo bisogno di qualcuno da squartare.

I miei sensi sono offuscati ma posso sentirlo
Quattro, cinque anni mi sono stati strappati via.
Se me lo chiedeste, non avrei modo di provarlo.

La puzza di isteria era chimica,
L’aria attorno a me spessa e fisica,
La mia mente girava ma io non mi potevo muovere.
Sarei fuggito via, via, via, via, via, via, via, via…

Via, via, via, via, via…

Ora ho sentito storie su questo genere di cose,
Non perde, le basta lasciarti vincere
Con un po’ di fortuna puoi uscirne senza troppi lividi.

Una tale rabbia da non poterla sfogare
Così tanta energia da non poterla usare
Mi avrebbe fottuto di brutto se non ci avessi dato un Taglio. Yeah.
Non soffrivo nessuna morte bizzarra
Non avevo mai pensato che non fosse difficile,
La prossima volta che mi toccherà sarò pronto, perché ora so.

Sarò pronto
Sarò pronto

Liberamente tradotto da “Let’s see who goes down first” dei dEUS.

Ripeti con me: “sono un coglione”

Ciao

Questo è il mio contributo concettuale al problema delle camere dell’eco e della violenza verbale online.
È solo un abbozzo, quindi lo correggerò ancora qualche volta, anche dopo averlo postato

Chi ne sa di questi argomenti e di comunicazione si orienta verso soluzioni giustamente normative, che regolamentano i comportamenti, ma entro i limiti di legge queste soluzioni non correggono i meccanismi psicologici più o meno profondi che intervengono nell’interazione mediata da social network.
I famosi cani che si annusano i rispettivi culi via cartoline, per sottolineare la continuità dei miei ragionamenti.
Il problema è anche quello del rumore dell’informazione, ovvero delle miriadi di opinioni campate per aria che alla lunga rendono difficile trovare le opinioni autorevoli.

Ecco, io vorrei fornire agli internauti, almeno a quei pochi che passano di qua, e che sono patologicamente interessati alla netiquette, una soluzione piuttosto radicale per uscire dalla propria bolla sociale, e contemporaneamente avere una certezza quasi matematica di rispettare il prossimo e di intavolare conversazioni più civili e proficue.

Questo metodo soft, intimista, che chiamerei “Metodo Ludwig”, sarebbe anche perfetto per tutti quelli che credono fermamente in qualcosa, possibilmente qualcosa di non riconosciuto unanimemente dalle comunità accademiche di riferimento.
Lo so, oggigiorno NULLA è riconosciuto all’unanimità: ogni intellettuale wannabe deve dimostrare di essere più avanti dell’avanti, e di avere delle idee rivoluzionarie e radicali. Oppure di avere scoperto un gombloddo, oppure di avere in mano l’unica vera fede.
Ecco, questo metodo è proprio perfetto per chi pensa di avere la verità in tasca (possibilmente, ma non solo, senza uno straccio di titoli oltre a una bibliografia di 3 libri in croce. letteralmente. “L’università della vita”).
I sciichimichisti sono la croce rossa sforacchiata dagli spari facili, ma parliamoci chiaro, in internet TUTTI danno per scontato che tutti gli altri, e solo gli altri, siano degli idioti; convinzione rafforzata dal fatto che si bazzicano solo persone che ci danno ragione, cancellando, vessando e azzittendo qualunque voce che potrebbe far sorgere anche solo il dubbio sulle nostre qualità e sulla correttezza delle nostre idee.

La mia soluzione è solo un consiglio per chi, oltre a queste convinzioni, ha anche la consapevolezza dell’assurdità della situazione e vuole adottare un rimedio.
Un rimedio radicale: se nessuno ammette di essere nel torto, e tutti affermano di avere ragione, allora anche io, che inconsciamente faccio la stessa cosa, potrei essere il coglione che sbercia idee assurde ai quattro venti (notare come questo argomento scivolerà progressivamente nella metacomunicazione convoluta)(no, ci è appena scivolato irrimediabilmente).
Portando all’estremo questi fatti possiamo desumere che se nessuno ha torto allora TUTTI potremmo essere i suddetti coglioni.

E allora ecco la soluzione facile facile: prima di qualsiasi interazione in internet diamo per scontato di essere noi i coglioni.
Partiamo da questo assunto prima di scrivere qualsiasi cosa, prima di indignarci per una notizia, per un post o per un commento.
Immaginiamo fortemente di aver appena avuto una rivelazione da un roveto ardente nel post appena letto, che stride con tutto quello che credevamo di sapere.
Ci siamo sbagliati e l’omeopatia funziona! Adinolfi è una persona equilibrata! Ma anche la Terra non è piatta! Dei gattini non frega un cazzo a nessuno!

