Io e Jung

Facciamo finta che sia una sit-com, e mettiamo delle risate registrate in sottofondo.

Jung lo conosco pochissimo. Non ho mai letto nulla di suo, e non è mai entrato in nessun corso, lezione, libro di testo.
Sempre rimasto sullo sfondo. Da qualche parte, credo in qualche racconto di narrativa ho colto dei riferimenti a un Mare dell’Inconscio – su cui ho fantasticato da profano.

Chissà che cosa avrà voluto significare con quel nome un po’ altisonante. Boh.

Però, però.

Nella tarda adolescenza (che oggi potrebbe significare ‘alle soglie dei sessant’anni’, lo so), tra amici scemi quanto me, abbiamo discusso a lungo di come risolvere certe menate tipiche dell’età tardo adolescenziale.
La cosa strana è che nessuno sapeva nulla di Jung, ma alla fine all’idea di integrare il proprio lato oscuro ci siamo arrivati in maniera autonoma, senza indicazioni accademiche o scolastiche, e alla fine quella parte della teoria di Jung l’ho conosciuta, molto bene anche, e anche messa in pratica con una certa soddisfazione e con risultati più che brillanti.

Strano, vero? Come se davvero certe idee, ben stagionate, fossero davvero striscianti in una società, e possano germinare anche nei giovani (ehm) virgulti anche senza essere state insegnate formalmente.

Tanto per dire, le mie pulsioni cannibali mi sembrano più simpatiche adesso che le ho accettate serenamente, ma le mie unghie sono un po’ troppo croccanti per i miei gusti, e non so bene quanti lettori colgano al volo il mio senso dell’umorismo un po’ malato (inserire qui risate preregistrate).
Che ne dite di scoprirlo una sera a cena da me? Con una bella bottiglia di Chianti? Ftftftftftf

Poi sono arrivati i Tool, e tutto è stato facile in maniera quasi imbarazzante.
Così non vale.

 

15 pensieri su “Io e Jung

  1. Anche io ne so poco, l’ho conosciuto vent’anni fa grazie a dei videogiochi giappo in cui si picchiano i mostri con la magia (Persona) e in cui non avrei mai pensato di scoprire dell’allievo di Freud.
    Comunque, mi piace quel poco che so di Jung, almeno non mi accusa di volermi accoppiare con mia madre e la sua dottrina psicologica è affascinante, complice l’impronta mitologica che possiede 🙂

  2. Beh l’idea dell’inconscio non presuppone la necessità di essere scoperta intellettualmente, ma di saper interpretare i simboli con cui ci parla.
    Bella considerazione. Un caso emblematico dell’importanza di applicare piuttosto che conoscere.

    • Sì, mi piaceva l’idea di avere riscoperto qualcosa che l’umanità già sapeva, per il solo fatto di appartenere al genere umano (è ok, poi c’entrerebbe la cultura di appartenenza, e una propensione di gruppo per le seghe mentali)

  3. “Strano, vero? Come se davvero certe idee, ben stagionate, fossero davvero striscianti in una società, e possano germinare anche nei giovani (ehm) virgulti anche senza essere state insegnate formalmente.”

    o, d’altra parte, potrebbe darsi che certe enunciazioni paludate* non siano poi frutto di tutta ‘sta pensosa elaborata e sofferta profondità.

    * vedi anche: “ma com’è che se lo scrive un giapponese dell’ottocento è una perla di saggezza zen, mentre se lo scrivo io è una cazzata?” (s. disegni)

      • Ahah probabilmente ne sai di più tu 😀
        Ho letto poco, alcune cose sono troppo complicate… il libro più leggibile credo si intitolasse “ricordi, sogni, riflessioni”, dove viene spiegata la sua teoria in generale… e ho visto un documentario su youtube fatto bene! Mi piace la sua teoria secondo cui la maggioranza dei disagi psicologici, ci sono perché non si ha qualcosa in cui credere/impegnarsi, non si sente di avere il proprio scopo (e qua si collega bene Hillman che sto leggendo ora)… dovrei ricercare dove l’ho letto in quel libro perché l’ho spiegato malissimo 😀

      • Ecco, vedi, alla fine anche questa teoria di Jung ritorna nella tesi di Bencivenga sul piacere che ho finito poco fa (vabbè, mesi).
        Hillman non so chi sia, però ho degli spunti per documentarmi 🙂
        Grazie!

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