Andare al cinema da soli

Brautigan parlava di vizi semplici, bidimensionali comparati a certi vizi che si manifestavano addirittura in quattro dimensioni full HD.

Nel suo caso stava introducendo il suo vizio di addormentarsi con il televisore acceso.

Ecco, allo stesso modo per me andare al cinema da solo è un vizio bidimensionale, ma solo perché non posso più indulgervi più come vorrei.

Anni fa, ben prima del mezzo del cammin di nostra (mia) vita in cui mi sono ormai inoltrato da qualche anno, mi ritrovai in severi cazzi amari, chè la diritta via era smarrita.
Scelte sbagliate, anche se coraggiose, mi avevano lasciato solo come un cane, scombiccherato al punto che non potevo più dire in buona fede di appartenere alla razza umana. Avevo perso praticamente tutti gli amici, che ci aiutano ad ancorarci a una parvenza di socialità, ed ero incapace di stabilire qualsiasi contatto, anche con uno sconosciuto. Le sconosciute non le menzioniamo nemmeno, che mi sarebbe bastata una carezza o una parola o un fremito per farne un filo di Arianna e uscire dal mio personale labirinto mentale.

Ero incapace quindi di interagire con le persone normali, che non mi interessavano nemmeno (spoiler: non vedevo nulla di interessante in loro perché avevo perso interesse in me stesso. Questa parte l’ha scritta divinamente il Quadernetto, qui: https://ilquadernetto.wordpress.com/2017/02/05/vaneggiamenti/).
Come passare lunghe serate senza amici, senza nulla da fare, pur essendo appassionato di cinema?
Persino i coinquilini inventavano scuse pur di non dovermi rivolgere la parola, e a volte dei netturbini chiedevano di entrare in casa per fare il loro lavoro.
Non li ho mai lasciati entrare, e invece ho cominciato ad andare al cinema da solo.

Nel silenzio del cinema, mentre delle immagini d’argento sbalzavano la mia anima a bassorilievo (che, tradotto dal poetichese di O’Hara, significa che durante ogni film mi facevo prendere a psicomartellate) , potevo illudermi di immergermi nei meandri dei miei pensieri.
Ecco perché, ancora oggi, sono convinto di essere bravetto ad analizzare i film: perché i significati che ho tirato fuori da titoli insulsi poi me li ruminavo per giorni, finché non ero sicuro che la lettura fosse completa e coerente, e li usavo come ponte universale tra le mie sfighe personali e quelle degli altri.
Che poi, ma chi li ha mai incontrati, questi altri? Boh.

Insomma, andare al cinema da solo era la cosa più simile a vivere davvero una vita che potevo sentire mia, per quanto solipsistica, ma, soprattutto, ogni film mi costruiva attorno uno strato di un bozzolo da cui poi sarei uscito comunque io, ma molto più simile a un essere umano.
“Mimesi” è la parola chiave, qui.

Il problema è che non ho più le occasioni per andare al cinema da solo, e mi manca, come una piccola coccola di cui non dovrei rendere conto a nessuno.
Mi manca addirittura più di quanto sarebbe lecito aspettarsi.

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73 thoughts on “Andare al cinema da soli

  1. Bello come da una scelta praticamente quasi obbligata sia nata una coccola, come dici tu, inaspettata.
    Sono contenta di essere stata forse un po’ uno spunto per questa riflessione! Grazie mille per la menzione 🙂

      • Mah.
        Pensaci bene… Se ti senti come se non avessi scelta, forse c’è qualcosina da aggiustare.
        O forse è solo questione di aspettare che il periodo più impegnativo passi, e dopo potrai ritrovare il tempo per il cinema da solo.
        Io mi ci sono dovuta adattare, anche se non mi piace.

      • Hehehehe, forse è solo question di aspettare, forse. O forse no: alcune cose non si cambiano e non si ‘aggiustano’. Se cerchi di ‘aggiustarle’ si rompono, e sarebbe un peccato 😉 (parliamo di persone!)

      • le persone non si aggiustano: si scelgono per quello che sono e basta.
        Io dico che se non stai bene davvero con qualcuno o lo prendi a piccole dosi (e il dosaggio davvero si può aggiustare) o decidi che ti va bene così. In questo caso il bene è più del male.
        Però, a volte, basta solo parlare e trovare nuovi equilibri.
        O aspettare che maturino alcune situazioni.
        Ad esempio: bambini piccoli, niente cinema. I bambini crescono.
        Mi vengono in mente altri esempi. Ma sarebbero lunghi ed è sempre e solo la mia visione.
        Io dico che i “compromessi” non pesano affatto in certe situazioni… uno che sceglie solo di testa lo sa bene! 😉
        (ma quanto si perde….)

