“Io l’avevo detto”

https://www.ilpost.it/spot/2018/03/13/sconfitte-politiche-comunicazione/

Ora date un premio a quest’uomo (come se fare il lavoro che IO avrei voluto fare non fosse abbastanza)

E magari fatemi sapere cosa dovrei fare del fatto che “io l’avevo detto”, da prima, da quando quelle comunicazioni farlocche del partito con la peggiore comunicazione in Italia (ricordiamo come e quanto Cuperlo ha sostenuto Berlusconi, tenendolo di fatto al governo per 20 anni con la sua politica di comunicazione del PD) intasavano la mia buchetta delle lettere (quella reale, non quella virtuale).

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Cose da dire senza problemi

Cosa dire senza problemi?
Ci ho riflettuto un po’, e il risultato è che posso dire tutto quello che voglio, eccetto qualsiasi cosa che mi riguardi.

Torniamo ai concetti (non miei, ma della persona più intelligente che io abbia mai conosciuto) di panopticon social, l’idea di carcere perfetto in cui un singolo guardiano (le grandi compagnie IT, ad esempio) può vedere tutto di tutti i carcerati. La situazione speculare è quella dell’anopticon: un singolo soggetto sui social è visibile in ogni sua azione da tutti i pubblici possibili, senza poter vedere nessuno dei suoi osservatori – ad esempio ciascuno di noi sui social non ha nessuna possibilità di selezionare i pubblici a cui rivolge qualsiasi comunicazione. Il discorso privato che faccio con un mio amico è visibile al mio datore di lavoro, in culo alla privacy e a qualsiasi concezione sociologica reale, e grazie alle idee di merda di Zuckerberg (ne avevo accennato qui).

Non sarebbe un problema se fossi ancora un onesto cazzone universitario: non avrei nessuna responsabilità verso nessuno.
Il punto è che la vita è andata un po’ avanti, e ora non solo rispondo delle mie azioni e di quello che dico davanti a diversi pubblici (datore di lavoro, colleghi, parenti, parenti acquisiti), ma ho anche delle responsabilità verso dei legami molto forti, a cui devo garantire una presenza solida e affidabile – ovvio che non lo sono, ma parliamo di un ambito in cui l’apparenza coincide con l’essenza, quindi non solo lo sono, affidabile, ma devo esserlo, senza possibilità di errore.

Non mi sento diverso dal cazzone universitario che fui, ma non posso più mostrare pubblicamente le mie paranoie, i lati oscuri, le ombre e i cinismi.

Io sarei tutto fatto di ombre e cinismi, sono una persona che vede tutto in toni di grigio, non so nemmeno cosa siano le dicotomie bianco/nero.
Cosa dico senza problemi?
Potrei vivere in un paradiso (forse già lo faccio) e comunque troverei, come il Petroliere tutto il marcio che si può immaginare.
Fidatevi di un vecchio (?) paranoico: se scavi cercando il peggio, da una situazione o da una persona, lo trovi. Se leggeste che una persona di cui vi fidate scrive di voi abissi inenarrabili (ma non scrive i vostri lati positivi, perché “la felicità non fa letteratura”) non vi si spezzerebbe il cuore?

Quindi se scrivessi di quello che mi passa per la testa non solo non resterebbe una sola anima in città, ma rischierei solo di incrinare qualcosa che deve invece restare solido.

Potrei parlarvi delle cose belle davvero, ma quelle appartengono al mio privato (“my life is in private”), e me le mordicchio io, facendoci un sacco di pernacchiette alla faccia del mondo, e godendomi in cambio le uniche risate che non hanno per me nessuna ombra (e se per queste ultime frasi pensate che io sia diventato improvvisamente sentimentale, comunque vi sbagliate).

Perplessità e dubbi esistenziali (per un blog in prima persona)

Premessa: preoccupato per questioni di privacy e big data (che poi direi “macchissene, mica ho qualcosa da nascondere” e subito mi prenderei delle bacchettate virtuali fortissime sulle nocche) non uso praticamente più FB. Né nessun altro social equivalente.

