Infiltrati di Natale

Per usare un eufemismo, non sono proprio un credente.
Diciamo piuttosto che sono una brutta persona, senza troppe illusioni, spietata con se stessa più che con gli altri, perché se conosco i miei limiti, vedere gli altri sbatterci il muso mi suscita solo pietà umana, e quindi sono anche supponente e spocchioso.
Con queste premesse avrete capito già che non passo le sere della settimana con il gruppo del catechismo, non proprio.

Frequento e mi sollazzo con altri agnostici durissimi miei pari – e tanti, devo ammettere, sono pure peggio di me, e lasciano il mio agnosticismo ‘morbido’ nella polvere, dilaniato da morsi di sarcasmo ateo infedele e puzzolente di zolfo.
Come piace a me.

Durante le feste in particolare mi trovo in una situazione drammatica: alcuni amici atei hanno la famiglia molto lontana, oppure non festeggiano per i sacrosanti fatti loro, e io invece, come un agnostico supremamente indifferente mi faccio delle grasse scorpacciate ai pranzi e ai cenoni in famiglia, con il beneplacito delle festività natalizie, mutuando da certe sette buddiste la pratica della mimesi religiosa.

Cioè, non mi sento meno agnostico perché amo stare in famiglia e mangiare nel nome di qualsiasi divinità, o andare a messa e osservare questi bizzarri riti religiosi.
Se li aiuta a stare meglio e non mi scassano le palle sono solo contento per loro, che i loro occhiali rubino all’alba un po’ di notte, a me frega di mangiare in compagnia, ridere, litigare, abbracciare i miei cari.

La cosa ridicola è che poi mi sembra di essere un infedele non all’altezza dei miei amici mangiapreti

Per dire che anche tra i non credenti se non si sta attenti si finisce per fare a gara di non credenza.

Come nota a margine però vorrei riportare l’attenzione sulla pratica buddhista (setta Nichi-Ren) della mimesi che ho citato prima.
Cioè, per questi buddhisti le altre religioni sono esclusivamente un fatto folkloristico (esatto, hanno ragione), per cui non è necessario rinnegare nessuno dei comportamenti esteriori richiesti dalle altre fedi per potersi comunque definire buddhisti.
Lo sapevate?
Il vostro vicino di banco alla messa di Natale avrebbe potuto essere un buddhista, ad esempio, oppure un agnostico laico come me, e voi non potreste nemmeno sospettarlo.
Vostro marito, vostra moglie, i vostri figli, tutti i baciapile di questo mondo, potrebbero essere buddhisti (o agnostici, o me) sotto al vostro naso.
Insospettabili. Mescolati tra gli sciamannati di ogni bandiera e partito, segretamente indossano scolapasta in testa nelle rispettive cucine, prima di servirvi un piatto di spaghetti alle polpette al cenone di natale o un kebab alla fine del ramadan.

Miei cari integralisti, qualunque sia la vostra religione, non dovreste dormire sonni tranquilli.

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Scrivere senza scrivere

Ma si può?
C’è un premio “scemo” per chi pensa ogni momento libro alla scrittura e non scrive mai?
Datemelo, è mio.

Però leggiucchio. Merda, nel caso voleste consigli letterari. Leggo merda perché è molto più comune della roba buona, e poi è saporita: se ve lo dice Leo Ortolani volete non crederci?
Qui, se vi siete persi il suo genio.

Però penso, a corrente alternata, quando l’orologio si scorda da che parte dovrebbe far girare le lancette.
E penso a cosa non va nella mia non scrittura e nei miei scritti di quando scrivevo.
E poi trovo scrittrici in erba che invece spaccano di brutto (e odorano di professionismo e di cyberpunk che mi piace un sacco), e ripenso alle stesse cose, che un pensiero nuovo qui mai eh, proprio vietato dalla realtà contingente e poliziesca.

Sto pensando se tutti quei discorsi sul lavorare a togliere non facessero riferimento anche ai temi dei racconti.
Nel senso: scrivere di morte e di tortura e di sevizie e di omicidi in interni familiari non è un po’ dilettantesco, alla fine?
Certo, Breston Ellis e Ian McEwan (“Lettera a Berlino”) lo fanno alla stragrande.
Però, ecco, sono Ellis e McEwan, e quando ci arrivano loro, l’orrore ti fa perdere l’equilibrio come uno tsunami.
Se lo faccio io si sente lontano un chilometro che è oltre la mia portata, che non lo capisco fino in fondo, e quindi non posso trasmetterlo (e sì che un po’ di distopia nella mia vita l’ho avuta).