      • Siamo diversi: io non tornerei mai su certe scelte fatte, ma non mi faccio mai mancare di sentire il peso dei compromessi.
        Chissà, magari per non perdermi per strada quel poco di pancia che ho.
        “misura due volte, taglia una soltanto” sì, ma poi ogni tagliato ha due estremità, e io ho l’abitudine di guardarle entrambe…

      • Certo, avrei fatto qualsiasi cosa, compreso pagare ogni giorno il prezzo delle mie scelte, ma non sono di quelli che pagano e smettono di sentire.
        Forse i miei tagli (quelli che mi vengono in mente ora, almeno) semplicemente non cicatrizzano, non so se sia un bene o un male.

      • Malissimo! Le ferite che non guariscono, tecnicamente si dicono deiscenti. Non chiudono, suppurano, continuano a sierare come minimo, ovvero ‘perdono’. Vanno medicate con decisione, anche scucchiando (il cucchiaio è un ferro chirurgico con un piccolo cucchiaio in punta, dai bordi zigrinati, che raspa per benino. Non molto piacevole). Bisogna pulirle e farle granulare, perché guariscano. In medicina.
        Secondo me l’anima non è molto diversa. Forse c’è un piccolo corpo estraneo da eliminare, e poi la ferita guarirà. Una cosa da guardare in altro modo.
        La mezzastrega è sempre impietosa e sincera, ovvero ottiene di far meditare la gente sui dettagli, anche quando non vuole.
        Però ci azzecca praticamente sempre.
        Scusa, sono invadente.
        Ti auguro solo di trovare il tuo spazio per il cinema.

      • Ok, il parallelismo tra mente e corpo evidentemente ti ha colpita molto.
        Hai studiato medicina?
        Ora, facciamo un esercizio più letterario, se non psicologico: fai finta che una similitudine non sia una coincidenza, che la psiche sia ben diversa dal corpo (a meno che tu non sia una neurobiologa oltranzista), nonostante quello che credi tu.
        Fai finta di parlare di te in prima persona e non in terza, di non essere un oracolo (spoiler: non lo sei, mi spiace) e di trovare un aggettivo più calzante di “invadente” a questo tuo commento.
        Non sei invadente, stai dicendomi come tu vivi la tua vita, secondo quali dogmi e quali orientamenti e limiti, stando bene attenta a non ascoltare come io invece ho imparato a vivermi la mia.
        Ti ringrazio per l’augurio sul cinema, è davvero benvenuto.
        Poi però, se davvero ci azzecchi e sai anche i dettagli del mio passato (non sono nascosti, è tutto in bella vista) e hai camminato in un percorso anche solo lontanamente simile al mio, sei la benvenuta a condividere i tuoi dolori e le tue fragilità, ma i personaggi immaginari e infallibili, con cui vorremmo tanto immedesimarci pur di non essere noi stessi, sono inevitabilmente irreali, e mi interessano molto meno.
        Tu sei pronta a mostrare chi sei qui? Anzi, sei pronta a metterti in gioco con te stessa? O vieni qui a pontificare sul vuoto pur di rinsaldare l’illusione di azzeccarci praticamente sempre?
        Questa tua risposta mi fa un po’ pensare…

      • No ho studiato qualcosa di contorno alla medicina, e lavoro coi chirurghi da sempre. Essendo curiosa, imparo cose anche non pertinenti al mio lavoro.
        Io sono pronta a mostrare chi sono e a mettermi in dubbio sempre.
        In genere mi massacro più del sensato.
        Il fatto che io ci azzecchi sempre, non è affatto un vanto, ma un cruccio. Ci sono situazioni molto importanti del mio passato che sarebbero andate diversamente se io non fossi così. Sarebbe una vita più leggera.
        Però, come mi fai notare, non ho letto tutto il tuo blog e non conosco le varie situazioni.
        Sono convinta che un malessere, un disagio di qualche tipo, abbia sempre il suo perchè. Però può essere molto semplice risolverlo: basta guardare le cose da un altro punto di vista, senza cambiare nulla delle nostre scelte.
        Quel che io intendo dire è che essere contenti è possibile, ed in certe cose quasi doveroso. Perchè è quello il modo di viverle al meglio, e con rispetto.
        Ovvero io non sono una sostenitrice del sacrificio in nome di qualcosa, per quanto grande. Se facciamo una scelta per la nostra vita, deve essere una scelta che ci fa stare bene, o dobbiamo lavorare perchè diventi così. O ci stancheremo.
        Almeno per quanto possiamo scegliere, che molte cose invece no.
        Non pontifico, non giudico, esprimo solo la mia opinione. Forse in modo inadeguato.

