esercizio (rannicchiarsi tra le dita dei piedi dei giganti)

La ragazza, magra al punto da sembrare scheletrica, si contorse per infilarsi la felpa color vinaccia, stinta. Con un gesto anchilosato si premurò di abbassare il cappuccio e liberare i radi ciuffi di capelli stopposi. Il braccio scese lentamente, come di spontanea volontà, e concluse il percorso troppo presto. Stette immobile e disconnessa, con un braccio piegato e un po’ alzato, guardando fissa avanti. Il suo compagno si alzò in piedi goffamente, lasciando tra le radici degli alberi decine di bottiglie vuote. Gli occhi offuscati passavano sui dintorni senza davvero lasciarsi coinvolgere. La barba incolta quasi copriva i pezzi di metallo infilati qua e là nella carne della faccia. Si tirò su le brache corte che gli cadevano dal culo pesante e buttò avanti le gambe, una alla volta, producendosi in una camminata dinoccolata. Ginocchia all’indentro.

Davanti ai due, nel parco immerso nella penombra, una folla di corpi emaciati si stava radunando davanti al palco. Molti, la maggior parte, erano entrati uno o due giorni prima e avevano passato le notti e i giorni infrattati nei boschetti, al freddo e sotto le piogge estive. I cani che si ringhiavano reciprocamente erano la parte più vitale dell’assembramento, ma la maggior parte dei quadrupedi era rassegnata quanto i capibranco umani. Qua e là scoppiavano risate rauche e brevi, oppure grida soffocate, quando l’assembramento produceva disperata violenza.

Nelle prime file una donna cercava di arrampicarsi sul palco, e ci riuscì quando un paio di mani le vennero appoggiate sul culo e la spinsero. Rotolò ridendo a singhiozzo, senza allegria, poi riprese fiato e si alzo barcollando. Rasata a zero, aveva la pelle grigiastra. Difficile stabilire l’età. Tra i venti e i cinquantacinque. Una perversa asimmetria faceva capolino tra le labbra, dove un incisivo si era spezzato.

Urlò forte, e l’onda sonora gelò per un istante il pubblico. Rispose un grugnito corale di fastidio e allo stesso tempo di anticipazione, prima che scendesse di nuovo il silenzio.

“Volete più sesso?”. L’accenno caricaturale di sensualità lasciò comunque il pubblico impassibile. “O volete più potere?” Una smorfia per fingere autorità. Qualche risata fece capolino nella folla. “Volete la storia o il futuro? Forse vogliamo più intensità? Ideali importanti?”. Voce nasale, ma per il resto atona. L’oratrice si concesse una pausa molto lunga; troppo, ma nessuno parlò o si mosse, eccetto i cani e chi se li era portati dietro. “La rivoluzione? Droga per evadere? Uno scopo? Più vita?!” Lo urlò fino a che non le mancò il fiato. Continuò come se nulla fosse: “Quello che so io lo sapete anche voi, quindi non c’è una vera soluzione. Non c’è nient’altro da dire. Non ne possiamo più di sentirci parlare”. Con disgusto chiuse gli occhi. Quando li riaprì guardavano avanti: lei era presente eppure lontana, dove nessuno avrebbe potuto sperare di guadagnare la sua attenzione.

Verso le ultime file un uomo con pezzi di metallo che sporgevano dalla faccia, sotto alla barba incolta si chinò a fatica e strappò da terra un ciuffo d’erba, che poi si mise in bocca e masticò amaramente. Tutti sapevano già tutto, da prima, eppure era innegabile che qualcosa fosse successo: il ricordo antico di come certi simboli fossero segnati dal loro stesso significato. Lo stavano sentendo tutti, eppure semplicemente non aveva avuto mai più valore. La ragazza che stava al suo fianco prese il suo mucchio di pelle e ossa e se ne andò con passo macilento, senza dirgli nulla. Si sarebbero rivisti al fiume, o da qualche altra parte, che differenza faceva?

La ragazza si lasciò cadere seduta scomposta sulla riva del fiume, a guardare i mulinelli. L’acqua era lenta come sempre. Aspettò. Il suo uomo, che non era suo, che era lei, stava ora aspettando a sua volta che il loro cane, che non era loro, che era un pezzo di carne, tornasse da lui. Lei lo sapeva perché in un tempo abbastanza lungo ognuno diventava tutti gli altri. Ogni nome possibile veniva usato per qualunque cosa, in un tempo abbastanza lungo.

Le venne in mente il nome ‘Argo’, senza nessuna ragione, e senza nessuna ragione lasciò che venisse sostituito da tutti gli altri nomi nei suoi pensieri, e poi lasciò che il Lete si portasse via anche quelli.

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