Portafortuna

“metà di quello che ha detto
non voleva dire niente, e l’altra
metà voleva dire qualcos’altro”
Rosencrantz, Rosencrantz e Guilderstern sono morti, Tom Stoppard

Mi sveglio per uno spasmo nel sonno, la sensazione di inciampare e cadere.
Forse stavo sognando delle scale.
Mi siedo e mi passo una mano sulla faccia.
Che ore sono? La sveglia dice le 3 passate in led rossi. Resto così, ancora incapace di connettere, per qualche oscuro minuto. Alla fine mi alzo e vado alla finestra. Nella strada buia, illuminata dal lampione sotto casa, c’è una donna, infagottata in abiti neri. Alza la testa, come se annusasse l’aria. Qualcosa nei gesti mi fa pensare ad un animale selvatico. Abbassa la testa per guardare dritta in direzione della mia finestra. Chissà perché mi scanso di scatto, come se potesse davvero vedermi nella stanza senza luce. Come se mostrarmi potesse mettermi in pericolo. Quando mi convinco dell’assurdità della situazione e guardo di nuovo in strada lei è scomparsa. Provo una lieve inquietudine e la cerco spostando lo sguardo oltre il riquadro delle finestre, poi faccio una spalluccia e vado a tentoni verso la cucina. Apro il frigorifero e finisco la bottiglia dell’acqua. Sbadiglio rumorosamente e resto affranto a guardare i ripiani semivuoti del frigo, domandandomi perché non me ne torno a letto.
Non lo so.

Mi ci vuole uno sforzo di volontà per chiudere il frigo, ma poi non resisto e prendo le chiavi e esco. Scendo le scale a due a due. Sull’ultimo gradino inciampo e per poco non cado. Mi fermo sul pianerottolo e mi passo una mano sulla faccia, perché i miei occhi sbarrati per lo spavento tornino a fuoco.
È il mio portafortuna quello che tengo in mano? Non ho mai capito perché lo considero tale: non ha mai fatto la differenza. Lo tengo stretto mentre esco e aspetto l’autobus. Inganno il tempo pensando agli ultimi libri che ho letto, a tutti i libri che ho letto, ma mi annoio prestissimo e non mi restano altri pensieri con cui ingannare il tempo. Vorrei avere con me un buon libro.
Il rombo di un motore mi risolleva lo spirito: finalmente! L’autobus si sta avvicinando. Avanzo sul marciapiede per farmi notare, stando giusto attento a non mettermi troppo vicino alla strada, dove potrei finire investito. L’autobus non accenna a rallentare e mi passa accanto a tutta velocità. Bastardo figlio di puttana!
Inseguo l’autobus di corsa, stando attento a non finire nelle pozzanghere. Corro finché non sono costretto ad appoggiarmi a una siepe di cipressi per respirare. Mentre vengo a patti con gli anni passati senza esercizio, piegato in due dal fiatone, vedo un gatto riflesso in una pozzanghera, dall’altra parte della strada.
Cammina guardingo, e attraversa giardini e ringhiere come un animale selvatico. Arriva sul limitare di una siepe di cipresso. È troppo fitta per attraversarla.

Dall’altra parte c’è un uomo, vestito con la divisa degli autisti di autobus. Cade in una grossa pozzanghera, come se cadesse nelle luci riflesse dei lampioni. Dev’essere come cadere dalle scale, ma l’acqua accoglie il suo corpo senza nemmeno incresparsi.
Come se la gravità si fosse invertita, un uomo fradicio sbuca dall’acqua di una fontana, al centro del parco di una villa circondata da una siepe di cipressi. Sta un attimo in equilibrio sull’orlo, poi scende dal bordo della fontana e si muove guardingo verso la rimessa degli autobus, ma in una entrata nascosta trova una scala che scende, scavata nella terra battuta.
Prende una torcia dalla parete e scende i gradini a due a due.
Si muove con agilità, ma per poco non inciampa negli ultimi gradini e deve fermarsi, terrorizzato all’idea di avere fatto rumore.
Il corridoio non è illuminato, ma alla fine si intravede una stanza. È lì che devono avere nascosto quello che sta cercando.
Procede a piccoli passi leggeri. Le pareti sono decorate con immagini di locuste intrecciate. Alla luce della torcia gli sciami di insetti friniscono e ondeggiano. Gli danno fastidio, ma procede fino alla libreria sotterranea. È una stanza vastissima. I candelabri agli angoli illuminano scaffali antichi, alti fino al soffitto, incastrati in un labirinto di sapere, libri rilegati in pelle e tomi polverosi.