Questo per dire che l’unica novità nell’orizzonte dei miei pensieri ciclostile è l’idea di scrivere di cose più ‘piccole’, drammi solo ombreggiati.
La morte, che comunque non può mancare, deve restare sullo sfondo, molto sullo sfondo. L’orrore, se proprio deve esserci, deve esplodere in 4 righe, e poi scomparire.

Lo so, questi proponimenti di realismo alla Checov si coniugano male con la narrativa di genere, la fantascienza, il noir.
Ma, pensandoci, la fantascienza non nasce già per parlare con allegorie di quello di cui non si può parlare esplicitamente?
E il noir di Gibson non fa esattamente questo? Ellissi, ellissi a tutto spiano, eludendo ogni orrore e ogni morte, lasciando che restino sempre (o quasi) fuori scena?

Così il lettore può immaginarsi meglio il peggio.

 

 

Un posto in prima fila.

Eh, gran bel post con riflessioni giustissime su un problema che, volenti o no, ci tocca tutti.

Ri-linko per praticità (è in fondo a questo mio pippozzo):
https://nonsiseviziaunpaperino.com/2017/11/27/un-posto-in-prima-fila/

Io non partecipo alle manifestazioni, ma in principio sono d’accordo su tutta la linea del problema: esiste il sessismo e bisogna combatterlo, esiste la violenza sulle donne in mille forme e cerco di comportarmi trattando le persone come pari, indipendentemente se uomini o donne – per un senso di giustizia personale, se non altro.

E poi c’è confusione – anzi, IO sono confuso – perché sembra non essere questa la materia del contendere. Sembra che il problema vada oltre la realtà sociale, in una ridefinizione della realtà stessa in qualcosa di orwelliano, in chiunque potrebbe essere – anzi, È – il nuovo Weinstein; e non servono nemmeno condanne giudiziarie: la semplice appartenenza al genere maschile è già sufficiente per stabilire la colpa (cfr http://www.wittgenstein.it/2017/11/13/molestie-sessuali-garantismo/ e http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/11/14/le-donne-parlano-molestie-problema-del-garantismo/ – il “problema” del garantismo! “Problema”!!!).

E la mia bussola sballa completamente: dove devo mettermi in una situazione in cui sarei d’accordo, ma in cui l’accusa va oltre ogni mia sensazione di ciò che è ‘giusto’ e si chiede di sfondare ogni resistenza – perché il femminismo radicale considera sbagliati già gli assunti sulla cui base giudichiamo, e ne propone altri, nuovi, e ogni resistenza a questa nuova prospettiva non è mai ragionata o ragionevole – non può esserlo, visto che si parla di assunti – ma è dovuta solo alla protezione di privilegi patriarcali.

Ecco, ora ci tengo a sottolinearlo, anche se sarà difficile credermi (d’altronde un pisello ce l’ho, e non depone a mio favore), ma questa mia obiezione è esclusivamente formale: non sto sindacando sul contenuto, su cui ho già detto sono assolutamente d’accordo.

Queste sono argomentazioni non-logiche – e mi spiace dirlo, ma vanno fermate: non me ne frega niente se la causa è giusta e il patriarcato si è comportato male e ha preso possesso del mio corpo e della mia tastiera.
Il problema è lo stesso del mansplaining: come definisci il mansplaining quando magari la donna ha DAVVERO torto?(oggettivamente dico! Mica tutte le donne sono Rebecca Solnit e mica tutti gli uomini spiegano solo ovvietà! Potete averne una prova concreta qui: https://wordpress.com/read/feeds/39159/posts/1660151862).

Forse qualche intellettuale migliore di me potrebbe dirlo ad alta voce? Che per ragionare insieme su un problema che c’è, che esiste, e che è giusto affrontare e risolvere insieme, occorre per prima cosa convincere (con-vincere, vincere insieme).

