Chi sono io, chi sono gli altri (un trattato noioso e approssimativo)

L’interazione tra sconosciuti in internet è un curioso annusarsi reciprocamente i culi, ma a mezzo cartoline postali.

Parlo esclusivamente di me, anche se uso il plurale maiestatis per sentirmi meno solo, ma cerco anche di generalizzare il più possibile, e quindi può essere che leggendo si possano riconoscere altre persone. Se vi riconoscete riguarda il fatto che siete esseri umani, e allora queste riflessioni hanno una parte di validità
Sappiate che non è personale, non lo è per nulla e per nessuno.
Se leggete questo blog vi voglio bene, e se non vi voglio bene sicuramente non mi interessate abbastanza da farmi scrivere una sbrodolata come questa.
A meno che non siate farmacisti o medici obiettori di coscienza, allora mi prenderò prima o poi il tempo per spiegare perché credo abbiate delle idee di merda.

Ogni volta che facciamo una conoscenza in internet, e iniziamo un discorso con qualcuno, o leggiamo un post di cui non condividiamo i contenuti abbiamo prima di tutto il bisogno spasmodico di definirlo e di definirci nella relazione.
Chi è questo che scrive? Chi è in relazione a me? Chi sono io, nel variegato spettro delle forme vitali? Come mi definisco e cosa mi definisce?
Devo ascoltare e imparare perché mi trovo davanti a una autorità? Devo farmi piccolo e ammettere di non sapere una fava?
Sappiamo che la psicologia umana è fatta per giustificare le nostre miserabili e inutili esistenze, quindi l’assunto da cui parte ogni internauta è “se esisto, e navigo in internet, allora sono la persona migliore del mondo, e tutti gli altri nun so’ un cazzo”.
Già dopo le prime righe scatta l’impulso: “Io ne so a pacchi di (scegliere una o più opzioni) [cinema!][vita vissuta!][sesso acrobatico!][collezioni di foglie secche marzoline!], posso sicuramente insegnare qualcosa a questo sprovveduto/a!” . Sappiamo chi siamo noi, e partiamo anche con autostima bella alta per non svenderci.
Non sappiamo niente (o molto, molto poco) del nostro interlocutore.
Come nelle migliori canzoni dei FNM la contrattazione deve per forza essere conflittuale.

Sono, anzi, siamo tutti esperti di cinema.
Chi non ha un master in critica cinematografica al DAMS ha almeno una laurea in letteratura e tecnico multimediale degli audiovisivi, chi non ha una laurea in scienze della comunicazione ha dato almeno un esame di comunicazione visiva, chi ha studiato ingegneria o legge o medicina ha comunque guardato molti film, ma non quanto chi ha studiato al liceo cinquanta anni fa, e chi non ha fatto le superiori ne sa più di tutti e si apre un blog di cinema di nicchia, per stomaci forti.

Parlo di cinema perché ne so qualcosa, e uso questo argomento come la cartina al tornasole di un sistema più ampio (soprattutto quando leggo certe critiche su mymovies, o tra i blogger indipendenti).
Non dico che i titoli accademici significhino intelligenza o competenza: basta leggere le recensioni sul Morandini per rendersi conto che gli stagisti sottopagati che le scrivono non hanno colto il punto degli esami che, sono sicuro, hanno pure sostenuto con successo.
Però per brevità diciamo che fare i calcoli di matematica sulla carta del formaggio non è la stessa cosa che passare quindici anni in un laboratorio di informatica teorica.

Ecco, se non siamo d’accordo su questo punto si creano subito una serie di situazioni molto strane. Ve le propongo con le mie domande retoriche preferite:
A chi serve aver studiato fisica e meteorologia per parlare di scie chimiche? A chi serve ascoltare un medico quando può pontificare su vaccini e diete vegane e omeopatia?