      • Naa, le informazioni su di me sono ‘in bella vista’, ma solo per chi sa già tutto (o ha molta, molta intuizione), ma allora ti sarà lieve sapere che, tirando un po’ a casaccio, non ci hai preso quasi per nulla!
        Continua così! 🙂
        Non è quasi nemmeno questione di cavillare tra opinioni, giudizi e pontificherie (c’è poca differenza), il punto è che è difficile conciliare i propri assunti sul senso della vita con quelli degli altri, ed è rischioso andare a sindacare sugli assunti degli altri in generale. Nel senso che si rischia di essere un po’ supponenti.
        Ma sai che ti dico? Mi hai fatto venire in mente un bel tema per un post un po’ più articolato. Presto in scrittura!
        Grazie per l”ispirazione’!

      • Forse hai ragione tu. Siamo tutti diversi, per fortuna.
        Ma siamo animali, mammiferi, sociali: i bisogni fondamentali sono gli stessi.
        Bisognerebbe parlarne di persona… Alla fine è possibile che stiamo dicendo la stessa cosa con parole diverse.
        Ho degli indizi… 😉
        Ed ognuno di noi due si tiene pacificamente la sua opinione

      • Sì. Parlando di amicizia, ad esempio, io li chiamo ‘assunti condivisi’ o ‘impliciti condivisi’: spesso non si tratta nemmeno di avere le stesse idee (anche se aiuta), ma, come dici tu, di esprimerle in modi simili o compatibili.

      • anche solo comprensibili.
        La frustrazione di non riuscire a comunicare è terribile.
        Me lo fece notare il Matto: se c’è troppa distanza nei modi di comunicare (e negli argomenti) ti stufi di certo.

      • Io credo (è la teoria dell’argomentazione, Perelman) che sia sempre possibile comunicare, però è vero che (anche con certi miei amici, che pure stimo) i punti di accordo da cui partire per una buona discussione sono molto distanti anche dal tema stesso che si vuole trattare, e quindi è necessario più tempo per sviluppare ragionamenti che, con chi invece la pensa come noi, sono già dati per scontati.
        Nel secondo caso, a parità di tempo disponibile si parte avvantaggiati per arrivare un po’ più lontano nei ragionamenti…
        Il tuo “Matto” è quello dei tarocchi? O è un ex marito partito per una spedizione esplorativa di mattolandia?

      • Si comunica sempre anche quando non si vuole, Perelman è quello?
        Non è solo per il fatto che certi punti condivisi avvantaggiano, ma è anche un fatto culturale: se tu usi normalmente parole diverse dalle mie, le conversazioni diventano difficili, ad esempio. E a volte ti trovi sprovvisto di termini adatti a spiegare nel linguaggio dell’altro, laddove l’altro ha un linguaggio molto limitato e nessuna curiosità o volontà ad ampliarlo.
        Oppure proprio non sono in grado di capire un certo linguaggio: se vuoi spiegarmi una qualche teoria matematica, io non sono in grado di seguire il tuo ragionamento, proprio non ci arrivo.
        Il mio capo giovane può chiamarmi al telefono e dire qualcosa tipo: “mi serve un’HRM per un sospetto SED, entrato in accoglimento”
        Questo è quello che intendi tu: background e idee simili portano una comunicazione snella ed efficace, come tra lui e me.
        Però io sono capace di spiegarti questa conversazione. Non riuscivo a spiegarla al mio ex marito, e questo è uno dei motivi della nostra separazione.
        Il Matto è un uomo che ho amato molto, con ragionamenti geniali e folli, alternati… Un altro cruccio.