Al centro della stanza un vecchio lo guarda con occhi cattivi. La sua pelle è rugosa e coperta di fitti tatuaggi rossi. Ha i capelli e la barba bianchi, radi e sporchi. Una grossa catena al collo lo trattiene al palo al centro della biblioteca. Annusa l’aria con la testa in alto, come un animale selvatico. Poi abbassa di colpa lo sguardo sull’uomo e sorride malvagio, i denti storti e aguzzi. Si passa una mano sulla faccia e dice: “Tu non sei di qui. Non troverai mai il mio portafortuna”, ma lo dice con altre parole, in una lingua sconosciuta. La sua voce è una litania rauca.
L’uomo lascia cadere la torcia e va verso una teca vicino ad uno dei candelabri. Dentro vi è conservata una pietra preziosa, ma non è quello che sta cercando. Il vecchio si avvicina, facendo tintinnare la catena, sempre più vicino. Allora l’uomo cambia corsia. È difficile muoversi e tutti gli scaffali sembrano uguali. Deve trovare il portafortuna, ma ha paura di cosa potrebbe fargli il vecchio.
Controlla un’altra bacheca, ma c’è solo una locusta. Continua a scappare dal vecchio implacabile. Un’altra teca con una busta chiusa da un sigillo di ceralacca rossa, un’altra con un guscio di noce, un’altra ancora con una vecchia gomma da masticare, ma non è il portafortuna che cerca.
Subito il clangore è troppo vicino, le dita adunche del vecchio sono sul punto di afferrare gli abiti che lo infagottano. Il vecchio continua a biascicargli minacce in una lingua sconosciuta, che solo lui capisce.
Per sfuggire il ladro rovescia i libri, le teche, i candelabri. Poi rovescia gli scaffali e gli specchi.
Il fuoco avvolge ogni cosa. Il vecchio lo raggiunge e lo afferra.
Cadono a terra carponi, in mezzo alle fiamme. Pur nel ruggito dell’incendio sente il fruscio di una risata, vicinissima al suo orecchio. Una mano adunca gli afferra i capelli e, tirandoli, gli alza la testa, muovendogliela come fosse quella di un animale selvatico. Lo costringe a fissare in uno specchio.

C’è il riflesso di un uomo assonnato, che si guarda in una pozzanghera illuminata dai lampioni della strada. Mi chiedo che cosa ci faccio qui e perché non me ne torno a letto. Sbadiglio rumorosamente.
Mi ci vuole uno sforzo di volontà per distogliere lo sguardo e incamminarmi verso casa. Da qualche parte un autobus mi sta cercando per accompagnarmi, ma io preferisco camminare.
Cammino e guardo un gatto che esce fradicio da una pozzanghera, dall’altro lato della strada. Lo conosco: è il gatto del vicino. È magro e ha tra i denti il mio portafortuna. Devo essermi confuso, perché pensavo di avere in mano il mio portafortuna, ma il mio portafortuna non è una locusta. È spinosa, e più forte di quanto pensassi, ma non la lascio volare via. Rincorro il gatto fino a perdere il fiato; bastardo figlio di puttana! Si è nascosto nella siepe di cipresso che circonda una villa. È troppo fitta per attraversarla, ma guardo all’interno, e vedo una donna, incorniciata nel riquadro di una finestra. Quando si accorge che sono rivolto nella sua direzione si scosta di scatto, come se non l’avessi vista. Come se avesse paura.
Una locusta vola rumorosamente verso la luce del lampione. Strano, non credevo fosse stagione di locuste, con tutta queste pioggia e tutte queste pozzanghere.
Mi stiracchio come farebbe un animale selvatico.
Per poco non inciampo e cado mentre salgo le rampe delle scale di casa a due gradini alla volta.
Torno a letto a tentoni, al buio.
Sotto le coperte scure è infagottata una piccola persona. La donna scopre la testa e si gira verso di me, visibilmente assonnata. Ha la voce impastata: “Hmm. Che ore sono? Perché non dormi?” mi chiede.
“Sono quasi le 3. Non lo so”. Ho sonno, e anche la mia voce suona impastata. Le parlo in una lingua sconosciuta, ma lei mi capisce comunque: “Ho sognato di inciampare. Ho letto che porta fortuna”

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