Il brillante amico avvocato (che a volte farebbe bene a non discettare di cinema quando ci ritroviamo a mangiare il kebab settimanale) può restare basito davanti alla brillante e articolata visione politica e legale del primo grillino di turno.
Basito per un attimo, subito prima di far partire un sinistro al mento *.

Ma qui stiamo divagando ai casi patologici e ‘facili’ di internet, per i quali sto studiando un “metodo Ludwig” che sarei interessato a proporre a chi ne sa di più e spiega il problema e a chi invece è già indirizzato verso conclusioni sospettosamente simili alle mie.

Restiamo invece alle discussioni sulle esperienze di vita, di cui è così facile discutere tra bloggers, dove il diario privato si mescola e a volte emerge dai post indipendentemente dalla ‘letterarietà’ dei testi.
I problemi, anzi no, le situazioni degli altri, i punti di vista da cui guardano il mondo, ci appaiono alieni e strani, molto spesso mostrano i tentennamenti e le cariche emotive di chi li sta vivendo in prima persona. Tutte fragilità che lette da un osservatore distaccato sono inutili, dannosi, oppure platealmente stupidi. A volte perché lo sono, stupidi, non nascondiamoci dietro un dito, e allora un consiglio e un giudizio tranciante da parte di un lettore esperto e competente può anche fare del bene; altre volte perché nel testo troppo breve o troppo logorroico di un post passano messaggi ben oltre l’intenzione dell’autore.

Può anche capitare che, semplicemente, intervengano nei racconti di vita le stesse dinamiche di relazione che si trovano tra appassionati di cinema. Il lettore non capisce e non può capire le esigenze di chi si sfoga, non sa nulla della sua storia, e dà per scontato che “diverso da me” = “idiota” (o “aperitavita”, o “muuuggito”), che è molto facile, soprattutto quando in internet si entra in contatto con chi parte da assunti totalmente diversi dai nostri.
Si sparano commenti che, in fondo in fondo, dicono solo: “me ne sa più di te. te suca.”

Questo inevitabile approccio degenera in troncature rapide, in guerre termonucleari da tastiera, e in rarissimi casi in cui si inizia a nicchiare, ritrattare, mediare e contraddire le massime di vita fino ad annacquarle di sacrosanto buonsenso, di specificazioni, di distinguo, che però ci avvicinano davvero a quelle entità ignote che sono gli altri esseri umani dall’altra parte dell’internet.
Questi sono i casi che aprono spiragli di speranza nell’umanità, una persona alla volta. A volte si trasformano addirittura in quasi-amicizie (ciao altrirespiri!).

Per fare un esempio di assunti di partenza molto diversi: io sono agnostico, con forte propensione al misticismo realista e occasionali sbandate verso l’ateismo duro e puro da un lato, e verso lo gnosticismo dall’altro.
Quando leggo i blog delle mamme cattoliche mi prude la tastiera, e qualche commento credo mi sia scappato in passato.
Ma ai fedeli, quelli veri, quelli che possono vantare percorsi di fede e gli studi di catechismo e i libri di teologia di Ratzinger non interessano l’antropologia, gli studi sulle religioni comparate, gli studi di neurologia, le tesi di psicologia comportamentista e un punto di vista che, è brutto dirlo, è diverso dal loro: a loro interessa avere ragione.
Alla fine l’ho capito, ma è stato surreale partire da giudizi inappellabili e doverli poi mano a mano mitigare. Non perché io giustifichi la fede cieca! No!, quello che penso tra me e me resta degno di censura. Mitigo per non urtare la sensibilità di chi, immagino, ha passato la vita con certi gruppi e chiese (ahimè, molto diffusi in Italia), e adesso non può uscirne solo perché arrivo io baldanzoso e bello come il sole.
Chiunque morirebbe piuttosto che rinunciare agli assunti a cui ha dedicato il proprio tempo e la propria vita.
Siamo umani: se domani arrivassero gli alieni sotto forma di croci volanti e spiriti santi anche io mi prenderei qualche minutino per aggrapparmi al mio agnosticismo, prima di cadere all’indietro e sbattere forte forte la testa contro uno spigolo.