      • Quelli che assunsero che non si può non comunicare (e ogni forma di non-caomunicazione è comunicazione ella stessa) sono Wazlawich e Bendler (geni assoluti, prima che decidessero di far soldi e basta).
        Perelman (+ Thyteca) hanno scritto un trattato di retorica molto ottimista, al limite del buonismo, ma una bibbia a cui non si può non tornare (trattato dell’argomentazione).
        Non ho verificato la grafia di nessuno dei nomi qui sopra: spero di non aver scritto strafalcioni troppo grossi 🙂
        La metacomunicazione (soprattutto quella familiare, ma ogni spiegazione e sintesi di quello che succede in uno scambio di messaggi) è una roba stranissima: è contemporaneamente banale e geniale.
        Come bizzaria a margine anche tutta la grammatica e la linguistica sono esercizi di meta-comunicazione, strettamente parlando 🙂

      • Watzlawick, credo che a lezione si riferissero a lui. Ho dovuto accumulare una quantità esagerata di informazioni in troppo poco tempo, con ben altri pensieri in contemporanea, per ricordare tutto… e poi c’ho n’età!
        Ecco metacomunicazione… si può chiamare così quando non c’è la comunicazione primaria? Cioè tra l’ex marito e me si era arrivati quasi a non parlarsi. E non c’era nessuna volontà di ascolto. Quindi era solo un’interpretazione della comunicazione non verbale.
        Banalmente non c’è nessun sordo peggiore di chi non vuole ascoltare. A volte c’è chi forse vorrebbe ma non è capace.
        Infatti io con l’insegnante di LIS non ho difficoltà a comunicare. E’ sordo, ma paziente.

        Questo evidentemente è il tuo campo, io torno ai miei esofagi, che rischio di dire sciocchezze.

      • Watzlawick, brava.
        Uhm, no, metacomunicazione è ogni comunicazione fatta *sulla* comunicazione.
        Se con tuo marito avessi parlato di come non vi parlavate più, avreste fatto metacomunicazione.
        Di norma è quasi impossibile meta comunicare con i cosiddetti linguaggi ‘relazionali’ (ad esempio la comunicazione non verbale e para verbale), perché sono non formali né simbolici.
        Le teorie di Watzlawich poi sono ottime perché formalizzano la responsabilità della comunicazione all’emittente, così che in ogni relazione comunicativa non ci sia mai una sola parte responsabile del risultato della comunicazione, ma questa responsabilità ricade sempre su tutte le parti coinvolte.
        Io l’ho trovato illuminante per darmi sempre la colpa di come andavano a finire le relazioni, ma, in fondo, significa solo che se una relazione non va, non va e basta, ed è una bella consolazione, a volte 🙂

      • ho letto tutto il ciclo della ricerca, quanta gente conosci che lo ha fatto?
        E poi ci sono libercoli che risultano illuminanti, solo perchè li hai letti al momento giusto.
        In realtà per me sono state illuminanti più le persone…

      • uh, il ciclo della ricerca? questo non lo conosco (o magari sì).
        Mi dai qualche riferimento in più così vedo se metterlo nella mia lunghissima lista di libri-che-vorrei-prima-o-poi-leggere?

      • Il ciclo della ricerca del tempo perduto di Proust, lo conosci senz’altro. E ti sconsiglio di leggerlo: tempo perso!
        Con tanti bei libri o libri interessanti che ci sono…

      • Ah, la famosa (famigerata?) Recherche!
        Complimenti per la lettura, ma, ok, ne ho sentito parlare abbastanza per NON metterla nella mia lista.
        Indispensabile (ho sentito dire) per qualunque aspirante scrittore, ma evidentemente io non aspiro così tanto 🙂

      • è stato un momento della mia vita in cui dovevo far passare il tempo. Lessi quello e il Signore degli Anelli. Tutti e tre i libri. Ma col Silmarillion mi fermai intorno a pagina 40: mi ero persa tra le discendenze di elfi e nani.
        Lessi tutto di Asimov, ma questo lo rifarei perchè mi piace.
        Non riuscii (e non mi passa per la testa neanche ora) di affrontare Moravia o Moby Dick nella traduzione di Pavese.

      • I tre libri del Signore degli Anelli li ho letti anche io, e il Silmarillion invece figura tra i polpettoni che ho letto io (e che, allo stesso modo, non consiglierei a nessuno) .
        Ad Asimov ho sostituito in blocco Buzzati e il Cyberpunk (tutto, o quasi)

      • per cyberpunk si intende roba tipo Philip Dick? (non sono mai stata brava ad etichettare, per me è sci-fi e basta)
        Di Buzzati non ho letto nemmeno il deserto dei tartari. Sono una lettrice stramba!