Chi ha fatto un percorso accademico serio, o chi ha una autostima rasoterra, ma soprattutto chi appartiene a entrambe queste categorie, è abituato a mettere in dubbio, discutere e verificare le informazioni e le fonti non avrà problemi a sentirsi coglione per qualche istante, o anche per svariati anni.
Per tutti gli altri il dolore per questa rivelazione sarà lancinante: ti strazia la dissonanza cognitiva di scoprire che il Flying Spaghetti Monster mentre dormi ti infila le sue appendici spaghettose in buchi che neanche vorresti sapere di avere. Ti viene la sciolta e ti vengono le stimmate, da quanto ti fa male la dissonanza cognitiva.
La tua unica speranza di salvezza è di verificare presso fonti neutrali ogni tua affermazione prima di scrivere una risposta ribollente di odio.

A) Trovi conferma sui siti di debunking, dalla comunità accademica, dagli alieni rettiliani: l’omeopatia non funziona. Whew, tiri un sospiro di sollievo e scrivi quel commento velenoso nel forum degli omeopati. Va tutto bene. Il tuo commento però sarà più moderato di quanto sarebbe stato giusto, perché ti sarà rimasto il sottile sospetto di non aver verificato abbastanza bene. Forse da qualche parte qualcuno ha appena scoperto che diluendo l’acqua si ottiene ambrosia curativa. Chi può saperlo?
B) Non trovi conferme univoche. La tua divinità preferita potrebbe non esistere, o magari esiste ma non è un barbone gigante che giudica le tue azioni e quelle degli altri, nemmeno se al gigante barbone copri il volto e gli metti un turbante in testa. Forse il gigante barbuto non è nemmeno Beppe Grillo, e mangia pure carne di vitellino tutti i giorni (tranne il venerdì).
Qui iniziano i problemi, e l’unica soluzione accettabile è un rispettoso dietro-front.
Cancella il commento livoroso e grondante sarcasmo che stavi per postare. Non cercare di spacciare per veri i tuoi princìpi farlocchi. Abbozza. Rinuncia. Riprendi quel puzzle da 5000 pezzi che avevi iniziato a 12 anni e non hai mai completato. Ritirati in montagna. Datti all’ippica. Insomma, ci siamo capiti.

Ecco, non è stato per niente difficile, ora l’infosfera è un posto migliore, il mondo è un posto migliore, l’umanità ha fatto un passettino in avanti, una persona alla volta: questo è il mio contributo migliore. E ora può essere anche il tuo.

Prossimamente: le mie elucubrazioni sulla natura di uno stato laico, di cui, che vogliate o no, c’è tanto bisogno.
Poi ricomincerò a scrivere qualcosa di narrativo, perché scrivere storie mi manca come l’aria che si respira.

Chi sono io, chi sono gli altri (un trattato noioso e approssimativo)

L’interazione tra sconosciuti in internet è un curioso annusarsi reciprocamente i culi, ma a mezzo cartoline postali.

Parlo esclusivamente di me, anche se uso il plurale maiestatis per sentirmi meno solo, ma cerco anche di generalizzare il più possibile, e quindi può essere che leggendo si possano riconoscere altre persone. Se vi riconoscete riguarda il fatto che siete esseri umani, e allora queste riflessioni hanno una parte di validità
Sappiate che non è personale, non lo è per nulla e per nessuno.
Se leggete questo blog vi voglio bene, e se non vi voglio bene sicuramente non mi interessate abbastanza da farmi scrivere una sbrodolata come questa.
A meno che non siate farmacisti o medici obiettori di coscienza, allora mi prenderò prima o poi il tempo per spiegare perché credo abbiate delle idee di merda.

Ogni volta che facciamo una conoscenza in internet, e iniziamo un discorso con qualcuno, o leggiamo un post di cui non condividiamo i contenuti abbiamo prima di tutto il bisogno spasmodico di definirlo e di definirci nella relazione.
Chi è questo che scrive? Chi è in relazione a me? Chi sono io, nel variegato spettro delle forme vitali? Come mi definisco e cosa mi definisce?
Devo ascoltare e imparare perché mi trovo davanti a una autorità? Devo farmi piccolo e ammettere di non sapere una fava?
Sappiamo che la psicologia umana è fatta per giustificare le nostre miserabili e inutili esistenze, quindi l’assunto da cui parte ogni internauta è “se esisto, e navigo in internet, allora sono la persona migliore del mondo, e tutti gli altri nun so’ un cazzo”.
Già dopo le prime righe scatta l’impulso: “Io ne so a pacchi di (scegliere una o più opzioni) [cinema!][vita vissuta!][sesso acrobatico!][collezioni di foglie secche marzoline!], posso sicuramente insegnare qualcosa a questo sprovveduto/a!” . Sappiamo chi siamo noi, e partiamo anche con autostima bella alta per non svenderci.
Non sappiamo niente (o molto, molto poco) del nostro interlocutore.
Come nelle migliori canzoni dei FNM la contrattazione deve per forza essere conflittuale.