Certo, in alcuni casi tirare carne a chi ha idee del zacco è un dovere morale, basti pensare che in uno stato laico si possono praticare diverse religioni, mentre Adinolfi e il Moige (e i medici e i farmacisti obiettori di coscienza) sono incompatibili con uno stato laico (OOPS), ma mi disturba che nella guerra per delle idee decenti possano restare a terra delle persone imperfette, ma tutto sommato di buona volontà (e qui no, non sono sicuro che Adinolfi rientri nella categoria).

Le idee si avviticchiano alle persone, e dopo un po’ diventa difficile separare le due cose.
Non vorrei mai dire a qualcuno, o sentirmi dire: “sei un coglione, stai zitto”, quando sarebbe corretto invece dire: “sei una brava persona, ti stimo come essere umano, oltre che come soprammobile, ma sostieni proprio delle idee del cazzo. Stai zitto.”
La differenza è una sfumatura che troppo spesso non viene colta, a volte nemmeno da chi la pronuncia, figuriamoci da chi se la vede rivolgere!
Anche quando si coglie la differenza non è detto che si accetti di buon grado l’invito a rivedere i propri assunti di partenza.
Ho appreso di recente che la fazione delle buone persone si sta impegnando per colmare questa differenza, ma non ho molta speranza.

Certo, una soluzione sarebbe quella che è già adottata istintivamente, e anche incoraggiata dagli algoritmi di FB e dei social network: si bazzicano solo le idee che già si condividono, senza correre il rischio di metterle in discussione e senza andare a scassale le scatole a chi la pensa diversamente, ma nel mio caso personale il mondo interiore solipsistico e quello reale si rispecchiano uno nell’altro, e ora che ho trovato uno straccio di empatia con il mio lato scemo, e quindi un ponte di corda virtuale per mettermi in comunione con la peggior feccia di internet, non mi menomerò del mio lato scemo solo perché in internet ci sono degli sciroccati peggiori di me.

E quindi?
Boh, ho scritto tantissimo, non mi ricordo più cosa volevo dimostrare.
Ah, sì: insomma, per navigare civilmente in internet bisognerebbe rinnegare la propria autostima e rinunciare a prendere qualsiasi posizione su qualsiasi argomento.
Praticamente dobbiamo cominciare a navigare seduti sull’orlo della sedia, meglio se con una chiappa fuori e con la costante sensazione di scivolare col culo per terra.

Forse dedicherò più tempo a definire meglio il mio metodo Ludwig per schiichimichisti omeopatici ecumenici.

 

* non so perché, ma con i miei amici avvocati mi ci metterei solo se fossi Chuck Norris.
Ma voi state leggendo questo asterisco per trovare le mie scuse per la mia bassissima opinione sui vegani e sui grillini. O sui cattolici oltranzisti e i farmacisti obiettori di coscienza. O su Mollica e Morandini.
La posizione è lunga e articolata, ma credo che questi ragionamenti non freghino per niente a nessuno, quindi riassumendo: no. me ne sa più di te. te suca.
I grillini soprattutto dovranno rispondere di avermi tolto la possibilità di usare un bel diminutivo con i piccoli grilli che incontro nella mia giornata. Vergognatevi.

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22 thoughts on “Chi sono io, chi sono gli altri (un trattato noioso e approssimativo)

  1. cioè… mi son letta tutta ‘sta filippica per nulla? 😛

    Ma davvero la gente è così, secondo te? Io non mi sento più preparata di tutti su nulla (a parte il mio lavoro, ma devo stare zitta anche lì, quasi sempre) e non credo di essere tanto intransigente… Infatti sono gli altri a togliermi il saluto 😉
    (parlo di vegani integralisti, ad esempio)