Oserei dire che non ho più amici nel mondo reale – e anche qui non è che stia coltivando granchè – quindi che social-izzo a fare?

Però mi sono accorto che, ultimamente, sto usando questo blog come fosse un social – rilanciando opinioni che non fregano nulla a nessuno su argomenti ancora meno interessanti – ma senza raccontare nulla dei fattacci miei.

Non parlo di scendere nei dettagli e spiattellare situazioni reali della mia vita (unioni, congiunzioni, disgiunzioni, moltiplicazioni, preposizioni, e altre malattie), ma anche solo di raccontare i miei stati d’animo e relative seghe mentali (che non ci sono più: sono il guscio vuoto di me stesso – mi assomiglio e basta).

Quindi?

Potrei scrivere raccontini, come facevo una volta a sprazzi (sì, sono fuori allenamento, mi ci vorrebbe un po’ di pratica per riprendere mano).
Almeno sarebbe una linea precisa per questo blog intermittente.

Eppure una volta ho avuto un blog di paturnie e figure retoriche strampalate – e mi ha dato grandi soddisfazioni (i lettori erano pochi ma buoni, e selezionatissimi).

Forse troverò un po’ di tempo per inventarmi delle paturnie anche questa volta.
Forse mi inventerò qualche storiella scema.

Iggy Azalea. Il significato occulto del video sacrilego “Savior” [VIDEO]

Peccato che i commenti di questo blog siano disabilitati: immagino la fila di satanisti in estatica attesa di essere smascherati e salvati.
Invece, chissà perché, io sento solo puzza di incenso da chiesa – e penso “Perché i catechisti non riescono a parlare di quello che non conoscono – e finiscono per parlare solo e sempre di catechismo, anche quando non c’entra una fava? Perché? Perché?”

Oltre la Musica

Il video musicale di Savior (salvatore) è ambientato in una chiesa. Vediamo Iggy Azalea svegliarsi su un letto nel mezzo del luogo religioso, camminare per il corridoio in abito nero come se fosse una sposa gotica o forse una madonna nera e in mano ha un bouquet che è in realtà una torcia infuocata… il tutto molto sacrilego.
Guarda l’analisi in dettaglio subito dopo il salto…

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Web 3.0 (sto invecchiando forte)

Ho capito con notevole ritardo il 2.0 – e non l’ho mai sfruttato fino in fondo.
E meno male! Sembra che fosse costruito attorno al concetto di “infinocchiata”

Adesso sembra che ci siano strumenti per il web 3.0 – più libero, meno controllato.
A occhio mi garba che le grandi multinazionali del web abbiano più difficoltà a estrarre i miei dati personali senza pagarmi un centesimo.

Dateci un’occhiata:
https://medium.com/@matteozago/why-the-web-3-0-matters-and-you-should-know-about-it-a5851d63c949

E poi approfondite programma per programma:

Browser: brave.com/
Storage: storj.io/ipfs.io/
Video: experty.io/
OS: essentia.one/ – eos.io/
Social Network: steemit.com/
Messaging: status.im/
Payment: monetha.io/

(Fonte: Polynomial C https://plus.google.com/u/0/+PolynomialC/posts/F1VpszCzJ91 )

View story at Medium.com

Soffro di empatia eccessiva?

Quindi Adinolfi viene perculato perché grasso:
http://www.corriere.it/cronache/18_febbraio_07/mario-adinolfi-io-ciccione-salute-deriso-ogni-40-secondi-96ddb534-0b7a-11e8-8265-d7c1bfb87dc9.shtml

E io alla fine della lettura dell’intervista provo anche simpatia umana per questo sventurato che si trova in un corpaccione ciccione: non si prendono in giro i ciccioni, i religiosi di qualsiasi fede (ebrei, cristiani, musulmani, pastafariani, ecc), i diversi, gli sfigati con autostima bassa (tipo: me), i malati, gli storpi, i disabili, i deboli, i perdenti.