Ecco, questo è il mio mansplaining, se così volete chiamarlo, ma se avete una idea migliore e siete convinti che io abbia torto dimostratelo! Ma fatelo con argomenti che siano almeno quasi-logici, che sennò da qualche parte Perelman/Olbrechts-Tyteca piangono, come gli angioletti quando un bambino bestemmia.

Aggiornamento sull’onda della sincronicità: un secondo dopo trovo questo: https://bagniproeliator.it/il-nuovo-codice-di-hammurabi/
Nebo non è la stella più brillante del firmamento, e non lo consiglio ai dotti lettori del blog per una lettura colta (ma scrive benissimo e fa riderissimo quando ci si mette), però il suo taglio è simpatico e orribilmente maschilista misogino sciovinista al rogo lui e tutti gli uomini del patriarcato!!!!!1111!!!!

non si sevizia un paperino

collodipapero

Ultimamente m’è presa un po’ di pigrizia. Anzi, a dire il vero m’è presa un po’ di quella sensazione di noia mista a inquietudine che i colti chiamerebbero uggia e che io, in più prosaicamente, tendo a chiamare pesantezza di culo. Dev’essere che mi sono un po’ rotto le palle del continuo polarizzare verso gli estremi qualsiasi discussione, sia che si parli di temi complessi come l’immigrazione, sia che si parli di temi etici, sia che si parli di puttanate come l’ananas sulla pizza o la pubblcità dei Buondì, dimenticando il fatto che – di base – con la propria opinione (soprattutto espressa online, e in particolar modo su Facebook) ci si potrebbe anche pulire il culo, e il fatto di ritrovarselo più merdoso di prima dovrebbe dare la misura dell’utilità dell’opinione stessa, e nel dire tutto questo mi riferisco ovviamente anche alla mia, di opinione.

Ma ogni tanto…

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Altri dicono cose che

Il taglio tecnico del Post sul tema del neoliberismo.

http://www.ilpost.it/2017/11/19/dibattito-neoliberismo/

Articolo da leggere con attenzione.
Ho apprezzato molto il velato riferimento a Zizek: “alcuni intellettuali”

A me sembra un articolo scritto per difendere a oltranza, un po’ come quelli che dicono “il comunismo è buono, è solo che è stato messo in pratica male”.
Li faccio anche io discorsi così, pari pari. E dico che il problema è la formula di governo dittatoriale, non il colore con cui si dipinge.

Certo.

Però qui il discorso è diverso: non parliamo di ideologie realizzate in formule di governo  nefaste.
Parliamo di ideologie economiche che fanno danni come e più delle ideologie politiche, perché lo sono esse stesse – e non sono soggette alle formule di governo, perché vengono adottate indistintamente dalle dittature e dalle democrazie (sempre che esistano ancora).

Il neoliberismo richiede libertà di mercato e assenza dello Stato dagli affari economici, se dobbiamo applicare il neoliberismo limitando la libertà di mercato e salvaguardando lo stato sociale allora ha proprio ragione Zizek: chi ha sensi di colpa nega le proprie stesse affermazioni, e finisce per bere caffè decaffeinato.

Io e Jung

Facciamo finta che sia una sit-com, e mettiamo delle risate registrate in sottofondo.

Jung lo conosco pochissimo. Non ho mai letto nulla di suo, e non è mai entrato in nessun corso, lezione, libro di testo.
Sempre rimasto sullo sfondo. Da qualche parte, credo in qualche racconto di narrativa ho colto dei riferimenti a un Mare dell’Inconscio – su cui ho fantasticato da profano.

Chissà che cosa avrà voluto significare con quel nome un po’ altisonante. Boh.

Però, però.

Nella tarda adolescenza (che oggi potrebbe significare ‘alle soglie dei sessant’anni’, lo so), tra amici scemi quanto me, abbiamo discusso a lungo di come risolvere certe menate tipiche dell’età tardo adolescenziale.
La cosa strana è che nessuno sapeva nulla di Jung, ma alla fine all’idea di integrare il proprio lato oscuro ci siamo arrivati in maniera autonoma, senza indicazioni accademiche o scolastiche, e alla fine quella parte della teoria di Jung l’ho conosciuta, molto bene anche, e anche messa in pratica con una certa soddisfazione e con risultati più che brillanti.