    • 😀
      Ahi, ci fosse una soluzione semplice… no, niente, comunque non l’avrei trovata 😛
      Per me sì, questa è la base di ogni nuova interazione. Certo si può anche obiettare che se non ci sono studi accademici seri e ben documentati (le mie elucubrazioni hanno solo delle *infarinature* di documentazione) si tratta di un tema in cui lo scrittore influisce sul risultato finale tanto quanto la realtà dell’osservazione.
      Insomma: così è come funziono sicuramente IO, nelle mie interazioni online. Ci sono buone possibilità che delle tracce di comportamenti simili compaiano anche in persone più innocenti (o meno spietate con loro stesse).
      Ma finché anche i sciichimichisti non ammetteranno apertamente di avere torto… quelli strambi siamo noi! 🙂

      • Per quanto mi assolverei volentieri, se ho l’impressione che 9 su 10 dei fenomeni che mi capita di leggere online (soprattutto su forum e blog di cinema) si comporta da sotuttoio, allora mi pare lecito sospettare che per raggiungere queste percentuali draconiane sia di aiuto anche qualche pagliuzza nel mio occhio.
        Quindi parto prevenuto contro me stesso e cerco di trattenermi prima di sparare sentenze. Non è detto che mi riesca sempre, ma, ehi, non riesce bene nemmeno a quei 9 su 10.

  2. Bene.
    Mi sto immaginando la seguente scena: io esco da lavoro, alle cinque e mezza ma più probabilmente alle sette e mezza, ti incontro da qualche parte. (Stiamo insieme, diciamo da otto, nove mesi). Andiamo a bere una birra oppure a cena in un locale etnico, che scusa a me piace l’etnico.
    Mentre ceniamo contenti incontriamo dei conoscenti, appena usciti dal cinema, i quali ci imbastiscono una recensione qualunquista e sconcertatamente banale del film, ma sai com’è, poveracci, in questi casi si annuisce e si dice ogni tanto “ma dai” per chiuderla lì, ma tu no, tu gli critichi la critica cinematografica, tu ci discuti con lo stesso fare di cui sopra, negando per sempre alla nostra coppia appena sbocciata la possibilità di frequentare quelle persone (che magari sono dei miei buoni colleghi oppure la figlia di una cara amica di mio padre col marito ispettore di polizia, o ancora dei tuoi compagni delle elementari che avremmo potuto invitare al nostro matrimonio civile ricevendo in cambio una quota per il viaggio di nozze). Uscendo dal ristorante litighiamo e per i nervi schiaccio dei grillini contro l’asfalto.
    Per cui ne deduco che niente, dobbiamo lasciarci.

    • Urgh, è una storia tremenda, e mi dispiace soprattutto per i grillini, per la figlia della amica di tua madre, per il finale troppo brusco, io dopo essere stato lasciato che divento patetico ti chiamo spesso, ti mando mazzi di rose, ti chiedo di perdonarmi, ti dico che sono cambiato e ho capito i miei errori, ma tu non mi credi e ti rifai in fretta una vita.
      Io resto distrutto per mesi, e alla fine riesco a venirne fuori grazie a una amica di cui mi innamoro, ma che comunque non vuole saperne di me, ma intanto ho ritrovato il piacere di vivere e voglio rifarmi una vita anche io.
      Ti rincontro dopo 5 anni, ti sei sposata e hai 2 figli e posso dirti sinceramente di essere felice della tua felicità. Avendo capito con questo incontro che si è chiuso un macro ciclo della mia vita parto a cercare me stesso e finisco a fare l’assaggiatore di pesce palla in un sushi bar gestito dalla yakuza in Malesya.
      Ho una crisi quando tra le portate mi accorgo che ci sono due grillini fritti. Torno in Italia, ti cerco tra le rovine del tuo matrimonio, che nel frattempo si è incrinato e ci rimettiamo insieme in un turbine di passione e rimpianto per non aver vissuto insieme gli anni migliori delle nostre vite.