Sono, anzi, siamo tutti esperti di cinema.
Chi non ha un master in critica cinematografica al DAMS ha almeno una laurea in letteratura e tecnico multimediale degli audiovisivi, chi non ha una laurea in scienze della comunicazione ha dato almeno un esame di comunicazione visiva, chi ha studiato ingegneria o legge o medicina ha comunque guardato molti film, ma non quanto chi ha studiato al liceo cinquanta anni fa, e chi non ha fatto le superiori ne sa più di tutti e si apre un blog di cinema di nicchia, per stomaci forti.

Parlo di cinema perché ne so qualcosa, e uso questo argomento come la cartina al tornasole di un sistema più ampio (soprattutto quando leggo certe critiche su mymovies, o tra i blogger indipendenti).
Non dico che i titoli accademici significhino intelligenza o competenza: basta leggere le recensioni sul Morandini per rendersi conto che gli stagisti sottopagati che le scrivono non hanno colto il punto degli esami che, sono sicuro, hanno pure sostenuto con successo.
Però per brevità diciamo che fare i calcoli di matematica sulla carta del formaggio non è la stessa cosa che passare quindici anni in un laboratorio di informatica teorica.

Ecco, se non siamo d’accordo su questo punto si creano subito una serie di situazioni molto strane. Ve le propongo con le mie domande retoriche preferite:
A chi serve aver studiato fisica e meteorologia per parlare di scie chimiche? A chi serve ascoltare un medico quando può pontificare su vaccini e diete vegane e omeopatia?

Il brillante amico avvocato (che a volte farebbe bene a non discettare di cinema quando ci ritroviamo a mangiare il kebab settimanale) può restare basito davanti alla brillante e articolata visione politica e legale del primo grillino di turno.
Basito per un attimo, subito prima di far partire un sinistro al mento *.

Ma qui stiamo divagando ai casi patologici e ‘facili’ di internet, per i quali sto studiando un “metodo Ludwig” che sarei interessato a proporre a chi ne sa di più e spiega il problema e a chi invece è già indirizzato verso conclusioni sospettosamente simili alle mie.

Restiamo invece alle discussioni sulle esperienze di vita, di cui è così facile discutere tra bloggers, dove il diario privato si mescola e a volte emerge dai post indipendentemente dalla ‘letterarietà’ dei testi.
I problemi, anzi no, le situazioni degli altri, i punti di vista da cui guardano il mondo, ci appaiono alieni e strani, molto spesso mostrano i tentennamenti e le cariche emotive di chi li sta vivendo in prima persona. Tutte fragilità che lette da un osservatore distaccato sono inutili, dannosi, oppure platealmente stupidi. A volte perché lo sono, stupidi, non nascondiamoci dietro un dito, e allora un consiglio e un giudizio tranciante da parte di un lettore esperto e competente può anche fare del bene; altre volte perché nel testo troppo breve o troppo logorroico di un post passano messaggi ben oltre l’intenzione dell’autore.

Può anche capitare che, semplicemente, intervengano nei racconti di vita le stesse dinamiche di relazione che si trovano tra appassionati di cinema. Il lettore non capisce e non può capire le esigenze di chi si sfoga, non sa nulla della sua storia, e dà per scontato che “diverso da me” = “idiota” (o “aperitavita”, o “muuuggito”), che è molto facile, soprattutto quando in internet si entra in contatto con chi parte da assunti totalmente diversi dai nostri.
Si sparano commenti che, in fondo in fondo, dicono solo: “me ne sa più di te. te suca.”

Questo inevitabile approccio degenera in troncature rapide, in guerre termonucleari da tastiera, e in rarissimi casi in cui si inizia a nicchiare, ritrattare, mediare e contraddire le massime di vita fino ad annacquarle di sacrosanto buonsenso, di specificazioni, di distinguo, che però ci avvicinano davvero a quelle entità ignote che sono gli altri esseri umani dall’altra parte dell’internet.
Questi sono i casi che aprono spiragli di speranza nell’umanità, una persona alla volta. A volte si trasformano addirittura in quasi-amicizie (ciao altrirespiri!).