Strano, vero? Come se davvero certe idee, ben stagionate, fossero davvero striscianti in una società, e possano germinare anche nei giovani (ehm) virgulti anche senza essere state insegnate formalmente.

Tanto per dire, le mie pulsioni cannibali mi sembrano più simpatiche adesso che le ho accettate serenamente, ma le mie unghie sono un po’ troppo croccanti per i miei gusti, e non so bene quanti lettori colgano al volo il mio senso dell’umorismo un po’ malato (inserire qui risate preregistrate).
Che ne dite di scoprirlo una sera a cena da me? Con una bella bottiglia di Chianti? Ftftftftftf

Poi sono arrivati i Tool, e tutto è stato facile in maniera quasi imbarazzante.
Così non vale.

 

Aggiornamento – anzi no: Tagliando

Dunque

Dormo ancora troppo poco. Il tempo libero e lo svago sono diventati dei miraggi da godere pochi minuti al giorno – quando va bene. Aspettiamo due o tre anni e speriamo bene.

In questi giorni mi sto sforzando di essere Gianni Morandi in internet e sui social.
Amici integralisti cattolici, perché non venite a spacciarmi le vostre fallacie cognitive e
i vostri autori roboanti di cretinità in questi giorni? Mi trovereste calmo come una mucca indù, e quindi ci scorneremmo comunque sulle vostre incapacità empatiche e logiche.
Sedicenti esperti di esoterismo satanista (segretamente sposati con il MOIGE), perché non venite oggi a menarcelo di quanto siete addentro ai meccanismi segreti dello show-biz e della moda?
Irredentisti della cospirazione, colleghi vegetani e antivacchinisti, poetastri che confondete la confusione delle idee con l’elevazione culturale: finché non date voce alle vostre teorie vi voglio bene!
Anzi! Vi voglio bene a prescindere, disprezzo solo le idee che propugnate (e le ‘poesie’ che spacciate)!
Visto? Gianni Morandi. Uguale.

Poi.
Sto pensando di cimentarmi con un racconto horror.
Non ho mai esplorato seriamente questo genere, e trovo la sfida molto stimolante. Adesso sto cercando un soggetto che mi dia spazio di manovra: ho timore di fare un tonfo tremendo.

Prossimo progetto: una recensione di Blade Runner.
Ne sto discutendo con Stanlio Kubrick sui 400 Calci (mi faccio chiamare Magari), e mi accorgo che qualche intuizione valida, che non si legge spesso in giro, ce l’ho.
Certo, parliamo di un mostro sacro, un titano del cinema, e io? Io non sono degno, ma ci proverò lo stesso.

Ultima novità letteraria: ho ripreso in mano la mia vecchia tesi, per svecchiarla e magari produrre un libercolo pubblicabile e vendibile.
Un disastro: tenerezza e casino.
Dozzine di tesi diverse da altri autori mescolate alla rinfusa, moltissime totalmente inutili ai fini della MIA tesi.
Dopo anni e anni nella mia testa quella tesi, la mia, si è distillata in pochi concetti chiarissimi, e ancora meno fonti da citare.
Dovessi riscriverla faticherei a superare le 4 pagine densissime di concetti e rimandi.

Ricomincerò a scrivere racconti porno e amen.
Speriamo sia un genere con un mercato pagante ancora florido, e che lo spirito di Anais Nin vegli su di me.

“Sei cose impossibili” Taaaag

L’amico Giancarlo Buonofiglio, aizzato da Red, stimolato da Cuoreruotante, mi ha coinvolto in una catena di Sant’Antonio, per cui se continuerete a leggere rischiate di essere nominati a vostra volta e di patire: disturbi intestinali rumorosissimi, testimoni di Geova tutti i giorni all’alba (per 3 mesi) , cinghiali che vi grufolano nei vasi dei fiori e avances sessuali da modelli/modelle di lingerie (a seconda dei gusti) ma solo mentre in presenza del/la vostro/a partner più geloso/a.
Ovviamente una cosa a tre ve la sognate, sennò quando mai parteciperete alla catena?

La proposta recita così: “Ho pensato di creare un Tag con l’augurio che, come diceva la Regina ad Alice, allenandoci giornalmente a pensare a sei cose impossibili, possiamo avere quello stimolo in più che ci aiuti a credere che le giornate, a volte, possano anche stupirci ed essere migliori delle nostre aspettative, andando al di là di ogni nostro scetticismo.”