Non si fa perché tutte queste ‘qualità’ sono casuali, e hanno ben poco a che fare con la persona in sè (ma esistono disabili stronzi, ad esempio, e non hanno l’aureola solo perché sono in sedia a rotelle – e ci sono neri che se ne approfittano un sacco dell’aura di senso di colpa post-coloniale di chi vorrebbe non essere razzista, e mica bisogna negarglielo un vaffanculo a questi furbetti – e ci sono fedeli che pensano che tutti debbano vivere e credere come loro, e per questi limitati non c’è mai abbastanza sarcasmo).

E quindi?
E quindi mi sono sentito più vicino e compassionevole verso Adinolfi – e mi sono sorpreso e spaventato da solo.

E quindi? Cosa posso fare adesso?
Eh, niente. Adesso ancora più di prima sosterrò che il mio astio verso quest’uomo (e tutti gli altri sono uno scherzo in confronto) è dovuto solo alle idee di merda che propugna.

Capire se una persona è onesta con se stessa 2, la vedetta

Vedetta, perché Nosce Sauton ha vigilato e se ne è venuto fuori con una riflessione proprio bella: precisa e ben argomentata, che ha portato il tema che mi aveva appassionato nel post precedente a una conclusione più che soddisfacente per me.

Nell’ordine: schiva il rischio del solipsismo su un argomento tanto ‘sottile’, riflette sulla difficoltà di essere consapevoli dei propri limiti, afferma la necessità delle illusioni per vivere, ma insiste sul fatto che la vera onestà con se stessi consiste nell’accettare queste illusioni e riconoscerle per quello che sono.
Non contento identifica dei segnali comportamentali molto precisi, che potrebbero essere la manifestazione di una onestà intellettuale che ci aggrada.

Ve la riporto, per chi l’avesse persa tra i commenti

CITAZIONE

Capire se una persona è onesta con se stessa…

Subito va messo in chiaro il punto che, se non isolato, rende l’intera discussione irrisolvibile: la visione solipsista della questione. Io stesso spesso soffro nel portare avanti un ragionamento perché pare che l’unica cosa che possiamo esperire propriamente sono le nostre stesse sensazioni, il resto si scioglie nel nostro pensiero e l’interiorità degli altri ci risulta inaccessibile.
Quindi facciamo finta o speriamo (dipende dai punti di vista) che esprimerci su qualcosa che ci è esteriore è lecito.

In secondo luogo, possiamo dire che conveniamo sul dire che l’onesta con se stessi è la capacità di rilevare e accettare le illusioni fino a dove le nostre capacità sensibili e sensoriali ci permettono.

Quindi, per poter dire che una persona è onesta con se stessa dobbiamo accertarci che questa persona non alimenti appositamente le illusioni e provi con “tutte” le proprie forza a scavare nella profondità del gioco interiore.
Anche qui il concetto di “mettercela tutta” subisce l’attacco della domanda: “Come si fa a sapere che la persona si impegni fino in fondo?”… Ecco, la stessa questione della premessa, di per se non lo possiamo sapere e non possiamo averne la certezza, presupponiamo che la buona fede ci sia e passiamo ad osservare se ci siano delle azioni che assomiglino a uno sforzo vero e proprio.

Infatti qui arriviamo ai criteri con cui giudico l’onesta.
Per poter rilevare e accettare delle illusioni dell’esistenza bisogna saper: osservare, dubitare, sia pensare in maniera logica, sia dare libertà al sentire in maniera irrazionale, in fine saper accettare di aver sbagliato.
Alcune di queste capacità possono essere osservate.
Così, intuisco che una persona è sincera con se stessa se:
– non sbandiera delle “verità assolute”
– utilizza spesso “forse” (non in maniera insicura, bensì scettica)
– mette in dubbio le sue stesse dichiarazioni
– mostra aspetti diametralmente opposti della questione che espone e cerca una verità complessa
– sa ridere di se stessa
– non nasconde i propri diffetti
– utilizza pochi sofismi e professa la semplicità di espressione

FINE CITAZIONE (dal commento di Nosce Sauton)

 

Siamo onesti con noi stessi. Ma gli altri?