      • Da anziani, uscendo dal bingo incontriamo i conoscenti di cui sopra, i quali nel frattempo hanno intrapreso ciascuno la propria personale lotta con a)l’Alzheimer, b) il pignoramento di 1/5 della pensione.
        Gli stessi, evidentemente provati dalla Vita, blaterano a proposito delle scie chimiche che ci stanno avvelenando tutti, che costringendoci a guardare in su ci fanno venire la cervicalgia con conseguente mal di testa e obnubilamento delle coscienze, e tu stai per dire qualcosa, oh no, lo vedo! Con le lacrime agli occhi ti guardo e ti faccio un eloquente cenno di no con la testa, e tu mi stringi la mano e assecondi la loro demenza senile.
        La catarsi si è compiuta.
        Felici ci avviamo verso la nostra casa alle porte della città, io ad allevare colombi e tu a scrivere haiku.
        Dissolvenza e fine.

      • Mi sarà piaciuta questa storia.
        Anzi, mi piace 🙂
        E questo significa anche che mi farebbe piacere scrivere qualcos’altro a quattro mani, sappilo.

    • Ci sto pensando. Mi fa fatica non avere nessun altro luogo online dove trovarti, anche perché un blog aperto non è un buon posto per fare esperimenti ‘in gruppo’.
      Magari un post ‘chiuso’? con password? (ma come ci scambiamo la password?)

      • Non mi starai dicendo mica, Andrea, che l’epoca tecnologica in cui viviamo (nostro, o almeno mio malgrado) non presenta sufficienti e-strutture e-comunicative da consentirci di e-interagire?
        Ti rendi conto?
        D’altronde, se pure avessi anch’io un blog, il problema si proporrebbe identico, mi pare…
        Ok, potremmo affidarci alla serendipità gettando entrambi in un forum a caso un giorno a caso un indizio qualunque.
        A meno che tu non mi legga nel pensiero.
        Ps: un blogger serio avrebbe un indirizzo email in basso al centro oppure in alto a destra -fondamentalmente deputato allo smistamento spam – con la didascalia “scrivimi”. 🙂

      • L’insieme delle tue osservazioni potrebbe portarti alla deduzione che io non sia un blogger serio: deduzione esatta.
        Adesso proverò ad aggiungere quell’indirizzo email sul mio blogghino. Qualche settimana e poi arrivo eh!

      • uhmmm, prova adesso.
        Ho portato le mie incertezze tecnologiche al livello “animismo informatico”.
        Spero che gli spiriti dei computer me la facciano passare liscia.

    • ma grazie!
      urgh, senza link o blog faccio fatica a inquadrarti, ma a volte la cenere si associa al fango, e se questa tua cenere è uscita dal fango allora sono doppiamente contento di leggerti.
      In ogni caso: ti voglio bene anche sulla fiducia 🙂

      • Urca, più che al fango io avrei associato la cenere alla fuliggine ma forse ho messo troppi ricordi in un’unica frase.
        Niente blog per un po’, più avanti vedremo

      • 😀
        Per essere sicuro ho fatto un po’ di confusione, sai com’è, tra fuliggine e fango le effe si accavallano.
        Sono proprio contento di leggerti, ti (vi) penso sempre spesso e aspetto quando ci sarà un nuovo blog.

  3. Non so se il mio commento vada a centro sul tema ma c’è talmente tanta carne al fuoco che statisticamente in qualcosa ci azzecco.
    Fatte salve le mamme cattoliche da blog, lungi da me.
    Concordo su tutta la linea. Io leggendo i blog altrui mi rendo conto che gli altri sono diversi da me, vivono una quotidianità loro, e da qui discendono esperienze diverse.
    Odio esprimermi sui trend topic, perché sono ignorante a 360 gradi e voglio evitare di fornire prove tangibili. Ritengo che lo sia anche buona parte di coloro che si cimentano.
    Prediligo raccontare riflessioni e vissuti personali, anche se mi rendo conto che importa a pochi. Ma io sono così, inutile sforzarsi di essere un’altra.

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