Regole del Tag:

  • Inserire il logo di Alice’s in Wonderland
  • Descrivere sei cose impossibili
  • Nominare tutti i follower che volete

Provvedo subito al logo, anche se potrebbero esserci delle imprecisioni…

 

Alice Logo

Pensare a cose impossibili mi farà bene.

  1. Trovare l’interruttore che mi rende un rompipalle. E magari disattivarlo. A volte si tratta solo di non cogliere certe differenze, certi dettagli, gli insulti più o meno velati, più o meno consapevoli, le prepotenze esercitate come fossero scontate, le implicazioni meno ovvie di un discorso, i “non capisci” invece dei “mi sono spiegato male”. Col cazzo che non capisco, capisco benissimo, ed è subito embolo.
    Magari per realizzare questo punto però basterebbe che mi bevessi due shottini di rhum al mattino, appena sveglio, e poi a cadenza regolare ogni tre quarti d’ora.
    Odio il rhum.
  2. Scrivere, ma per davvero, sul serio, dalla mattina alla sera, e trovare parole per raccontare cose che diano forma alla realtà – forme che prima non aveva. Questo sta diventando sempre più impossibile per me, purtroppo. Passi per quei lampi di genio che appartengono, quando va bene, ai più grandi scrittori e pensatori, ma scrivere per professione, di gusto, per più di qualche minuto alla volta, è davvero impossibile.
  3. Camminare a piedi scalzi sull’erba morbida, appena falciata di un prato, e sentire l’erba sciogliersi in sabbie mobili cremisi, e poi affondarci mentre il mio corpo viene tradotto in musica stridente e armonica al tempo stesso. Il sole dovrebbe splendere e odorare di sinestesia immobile.
    Oh, sono richieste cose impossibili, ma verosimili: desiderare la pace nel mondo non era un’opzione.
  4. Svegliarmi un giorno e capirne di Economia, Neurologia e Statistica, ma capirne sul serio, tanto, ben oltre il mio livello amatoriale. È indispensabile che questo avvenga senza mai aprire nemmeno un libro. Contemporaneamente dovrei anche ristabilire la forma fisica che avevo da ventenne e scoprirmi un esperto dei lavori casalinghi.
  5. Vivere ogni giorno quotidianamente, con gioie e dolori, e tantissima distrazione e indifferenza, pensando a cose che non esistono con la testa tra le nuvole, mentre si invecchia e intorno a noi i nostri cari invecchiano alla stessa velocità.
    Sopportare gli acciacchi, per quanto possibile, mentre le gioie si diradano. Soffrire dei dolori dei genitori, aspettando che la morte fermi i loro cuori per sempre, togliendo le uniche vere certezze delle nostre vite, e poi la morte fermerebbe i nostri cuori, e poi quelli dei nostri figli e di miliardi di persone attorno a noi, quelle vicine e quelle sconosciute. E scoppiare a piangere per nulla e per tutto questo, in macchina, in mezzo al traffico, da soli e senza una parola buona di conforto da nessuno, perché nessuno può sentirci, e a nessuno interessa.
    Verosimile abbastanza?
  6. Finire tutti, contemporaneamente, nel corpo e nella vita di qualcun altro, sempre diverso, a caso, anche solo per pochi minuti, ma ogni giorno.
    Giusto il tempo di combinare una cazzata irreparabile, ma non mortale, no, così da poter tornare nei nostri rispettivi corpi e sorprenderci un po’ ogni giorno di una scelta inaspettata, di una scheggia impazzita nella nostra vita, di un istante fuori controllo.
    Sconvolgere i piani, essere costretti a improvvisare, e scoprire qualcosa di diverso da quello che volevamo, ma che alla fine ci piaccia lo stesso, se non di più.

E ora dovrei nominare gli sventurati: chiunque sia arrivato fino a qui nella lettura è automaticamente nominato.
Divertitevi.

