Dream-machine

Una stanza vuota. Quattro pareti di cemento grigio, troppo strette per due sole persone. Nessun arredamento. Luce diffusa. Impossibile stabilirne la provenienza.
Fu lei a rompere il lieve ronzio del silenzio: “Ma dove…? Dobbiamo iniziare in una stanzetta opprimente?”.
I muri angusti semplicemente svanirono, lasciandoli a disagio nell’oscurità.
“Ok, ma possiamo stare da qualche parte? Questo nulla mi farà venire gli incubi” disse lui. Avrebbe dovuto sapere che c’erano delle regole ben precise sugli incubi, ma lo disse comunque.
Lei suggerì un prato in estate, e iniziarono da lì.

Prima l’odore dell’erba in primavera. Lei completò il cielo: aria tersa e rare nuvole sfilacciate che screziavano il blu profondo. Il sole proiettava striature più calde sulla pelle. Ovviamente il sole non era mai direttamente visibile: la luce era diffusa, e la sua fonte primaria restava nascosta.
Lui aggiunse la sensazione dell’erba morbida sotto ai piedi nudi, e un sorriso gentile sulle labbra della sua ragazza.
“Facciamo qualcosa di più strano!” e il cielo assunse una tonalità verde brillante, come l’acqua nei laghetti di montagna, o il colore di certe libellule.
Di solito non avrebbe mai esercitato un cambiamento simile senza chiedere prima il permesso. Ci avrebbe meditato sopra per un intero ciclo.
Lei rispose con una risata gaia di sorpresa, e l’erbetta tenera divenne arancione, tutta, in un colpo solo.

Crearono un palazzo con delle stanze grandissime, collegate tutte da tubi pneumatici e colori iridescenti. Piano piano il gusto di lui iniziò ad assomigliare a quello della ragazza, mentre lei si faceva sempre più arrendevole e compiacente.
Il sesso fu dilatato, confuso, alternativamente romantico e violento. Soprattutto fu distaccato.
Come per gli incubi il sesso ha delle connotazioni che alterano troppo la connessione. Ammettere l’uno vorrebbe dire incoraggiare l’altro.

Dopo continuarono a giocare. Lei creò attorno al palazzo una civiltà e un mercato per vestirsi. I suoi fianchi si erano ristretti e i seni rassodati: si infastidì notando che i capelli erano diventati multicolore come un arcobaleno, molto simili all’acconciatura di una sexy star del momento.
Sapeva che questo faceva parte delle regole del gioco, ma non potè trattenere una punta di gelosia amara, e per un istante solo il cielo virò al rosso cupo, prima di tornare verde smeraldino.
Lui creò poco fuori dall’abitato dei monti scoscesi e delle rapide. Poteva percorrerle saltando da un masso a quello successivo: era diventato più forte e più muscoloso. Anche lui notò che la sua struttura corporea era stata assimilata a quella di un androgino cantante, glabro e con i muscoli molto definiti, ma aveva perso la naturale prudenza e gran parte dei freni inibitori, e se ne risentì molto meno di quanto non fosse risentita la ragazza.
Ormai era quasi completamente trasfigurato: non avrebbe potuto rimpiangere se stesso nemmeno se avesse voluto.

Lei si vestì con un favoloso abito da sera, cortissimo e sensuale, e decise subito che l’acqua del torrente avrebbe dovuto avere riflessi viola e porpora.
Andarono insieme all’avventura, ridendo degli spruzzi delle rapide, mentre scalavano ostacoli insuperabili per dei normali corpi umani.
Sarebbero arrivati presto in vetta, se la montagna non fosse cresciuta per permettere altri salti e scalate.

Quando alla fine arrivarono in vetta una voce femminile, gentile e incredibilmente impersonale, generata direttamente nelle loro teste, li informò che erano le 22:58, l’induttore dopaminico avrebbe interrotto il flusso in 1 minuto e 59 secondi e l’induttore alfa Athena Laser Serie 15, della AstroDream-Machines (R) li avrebbe scollegati per una veglia ottimale e densa di soddisfazioni, grazie alle inconfondibili proprietà oniriche sviluppate nei laboratori AstroDream Machines (R).

Lui sbattè le palpebre. L’oscurità si saturò di suoni reali: l’onnipresente brusio del traffico, le canzoni ad alto volume dei vicini, il vociare di una lite non abbastanza lontana.
Solo i led dell’induttore lampeggiavano rossi e verdi, ma l’inquinamento luminoso filtrava attraverso le tende spesse, definendo a malapena i contorni dello spazio.
Si tolse il jack neurale e si passò la mano tra i capelli un po’ lunghi e appiccicati dal sudore.
Lei aveva ancora gli occhi chiusi e lui immaginava già la litania di critiche a cui sarebbe stato sottoposto dalla ragazza. Immancabilmente e ininterrottamente, ogni volta dopo aver usato l’induttore e prima di andare a dormire.
Lei. Seno piatto e fianchi larghi. Capelli acconciati il tonalità scure, mogano, viola scuro, castano. Moda vecchia di quasi 3 mesi. Un tempo aveva amato i seni piccoli, ma ora li odiava, e lei rifiutava la mastoplastica solo per dargli fastidio: lui aveva accettato di buon grado la maggior parte degli interventi estetici che lei aveva proposto. Le spalle erano allargate e il petto villoso. Il grasso sulla pancia era stato rimosso, tre volte, ma continuava a riformarsi. E ora lei lo manipolava verso il fisico di ultima moda: glabro e snello come quell’efebico cantante pop.
Non si preoccupò: lei gli aveva sempre cambiato i suoi stessi gusti in base alla moda, ogni volta che avevano condiviso i sogni – e li condividevano ogni sera, per evadere dal lavoro opprimente, dalle responsabilità non adempiute, dai fallimenti e dalle delusioni che si erano accumulati anno dopo anno.

Lei aprì gli occhi e lo guardò nella penombra. Le luci dei led riflesse nelle sclere.
Fu rapido quasi come un vago presentimento, ma era quasi sicuro di averla vista stavolta.
In fondo allo sguardo di lei.
Una scintilla di odio.

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