È più forte di me

La speculazione è come una droga, e ci casco ogni volta.
Ad esempio ultimamente sono molto affascinato da una concezione ‘mercantile’ della identità personale, in cui in ogni interazione si rende necessario un posizionamento della propria identità come fosse un prodotto, in relazione alle identità degli altri con cui entriamo in contatto, e con cui contrattiamo per stabilire i termini della relazione e il valore reciproco.

Il timido chiarirà subito di non aspirare a nessun esercizio di potere nella relazione, il bullo invece chiarirà di valere di più, e quindi di meritare il comando.
Due personalità remissive faranno a gara nel rimettere le responsabilità l’una all’altra – facendo se necessario a gara a chi vale di meno.
Nel caso ci fossero due o più galli nel pollaio il conflitto sarebbe l’unica possibilità, perché la collaborazione non può essere imposta a chi sta già contestando l’autorità reciproca, e il primo dei due che avanzasse una proposta collaborativa dovrebbe farlo da una posizione supplice, e quindi cederebbe implicitamente la leadership.

I termini di questa teoria sono cinici, per gusto personale, ma ammorbidendoli si raggiunge semplicemente la consapevolezza che viviamo immersi in un ambiente di comunicazione relazionale efficace e funzionale, e questa teoria è applicabile praticamente a qualsiasi interazione, incluso il discorso amoroso, in cui ‘vince’ chi da a intendere all’altra/o di valere di più, e quindi di essere più appetibile sentimentalmente.

Più ci penso, poi, più mi accorgo che le mie mele non cadono mai lontane dall’albero della pragmatica della comunicazione.

A mia parziale discolpa per questa elucubrazione bisogna anche aggiungere che nel weekend ho avuto possibilità di raccontare e creare storie e personaggi con un bel racconto orale, che mi ha dato una valvola di sfogo alla fantasia, quindi per oggi ancora non sento il bisogno di raccontare storielle (e quindi elucubro)

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20 thoughts on “È più forte di me

  1. Ho visto che il tema “identità” è molto ricorrente nel tuo blog. A questo proposito ti segnalo un mio articolo frutto di un seminario che ho tenuto nel 2009. E’ possibile fare innovazione senza stravolgere la propria identità? Che cos’è l’identità? E’ qualcosa da mantenere, da conservare? E’ qualcosa che evolve continuamente? L’identità è definita una volta per tutte? Si può cambiare, innovare, mantenendo la propria identità? Se è così, che senso ha riscoprire la propria identità? Ecco ho provato ad approfondire questi temi: https://stefanopollini.com/2017/06/29/identita-e-innovazione/#more-545

  2. Forse non sempre incluso il discorso amoroso, perché in amore ci si rende conto dell’entità della vincita solamente quando si incomincia a perdere.

  3. Certo che siamo immersi in un brodo osmotico di relazioni, il che è bello quando le relazioni sono sane, sfiancante quando sono disfunzionali a vari livelli, perché è tutto un correggersi, limitarsi, mettersi continuamente in discussione.
    Comincio a pensare che la migliore delle evoluzioni personali si possa avere in un ambiente che sia affine in tutto con se stessi, allora sì.
    Sennò è una rottura, alla lunga, pure tirarsela, che tanto quella legge di mercato non vale per tutti.

  4. ho sempre pensato all’identità come a un di più. A me pare un Io tautologico che ripete se stesso, ed è un esercizio di profondo narcisismo (teologico, dai, nell’identità c’è la sostanza, l’anima) che mi manca. L’incontro non è fatto da più Io, quelli quando si accostano finiscono per litigare e farsi la guerra. A meno che non subentri un processo di identificazione di un Io nell’altro, quello più forte. Lo stato sancisce le regole e a ognuno dà una carta di identità e nell’identità annulla e assorbe le diversità; il resto, quello che fa realmente di ognuno quello che è (il diverso, l’altro, l’alterità) non gli interessa, li chiama segni particolari, cose di poco conto insomma. E per dirtela tutta, Andrea, non faccio la carta di identità da una ventina d’anni, il mio Io gira solo col passaporto. Cittadino del mondo sì, funzionario dello stato no

    • Ah!
      Ho appena postato un’altra riflessione di segno quasi (QUASI) opposto – che non significa incompatibile.
      Per quello che posso mi tengo bene alla larga dal teologico: una identità tra la sostanza e l’anima mi fa venire voglia di frugarmi gli intestini alla ricerca di questo respiro divino, manco fosse un bezoar.

      Però è proprio lasciando l’anima fuori dall’equazione che mi chiedo che incontro c’è se non c’è nessuna identità a conoscerne un’altra?
      Quello che dico è che è assurdo discutere se l’identità sia un male o un bene: esiste ed è necessaria, come mangiare bere e cagare.
      Possiamo discutere di non farlo in pubblico, ma dopo una settimana senza andare in bagno stiamo MALE.

      Non tutte le identità finiscono la competizione a guerreggiare: alcune riconoscono il valore reciproco e si accordano, e nascono le amicizie. L’identità è indispensabile per amare. Il nirvana è una truffa (e così mi sono tolto di torno un’altra grande religione).
      La mia identità, mia personale, può essere un po’ arlecchina (ah! dopo aver parlato di Zanni!), ma da quando c’è (e le guerre con gli integralisti cattolici me l’hanno rinforzata), mi confronto più volentieri con i miei simili – perché so cosa mi è simile e cosa no, e non è cosa da poco.

      Per la questione burocratica invece sono molto più allineato al tuo pensiero: che l’identità esista e serva non ho dubbi, ma non ho nemmeno dubbi che una identità risieda nel corpo, nei pensieri e nelle azioni di una persona – sicuramente non in un pezzo di carta

      • ineccepibile e condivido. Ma i momenti più felici li ho vissuti quando ho lasciato il mio Io altrove. Ogni tanto torno a riprenderlo, è vero, perché è necessario. Diciamo che ci convivo, mi adeguo all’idea di me come una continuità nel tempo. O almeno lo Stato me lo ricorda ogni tanto e mio malgrado. E allora va bene, si demarca maggiormente con un carattere antistatuale. Che sia questo il mio-suo nirvana?

      • Idem qui: la fuga dall’ego (che non coinciderebbe con l’identità quanto l’es) e a volte anche la fuga dall’identità vera e propria sono dei momenti preziosi, o almeno lo sono stati per me, e mi pare anche per te.
        E mi accorgo che riannodi il concetto di identità a quello di continuità nel tempo – correttamente. E correttamente hai ragione quando segnali che è una inesattezza, che non esiste una identità granitica (almeno, non per me, che amo cambiare e considero il cambiamento il fondamento dell’essere vivo).

      • E a proposito di identità vado a perderne un po’ in un bicchiere di Nero d’Avola. Quello mi dà davvero l’idea di una mia inconsistenza ontologica (e lo so che è un parolone, ma ancora sono sobrio.) Bello, Andrea, il tuo articolo, nelle mie corde. Spero che lo leggano in tanti, non fa male, anzi. Meglio comunque del mio rosso alle 5 del pomeriggio. A dopo e grazie

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