La favola di Morimero de Pascali

Nota: questo è il risultato di un esercizio con un gruppo di scrittura: https://www.facebook.com/groups/226238010898143/
Il compito era di scrivere una favola, continuando da un incipit dato.
L’incipit dato, per venire incontro alle mie facoltà mentali, sarà riportato in corsivo.
Buon divertimento

C’era una volta…DIO! Come odiava questo inzio! Lui, Morimero De Pascali lettore di favole di professione, era annoiato di sorbirsi sempre quella frase malefica. No, perchè poi lo sapeva come andava a finire. E le principesse sdolcinate, e i draghi che venivano uccisi dal fiero cavaliere (insomma! Poveri draghi!). Non capiva proprio perchè i bambini non potessero apprezzare chessò, una principessa che se ne va al concerto degli Arcade Fire o un “fiero condottiero” che, invece della scomoda e pesante armatura, vestisse un bell’abito di D&G. Poi vacci a sconfiggere un drago con un abito che ti è costato un occhio della testa! Insomma, Morimero De Pascali lettore di favole di professione, era stufo e arcistufo. E proprio quel giorno, circondato da tanta stufaggine, decise che avrebbe cambiato il corso della storia. Prese in mano un quaderno e una penna e… scrisse la sua fiaba. Che altro doveva fare? Giocare a freccette?

Per prima cosa descrisse una Principessa metallara e ribelle. Non voleva cadere negli stereotipi, quindi calcò un po’ la mano. Finì che la Principessa sarebbe stata antipatica anche a un santo, ma Morimero sogghignò soddisfatto: nelle favole nessuna principessa era così controcorrente, così volitiva e scostante. Nella sua favola la Principessa si preparò per il concerto degli Arcade Fire, e si preparò a puntino: coltello nella tasca del chiodo, jeans sbrindellati e anfibi rinforzati (ok, Morimero non aveva grandi idee sulla moda ribelle).
Nelle tasche dei jeans la Principessa nascose biglie e dei pesanti tondini in ferro. Avrebbe portato il necessario per un paio di molotov, ma le bottiglie di vodka voleva bersele durante il concerto, e non aveva benzina nella lussuosissima stanza con letto a baldacchino in cui dormiva (era pur sempre una principessa).

Morimero scrisse di come, al concerto, la giovane eroina pogò duro, infilò gomiti nelle costole dei ciccioni e dei manzi assiepati finchè non arrivò sotto al palco. Raccontò anche di come, a un certo punto, la protagonista (fino a questo punto) avesse dovuto stagliuzzare un tipo che proprio non ne voleva sapere di schiodarsi da davanti. Eh, beh, non è che poteva stare ferma dietro a quella montagna di carne che le copriva la visuale – si era portata il coltello apposta!
Finalmente la principessa fu davanti al palco. Era estasiata: tutti gli Arcade Fire (è un gruppo parecchio numeroso, documentatevi.) stavano suonando come infervorati, tutti avvoltolati nella nebbia di scena. La Principessa si dimenò, pogò, urlò e fischiò, finché non arrivò proprio a pochi metri dal palco. Appena riuscì a sentire l’odore dolciastro del ghiaccio secco (quello che produce la nebbia ai concerti, per capirci) PEM! Centrò con una biglia il cantante in testa. STANG! un tondino in ferro, e anche il bassista si stava tenendo la tempia che sanguinava. BTIK! Il batterista, centrato in pieno, si rovesciava dallo sgabello, mandando all’aria con i piedi i piatti e i charleston.