      • Sì, ma più che altro William Gibson (consigliatissimo) e Bruce Sterling.
        Sulla differenza tra Cyberpunk e fantascienza “vecchia scuola” ci sarebbe da scrivere un volume, ma non è rilevante.
        Di Buzzati invece ti consiglio molto i racconti de “la boutique del mistero”: brevi, piacevolissimi, e molto più fruibili di quel mattone che è il deserto dei tartari 🙂

      • Tendo ad essere per la fantascienza vecchia scuola, temo. Dick lo leggo volentieri, ma mi lascia sempre una sorta di inquietudine. Descrive un futuro soffocante e negativo, a me piace di più Asimov, Star Trek… Ho letto Neuromante di Gibson non lo ricordo, forse è quello in cui ho pensato che aspettavo il seguito :-D, di Sterling nulla.
        Per Buzzati terrò conto, grazie del consiglio.

      • Dick ha uno stile di scrittura che non mi piace particolarmente (un po’ convoluto, addirittura ‘grezzo’ su certi dettagli), però è quello che ha iniziato a mescolare fantascienza e noir e la filosofia più o meno spiccia. Il cyberpunk successivo (anni ’80 in poi) ha usato la stessa formula, ma ne ha fatto uno specchio del nostro presente e di qualunque cosa sarà il nostro futuro.
        Specchio impietoso, aggiungerei.

      • Appunto: mi togli il fanta dalla fantascienza. Dove per fanta intendo la speranza che riusciamo ad evolverci anche socialmente ed intellettivamente.
        Per lo specchio impietoso basta guardare la TV

      • Naaa, stai parlando con un fedele all’orlo del fanatismo: la televisione manca del noir, e soprattutto della filosofia/psicologia/mistica, e comunque non tutto il cyberpunk viene per nuocere.
        Diciamo però che se non ti piacciono gli stilemi del noir e dell’hard boiled è una questione di gusti, e ne abbiamo già abbastanza in comune senza che io mi metta a difendere un genere che non ti piace 🙂

      • stai dicendo che guardare un tg a caso non ti fa pensare che facciamo abbastanza schifo?

        e poi ‘hard boiled’ a me fa pensare ad un uovo sodo troppo cotto: è verde.

        In realtà credo che mi piaccia, senza averlo mai chiamato così… uhm… devo studiare.

      • Hahahaha: anche io ho sempre associato l’hard boiled alle uova!
        Intendi che ti piace il noir? O l’uovo stracotto? 😀

        Guardare il TG disgusta senza dubbio, ma lascia sempre aperta una porticina assolutoria “io sono diverso, non sono così, ah, puah, i tempi moderni!”, che invece gli scrittori cyberpunk si preoccupano di chiudere a doppia mandata.
        No, mi sbaglio, non è il cyberpunk: è la letteratura buona. Anche alcuni film hanno la stessa qualità.

      • ma io non sono così davvero, sono nata con almeno cinquant’anni di ritardo! 😛

        In realtà quel genere a me lascia sempre la sensazione che il male non sia evitabile, che si insinui in noi, o ci assalga, indipendentemente dalla nostra volontà. Preferisco pensare che abbiamo il libero arbitrio, che possiamo non essere violenti, che sappiamo evitare certe cose.
        Dopo X-Files gli stessi autori produssero un’altra serie che non ebbe grande successo in Italia, non ricordo il nome. La trovavo inquietante perchè era evidente che diceva questo, che il male è di per sè, e può impadronirsi di chiunque.

      • penso tu parli di Millenium, ma non ho mai visto questa serie.
        Non saprei. Di solito noir e cyberpunk (quelli buoni e fatti bene) hanno pochi giudizi sul male e tanti toni di grigio. Il cyberpunk indaga molto la domanda “cosa ci rende davvero umani?”, oppure “chi siamo davvero?” o variazioni sulla gnoseologia (“cosa sappiamo degli altri”, “cosa sappiamo della conoscenza”). È vero, lo fa in impermeabile, sotto la pioggia acida, e con degli occhiali a specchio innestati sulle orbite, ma questa è l’idea 🙂

      • ho imparato una parola nuova!
        Giusto, Millenium.
        In realtà quasi tutto si dovrebbe interrogare in proposito.
        E “cosa ci rende davvero umani” : presente l’uomo bicentenario di Asimov? Non era cyberpunk.

