Identità e innovazione

Sì, l’identità personale mi interessa molto, avendo vissuto esperienze piuttosto peculiari ed estreme al riguardo.
L’identità personale non esiste per vezzo: è connaturata alla vita perché serve alla sopravvivenza. È una illusione, certo, ma una illusione indispensabile, e guai a rivoltarcisi contro!

Ho letto articoli interessantissimi (ad esempio uno che ricordava l’identificazione nazionale in opposizione a quella di classe, e di come questa identificazione sia stata pilotata: questo è il genere di cose che periodicamente mi dimentico, è che fa sempre bene ripassare), ma alla fine sembrano proprio negare la necessità di una identità.

Certo: l’identità, vista da vicino, scompare. Anche la materia, vista molto da vicino, scompare. Siamo tutti fatti di vuoto, a ben guardare, ma è una scala troppo piccola per avere un impatto corretto sull’esperienza umana.
La materia ci appare solida. L’identità ci appare necessaria. Per l’esperienza comune entrambe queste apparenze sono verità fondate.

Mi permetto di svelarvi un trucchetto che ho imparato a mie spese, e che vorrei tanto venisse capito anche dalla sinistra italiana (uhm, o da quello che più le assomiglia. Scusate, riformulo: dai brandelli sfilacciati di quella cosa che una volta avrebbe voluto assomigliarle), magari lo conoscete già.

L’identità è un meccanismo controintuitivo: si rilassa quando viene rinforzata, e si irrigidisce quando è indebolita.
Ci vuole una personalità solida per lasciarsi andare e passare una bella serata tra amici. Bisogna essere definiti per relazionarsi con piacere e successo con gli altri.
Chi non ha chiari i confini tra se stesso e il resto del mondo si integrerà male nella vita sociale. Farà fatica a distinguere gli scherzi dagli insulti, non avrà una persona (intesa anche etimologicamente come ‘maschera’) in grado di entrare in empatia con gli altri.

Se si propone l’internazionalismo e la cooperazione “dall’alto”, magari a una popolazione italiana che è stata insultata ripetutamente dalla Storia e dai suoi stessi governanti e dalle sinistre internazionaliste, i risultati saranno inevitabilmente fallimentari, ma se invece si valorizzeranno le identità e le si definiranno in maniera positiva, pur con tutti i difetti, allora forse sarà possibile anche capire come è fatto l’altro, riscontrarne le differenze e lasciare che l’altro sia diverso – perché la sua diversità non sarà una minaccia a una identità forte.

Poi, appena avrò un attimo per pensarci, proverò a traslare questa intuizione anche al mondo aziendale: state pure con il fiato sospeso, in 25 / 30 anni ce la dovrei fare!

Sorgente: Identità e innovazione