Il concerto era annullato: gli Arcade Fire superstiti si guardavano attorno spauriti, e i più pronti trascinarono via i caduti e batterono rapidamente in ritirata.
La folla sembrava in preda al panico: le persone si muovevano in ogni direzione. Anche quelli della security e gli addetti al palco avevano abbandonato le postazioni. Solo l’addetto alla nebbia stava tranquillo con una cicca in bocca a guardare… la Principessa, che ricambiava il suo sguardo.
Si capirono subito: per quella notte sarebbe stato lui il suo principe.
Quando il servizio d’ordine la catturò anche lui li seguì nei camerini, discusse con i colleghi, insistette perché non la consegnassero alla polizia, perché le permettessero di chiamare il Principe, che c’aveva la grana. Quello della nebbia era un colosso d’uomo, nemmeno quelli della security avevano tanta voglia di contraddirlo. La Principessa fece ‘sta chiamata. Aspettarono facendo girare un paio di canne. Gente che entrava e usciva, tutti concitati. Solo la Principessa e l’addetto alla nebbia stavano tranquilli. E si guardavano come se non ci fosse nessun mondo al di fuori degli occhi dell’uno e dell’altra.
Arrivò un fighettino smilzo e querulo, con un completo D&G all’ultimo grido, e fece tutte le moine alla Principessa, e strillò agli altri di avvocati e di sequestri. E alla fine l’addetto alla nebbia si scassò le palle e portò quasi di peso i due fuori dai camerini, fuori dallo stadio; li fece salire in macchina e li fece guidare fino a fuori dalla città, nel casolare abbandonato che aveva squattato tre settimane prima.

Appena arrivati il Principe oltraggiato prese il cellulare digitale di ultimissima generazione e formulò il numero della polizia velocissimo. Stava per parlare, quando l’addetto alla nebbia assunse la sua vera forma: quella di un Drago mica da ridere. Il Drago stritolò il cellulare tra le punte degli unghioni e ripulì il Principe di tutta la pecunia che aveva indosso, carta di credito e completo di D&G compresi. A operazione completata disse: “E adesso fuori dai coglioni”.
Il Principe piagnucolò. La Principessa era l’amore della sua vita, eccetera eccetera. Almeno che gli dicesse perché aveva rovinato il concerto degli Arcade Fire: erano il suo gruppo preferito, e lui aveva rinunciato per dare l’unico biglietto che aveva a lei!
La Principessa rispose, serafica: “Te stai sempre a lavorare col tuo papi, e non sai niente di me che sono una vera ribelle: a me quegli schizzetti degli Arcade Fire mi fanno cagare. Io ascolto solo i Dimmu Borgir sui vinili originali. Al contrario”. E rovesciò gli occhi all’indietro mentre gli mostrava la lingua e faceva le corna con le dita.
Il Principe se ne andò, visibilmente distrutto, e tra la Principessa e il Drago ci fu una notte di fuoco.

Il giorno dopo si svegliarono tardissimo. Lei si lamentò che voleva per colazione l’uovo alla coque, e lui si mise alla playstation e la ignorò fino all’ora di pranzo, e poi disse che usciva e andava a bere un cicchetto con gli amici (il Grifo, la Chime e Tommy, detto il Porco, che sarà anche stato il terzo di tre fratelli, ma era una bestia peggio).
E vissero per sempre… no, mica felici e contenti. Per un po’ il Drago e la Principessa si filarono, ma poi lui era una palla e lei una stronza. Lei si fece un barista intraprendente, lui si mangiò il barista e la mandò a cagare. Adesso lui vive in Aspromonte, in una comune new age vegetariana, ma di nascosto arrostisce le pecore col fiato di fuoco per mangiarsele, e se c’è si mangia pure il pastore. Lei ha imparato il kickboxing e fa combattimenti illegali in Malesia.
Il Principe ha avuto un esaurimento ed è in cura con psicofarmaci di quelli pesanti.

Chiama ‘happy ending’ questo, Propp!

E con questo Morimero posò la penna, e si sentì soddisfatto; ma all’improvviso squillò il cellulare. “Sì? Pronto? Ah, sei tu! Sì tesoro; no, non sto facendo nulla di importante. Sì, amore, arrivo subito. Ciao ciccin…”. All’altro capo del telefono la sua deliziosa fidanzatina aveva riattaccato. Aveva un caratterino così volitivo! Morimero era innamorato perso, anche se si cacciava sempre nei guai. Adesso, ad esempio, era tenuta in ostaggio in una birreria dove aveva spaccato tutto, e non l’avrebbero lasciata andare finché qualcuno non avesse pagato per tutti i danni. Morimero sapeva che quella parte tocca a lui, ma era così innamorato che la faceva volentieri. Prese il portafogli e la carta di credito, indossò il suo migliore completo D&G e impostò sul navigatore le coordinate per trovare il pub.
Com’è che si chiamava? Ah, già: “L’Antro del Drago”. Il solito banalissimo nome di derivazione fantasy. Morimero avrebbe suggerito a quell’ignorante del gestore qualche nome che fosse un po’ meno banale, una volta tanto!