      • Sì, ma è comunque una storia bella netta, quasi a tesi.
        Nel cyberpunk si scava un po’ di più nel grigio, e le risposte a volte latitano proprio. È l’attitudine che cambia, è più indurita dalla vita, e i temi raramente vengono esplicitati.
        Poi si entra nel territorio grigio per cui i generi si confondono se non si ha una mappa più precisa di quella che ho io (c’è “la singolarità”?, ci sono gli stilemi del noir? la tecnologia è realistica, sporca, condizionata dal mercato? la società mostra i segni dell’impatto con le tecnologie introdotte e l’influenza del mercato?).
        L’uomo bicentenario mi da un po’ l’impressione di essere un esperimento filosofico condotto in un laboratorio sterilizzato, ma non ho mai letto il racconto, ho solo vaghi ricordi del film con Robin Williams.
        Forse è una mia impressione.

      • Intendevo dire che la domanda su cosa ci rende umani, è diffusa in tutta la fantascienza (e non solo), non solo nel cyberpunk. Sono troppo ignorante per dire dove inizia, probabilmente nei filosofi greci. Sicuramente c’è in Frankenstein della Shelley.
        È la tecnologia influenzata dal mercato e sovrana a fare la differenza. E forse è quello a piacermi meno. Siamo esageratamente influenzati dal mercato, oggi. Un futuro meno schifo, no eh?
        Questo non toglie che posso leggerlo lo stesso, solo non in un periodo in cui ho bisogno di qualcosa che mi faccia sorridere o emozionare.

      • Vabbè, se citi Frankenstein vai sul sicuro: dentro c’è praticamente TUTTO (su e su a ritroso fino allo gnosticismo ebraico, e giù fino a Blade Runner, che ne è l’evoluzione più diretta).
        Poi ci sono altre manifestazioni della fantascienza che si fanno altre domande.
        Comunque il futuro schifo è la parte che piace a me. Lo trovo malinconico, che mi calza benissimo 🙂

      • Il Moby Dick è invece sul mio comodino dal 2008: mi ha bloccato il capitolo in cui spiega perché la balena dovrebbe essere classificata come pesce, e ora che il trauma è passato spero di riuscire a riprenderlo e finirlo

      • io mi son fermata molto prima: quando descrive tutti gli attrezzi da pescatore appesi alle pareti dell’osteria… ‘na nosa!!
        Forse se mi procurassi una traduzione più moderna… ma poi mi dico che anche no: ho decine di libri da leggere in casa, e un po’ di lavori manuali…
        E in ogni caso la balena è un mammifero, che il buon Melville se ne faccia una ragione!

      • Essendo diventata saggia in fretta (:-D) ho deciso che non c’è nulla di male a lasciar perdere un libro che non ti piace. Mi sembrava quasi sacrilego. Poi son cresciuta.
        Chi te lo fa fare?
        Ho abbandonato pochi libri, tutto sommato, ma a volte è proprio stato un bene.
        La noia di Moravia mi opprimeva, mi sognavo la notte i sintomi descritti in Risvegli, e il malloppone sul tuo comodino… mi fa dormire, tempo mezza pagina.
        Potresti fartene una ragione anche te!
        Forse devi raggiungere un altro tipo di maturità 😉
        (il mio prof a scuola diceva che i promessi sposi è un romanzo adatto ai quarantenni. Io non l’ho riletto. Mia nipote a quindici anni “zia che bello!” Periodicamente ci fa preoccupare, la ragazza!)

      • suvvia, non credo sia una maturità da questionare, la mia: se non altro perché la regola aurea che citi l’ho già assimilata e applicata, ripetutamente, con convinzione (grazie a Dostojevsky, che tutti mi citano invece come autore “indispensabile”).
        Moby Dick voglio finirlo per una serie di ragioni tutte slegate dalla piacevolezza della lettura: c’è in quella storia, fin dall’inizio, tra le pieghe delle infinite allegorie, qualcosa che risuona con la mia storia, e voglio inchiodarlo a questo fatto fino in fondo.
        Io mi sono riletto i promessi sposi qualche anno fa: senza i commentari apologetici (contro cui non mi metto, per carità) è libricciolo leggibile, di certo molto più che Dostojevsky! 🙂

      • I russi li lascio a persone più colte e adatte di me.
        Chissà se mia cognata li ha letti…

        Se hai altri motivi per finire il malloppone allora auguri!!

  2. dimenticavo di dirti: sono andata al cinema da sola. Considerati i commenti dei vicini, nella pausa… sono stata davvero felice di esserci andata sola. Mi sono goduta tanto il film, in santa pace.
    😉

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