Vorrei sottoporvi un articolo interessante e la discussione che ne è seguita:

https://noscesauton.wordpress.com/2018/01/24/essere-onesti-con-se-stessi/

Mi ha colpito come una delle questioni più abusate, fino al limite delle banalità da internet, è quella dell’essere onesti con se stessi.

Con Nosce Sauton il discorso si è fatto un po’ più complesso e approfondito, ma è sempre troppo facile considerarsi onesti con se stessi.

E allora mi sono chiesto: e gli altri? Forse gli altri mentono a loro stessi più di quanto non faccia io?
La risposta è ovvia: sì (applausi, grazie).
Ma come faccio a saperlo, io? Come decidiamo quale sia il valore degli altri su una questione tanto privata e impalpabile?
Non è un modo facile per sparare sentenze e pavoneggiarsi (“Io sono sincero con me stesso come nessun altro”)?

Chiaro che chi va dietro a Invisibili Unicorni Rosa qualche fandonia, da qualche parte, se l’è raccontata – e se da questo assunto spacca pure il pazzo al prossimo non è nemmeno consapevole delle favole che si racconta – ma in effetti sono curioso.

Voi, avete mai pensato di giudicare il vostro prossimo, i vostri amici o i vostri familiari sulla base della capacità di sopportazione delle verità, anche le più sgradevoli?

Sono curioso: come capite se la persona che avete davanti è onesta con se stessa?

 

 

Vasi di coccio in mezzo a vasi di.

Tutti così impegnati a infilarsi penne nel culo per sembrare galli in un pollaio mondiale – che poi a ben guardare sono in pochi a razzolare appena appena un po’ più lontano.

Forse per il lungo lavoro di autodistruzione a cui mi sono sottoposto, ma di questa competizione non mi interessa affatto la mia autoaffermazione.
Al massimo potrei traghettare altre anime fragili attraverso la catarsi dell’annullamento, povere loro.
Non posso dire proprio lo stesso dei miei antagonisti in internet.

Eppure a metà di una riflessione sulla materia di cui sono fatti i vasi delle persone che si scornano in internet – mi sono interrotto.
Ho avuto una rivelazione.
Non è tanto importante se sei un vaso di coccio o un vaso di ferro.

L’importante è cosa contieni, e in ogni caso quel buco sul fondo diventa una questione igienica.

Taglio

essere nella età della nigredo – l’opera al nero di André Delvaux (1988 ) ita

« che non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di essere capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto »
Scrivete questa frase sui muri delle scuole, sulle facciate degli edifici, nel cielo, con delle scie chimiche di vapore acqueo.

l'eta' della innocenza

La “nigredo”, conosciuta anche come “opera al nero”, è la prima e fondamentale fase di ogni processo alchemico.
Il processo della morte dell’Io cioè di tutti i desideri personali è l’Opera al Nero, la putrefazione.
Nel periodo della nigredo, ogni elemento materiale, psichico, spirituale, viene gettato in un luogo di putrefazione, per divenire lentamente parte di un “tutto” nero e indiviso.
Così come il seme, per dare frutto, deve morire e spaccarsi, ogni frammento materiale, per poter contribuire alla Grande Opera, deve prima essere abbandonato alle tenebre del suo sfacelo fisico, affinchè le impurità inizino ad abbandonarlo e l’intima natura degli elementi possa prepararsi per una profonda e successiva purificazione (“albedo”).
L’Arte della Nigredo identifica, quindi, la fase preliminare di introspezione sensoriale (presa di coscienza) dell’esistenza di fattori, elementi e complessi inconsci che ci fanno percepire le immagini come un pallido riflesso della realtà.



L’opera al nero è un romanzo…

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