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Di Abramo e Isacco

Era venuto nella radura con suo figlio, come gli era stato comandato.
Il suo ranocchietto tutto ossa lo guardava un po’ curioso e un po’ annoiato, senza capire, mentre tra le dita sfilacciava distrattamente con uno stelo d’erba.
Tutto intorno scottava il sole caldo d’estate; le cicale frinivano placide dagli alberi al limitare della radura, e la vita della valle in mezzo al deserto si muoveva sospettosamente attorno all’uomo e a suo figlio.

Avrebbe imprecato se fosse stato di qualche aiuto, ma si trattenne. Stava cercando un segno, un messaggio, un avvertimento, ma vedeva solo un falco afferrare in volo una colombella, scendere con lei in picchiata e poi lasciarla andare, libera per la sua strada.

Aspettò ancora.

Suo figlio si stava sul serio annoiando, e si mise a stuzzicare un mucchietto di terra vicino all’altare con uno stecco. Stava sempre così quando non lo aiutava con i lavori e non giocava con gli altri ragazzini del villaggio. Accovacciato da qualche parte, a guardare per terra, sempre mite, oppure con gli occhi rivolti al cielo, a guardare le stelle o le nuvole. Sarebbe stato un grande rabbi, da grande; un saggio: uno capace di ascoltare i segni e condurre il suo popolo nei tempi difficili che li aspettavano.

Al limitare della radura una volpe scattò e si infilò nella boscaglia, ma poi tornò subito indietro, lanciò un’occhiata furtiva nella loro direzione e si chinò a raccogliere il suo piccolo per la collottola, tenendolo delicatamente tra i denti; poi riprese il percorso, tenendo la testa più alta per non fargli toccare terra.

Il cuore cominciò a riempirsi di angoscia, mentre la speranza di ricevere un segno si affievoliva.
Si avvicinò a suo figlio, ancora chino sul mucchietto di terra, finché il ragazzino non fu coperto dalla sua ombra. Il ranocchietto se ne accorse e si voltò a guardare suo padre, gli occhi strizzati per filtrare la luce diffusa del sole, e un sorriso storto dipinto sul volto, con gli incisivi bianchi e grandi contro il volto scuro.
Una piccola raganella era uscita dal mucchietto di terreno secco che il ragazzino aveva smosso con lo stecco e aveva iniziato a gracidare piano in mezzo al frinire delle cicale.
Nessuno aveva mai sentito gracidare una rana in quella valle nel deserto, e suo figlio, per primo, aveva trovato una piccola creatura tutta ossa, come lui, sepolta sottoterra, e l’aveva riportata alla vita.
Che magnifico rabbi sarebbe stato.

Ad Abramo salirono le lacrime agli occhi. Il suo compito gli appariva sempre più come una punizione, inflitta per chissà quale colpa. Forse la colpa non era ancora nemmeno stata commessa. Forse la colpa era proprio quello che pensavo in questo momento: sapeva quello che doveva fare, quello che gli era stato chiesto, eppure non voleva.
Sapeva che se avesse potuto trovare una scusa l’avrebbe fatto, ma come si possono accampare scuse davanti a una richiesta di “…”.
Non poteva nemmeno dare un nome all’oggetto dei propri pensieri, tanto era vasto.
Avrebbe fatto quello che gli era stato chiesto, anche se non voleva, perché non poteva rifiutarsi.

Quando alzò il braccio con il coltello sacrificale, quando sentì il grido, quando vide sgorgare il sangue, la sua vita gli apparve nitida e tutta intera, con un ordine predisposto, con gli affetti che aveva desiderato tanto, con la propria famiglia al centro di tutto, e l’amore per suo figlio Isacco ancora più ruggente nel suo cuore.
In una potentissima rivelazione capì che niente altro importava per lui.
Un segnale chiarissimo, proveniente dalla realtà che formava la sua vita.
Ma era il segno che aspettava? Il Creatore gli stava dicendo di fermarsi, come voleva disperatamente? O era la sua disperazione a voler usurpare la Sua Voce?

Urlando fece quello che doveva, contro ogni natura.
E tutto intorno la natura taceva, in muto rimprovero.