Per fare un esempio di assunti di partenza molto diversi: io sono agnostico, con forte propensione al misticismo realista e occasionali sbandate verso l’ateismo duro e puro da un lato, e verso lo gnosticismo dall’altro.
Quando leggo i blog delle mamme cattoliche mi prude la tastiera, e qualche commento credo mi sia scappato in passato.
Ma ai fedeli, quelli veri, quelli che possono vantare percorsi di fede e gli studi di catechismo e i libri di teologia di Ratzinger non interessano l’antropologia, gli studi sulle religioni comparate, gli studi di neurologia, le tesi di psicologia comportamentista e un punto di vista che, è brutto dirlo, è diverso dal loro: a loro interessa avere ragione.
Alla fine l’ho capito, ma è stato surreale partire da giudizi inappellabili e doverli poi mano a mano mitigare. Non perché io giustifichi la fede cieca! No!, quello che penso tra me e me resta degno di censura. Mitigo per non urtare la sensibilità di chi, immagino, ha passato la vita con certi gruppi e chiese (ahimè, molto diffusi in Italia), e adesso non può uscirne solo perché arrivo io baldanzoso e bello come il sole.
Chiunque morirebbe piuttosto che rinunciare agli assunti a cui ha dedicato il proprio tempo e la propria vita.
Siamo umani: se domani arrivassero gli alieni sotto forma di croci volanti e spiriti santi anche io mi prenderei qualche minutino per aggrapparmi al mio agnosticismo, prima di cadere all’indietro e sbattere forte forte la testa contro uno spigolo.

Certo, in alcuni casi tirare carne a chi ha idee del zacco è un dovere morale, basti pensare che in uno stato laico si possono praticare diverse religioni, mentre Adinolfi e il Moige (e i medici e i farmacisti obiettori di coscienza) sono incompatibili con uno stato laico (OOPS), ma mi disturba che nella guerra per delle idee decenti possano restare a terra delle persone imperfette, ma tutto sommato di buona volontà (e qui no, non sono sicuro che Adinolfi rientri nella categoria).

Le idee si avviticchiano alle persone, e dopo un po’ diventa difficile separare le due cose.
Non vorrei mai dire a qualcuno, o sentirmi dire: “sei un coglione, stai zitto”, quando sarebbe corretto invece dire: “sei una brava persona, ti stimo come essere umano, oltre che come soprammobile, ma sostieni proprio delle idee del cazzo. Stai zitto.”
La differenza è una sfumatura che troppo spesso non viene colta, a volte nemmeno da chi la pronuncia, figuriamoci da chi se la vede rivolgere!
Anche quando si coglie la differenza non è detto che si accetti di buon grado l’invito a rivedere i propri assunti di partenza.
Ho appreso di recente che la fazione delle buone persone si sta impegnando per colmare questa differenza, ma non ho molta speranza.

Certo, una soluzione sarebbe quella che è già adottata istintivamente, e anche incoraggiata dagli algoritmi di FB e dei social network: si bazzicano solo le idee che già si condividono, senza correre il rischio di metterle in discussione e senza andare a scassale le scatole a chi la pensa diversamente, ma nel mio caso personale il mondo interiore solipsistico e quello reale si rispecchiano uno nell’altro, e ora che ho trovato uno straccio di empatia con il mio lato scemo, e quindi un ponte di corda virtuale per mettermi in comunione con la peggior feccia di internet, non mi menomerò del mio lato scemo solo perché in internet ci sono degli sciroccati peggiori di me.

E quindi?
Boh, ho scritto tantissimo, non mi ricordo più cosa volevo dimostrare.
Ah, sì: insomma, per navigare civilmente in internet bisognerebbe rinnegare la propria autostima e rinunciare a prendere qualsiasi posizione su qualsiasi argomento.
Praticamente dobbiamo cominciare a navigare seduti sull’orlo della sedia, meglio se con una chiappa fuori e con la costante sensazione di scivolare col culo per terra.

Forse dedicherò più tempo a definire meglio il mio metodo Ludwig per schiichimichisti omeopatici ecumenici.

 

* non so perché, ma con i miei amici avvocati mi ci metterei solo se fossi Chuck Norris.
Ma voi state leggendo questo asterisco per trovare le mie scuse per la mia bassissima opinione sui vegani e sui grillini. O sui cattolici oltranzisti e i farmacisti obiettori di coscienza. O su Mollica e Morandini.
La posizione è lunga e articolata, ma credo che questi ragionamenti non freghino per niente a nessuno, quindi riassumendo: no. me ne sa più di te. te suca.
I grillini soprattutto dovranno rispondere di avermi tolto la possibilità di usare un bel diminutivo con i piccoli grilli che incontro nella mia giornata. Vergognatevi.