Aggiungerei OpinioniWeb-XYZ, che di solito scrive roba seria e ben argomentata (ovviamente sono in disaccordo su tutto), e mi sembra un delitto tirarlo dentro a questo gioco un po’ rocambolesco e un delitto non coinvolgerlo.
E poi miro in alto (troppo?) e nomino Erodaria e Odette, che al momento sono le migliori scrittrici di blog nel mio radar (non oso invece avvicinare Menteminima, non oso).

È tutto.
E ricordatevi: disturbi intestinali. Rumorosi.

 

A proposito di esoterismo

Ma questa è la competenza per scrivere di esoterismo e di sette?
Scrivere libri, addirittura?
Quattro lezioni di catechismo e il complottismo imparato dalle spiegazioni delle sorprese degli ovetti kinder?

L’occulto: una trappola invisibile. Ecco il “Grande Inganno” per i giovani

Mapperfavore!
Non state nemmeno a perdere tempo a visitare il blog, a meno che non abbiate neanche mai visto il mondo fuori dall’oratorio.

Giuro: da domani mi metto a rimaneggiare la mia tesi al fine di pubblicarla: se si possono pubblicare carciofate di ‘sto livello io poco poco sono il prossimo Eco.

Un libro sopravvalutato

In attesa di pensare a cose impossibili ho riscoperto questo blog, e in particolare questo articolo.
Io sono un testardaccio, e se Paolo Zardi (l’autore, ovviamente) è riuscito a farmi cambiare idea su “La fattoria degli animali” così, nello spazio di un articolo, beh, ho trovato un’altra voce che merita finalmente tutta la mia attenzione.
Seguitelo: secondo me si merita anche la vostra (e quella dei vostri amici, familiari, parenti… fate condurre un palinsesto televisivo a quest’uomo!)

Grafemi

Credo che più o meno tutti, ogni tanto, si divertano a stilare classifiche in cui raccogliere i film più sopravvalutati, le donne più sottovalutate, le città inspiegabilmente più famose, e via dicendo. E’ un piccolo gioco in cui ci si diverte a provocare colpendo quelli che per molti sono i mostri sacri. Io, talvolta, lo faccio con i libri. Mi piace, ad esempio, ribadire in ogni occasione che “Norwegian wood” di Murakami è un romanzo inutile – potrebbe ridursi a dieci pagine o contenerne mille, e non cambierebbe nulla; oppure sottolineare che Don De Lillo, che pure avrebbe tutti i requisti per essere amato da un lettore come me, è un autore privo di un vero talento o che, quanto meno, gli manca completamente la dimensione dell’ironia, colonna portante del romanzo occidentale. Non me la prendo mai con gli autori poco noti che non mi hanno convinto, perché attaccare uno…

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Facebook e (o “è”) una idea stupida

Ancora il Guardian, ancora contro i colossi di internet.

https://www.theguardian.com/technology/2017/sep/19/facebooks-war-on-free-will

L’articolo è lunghissimo, verbosetto e dispersivo (ho saltato in blocco la parte in cui tratta gli algoritmi, per eccesso di noia).

Però mi ha colpito l’attribuzione a Zuckerberg di una idea di ‘unificazione’ delle diverse personalità di ognuno di noi.
Diciamo quindi un appiattimento dei pubblici a cui ci rivolgiamo, secondo una idea di trasparenza personale totale.

Ecco questa idea è di una stupidità leggendaria.
Ci vada Zuckerberg in infradito al proprio esame di laurea. O in completo e cravatta a una grigliata con gli amici – amici con cui farà battute volgari come se fosse in spogliatoio, anche se li ha appena conosciuti.

Ogni persona è complessa e meravigliosa perché ha decine di ‘maschere’ (questa è l’etimologia della parola ‘persona’) diverse, che le permettono di interagire in altrettante situazioni diverse.
Io non parlo alla mia morosa come parlo al mio capo, e il mio capo non è mio nonno, e mio nonno non è il mio migliore amico.

Ne parlavo qualche anno fa, con una amica con molta più testa di me.
Parlavamo di ‘panopticon’: accorpare tutti i pubblici di una persona significa metterla in un ‘anopticon’, alla berlina, costantemente giudicata da pubblici impietosi per azioni che sarebbero dovute restare circoscritte ai gruppi specifici a cui erano rivolte.

Per favore, qualcuno dica a Zuckerberg che ci sta infilando in gola una idea cretina come poche.