Paura

Pesando le alternative credo dovrei parlare delle paure.
No, anzi, della paura, in generale.
Perché se lo merita, e perché è l’argomento che esaurirebbe il mio mondo.
Per questa ragione non so da dove cominciare; per quello che leggerete non so come procedere.
Non vorrei che mi sfuggisse qualche dettaglio. O un segreto.

Chi non ha mai perduto nulla non può sapere cos’è la paura.
Chi ha perso tutto è un incosciente, perché non si rende conto di cosa gli è rimasto.
La paura è solo per gli sfortunati che hanno perso abbastanza, ma hanno ancora così poco che non potrebbero sopportare di perderlo.

È loro la fame che potrebbe divorare il mondo senza saziarli, così invece conservano poche briciole come fossero reliquie.
Quel poco che hanno, sia vita o siano affetti, è come una candela flebile in una notte senza luna.

Si può diventare ciechi a furia di fissare la fiamma, si può urlare e urlare e ridere e sbavare contro la notte.
Urlare che non si ha paura.

Ma non si può mai, mai dimenticare che, presto o tardi, la luce dell’alba divorerà la candela.

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Labirinto

Il primo caso si manifestò in una bella mattina di estate, quando l’afa nel locale appiccicava le camicie alle schiene, toglieva il fiato.
Il proprietario se ne stava sulla soglia del retrobottega, con il grembiule sporco e la cicca a penzoloni tra le labbra, a guardare la clientela più malconcia del solito: invece dell’appassionato viavai serale, ai tavoli sedevano solo una manciata di vecchi rugosi.
Lo sbirro di quartiere, al banco, implorò la cameriera di servirgli una birra gelida, per rinfrescarsi prima di ricominciare la ronda.

Il signore distinto che entrò con passo sicuro rallentò fino a fermarsi in mezzo al locale, si scusò per aver sbagliato porta, e riprese l’uscio.
Rientrò prima che la condensa sul bicchiere di birra fosse evaporata, e questa volta se ne accorse solo quando la cameriera gli chiese che cosa volesse da bere.
Si guardò attorno scoraggiato e, pieno di vergogna, ammise che voleva solo andarsene a casa.
Si voltò e uscì. Rientrò dopo una decina di minuti.
Il poliziotto, finita ormai la birra, fece da bravo il suo mestiere, e si alzò per scortare l’onesto cittadino fino a casa.

Tornarono dopo venti minuti, spaesati come prima: avevano svoltato nelle direzioni giuste, avevano seguito le strade che conoscevano come le loro tasche, ma erano tornati lo stesso al Fiasco Bucato.
Il poliziotto non sapeva spiegarselo e blaterava di congiura, e si levava il cappello e si grattava la testa, e si riprometteva per il futuro solo acqua tonica.
Gli occhi nervosi del pover’uomo si erano fatti lucidi e la sua bocca si apriva e chiudeva senza un suono.

Al Fiasco Bucato questo siparietto divenne una barzelletta, ma nei giorni seguenti molti altri soffrirono lo stesso scherzo.
Chi entrava non poteva andarsene.
I ragazzini che entravano per una partita al calcetto facevano meglio a divertirsi, perché non avrebbero rivisto le madri prima di notte fonda; le donne che cercavano un bicchierino nascosto da sguardi indiscreti, gli uomini in cerca di donne o di svago.
Tutti tornavano, e tornavano, e poi rinunciavano ad andarsene per paura di tornare di nuovo.

Per il titolare e i dipendenti le risate si trasformarono presto in meraviglia, poi fu la volta del fastidio, e infine il terrore. Ogni cliente che tornava era il segno che la città si rivoltava contro se stessa come una creatura viva, che le vie cambiavano disposizione per torturare chi si perdeva. Oppure che le menti degli uomini non rispondevano più alle memorie e ai loro desideri, che era un pensiero anche peggiore.
Non era il Male a guidare i passi dei viandanti, e nemmeno una Intelligenza assoluta, ma sicuramente le loro piccole volontà non bastavano a tenerli lontani da lì.

All’ennesimo rientro di una giovane impiegata, che testardamente aveva cercato di andarsene altre sei volte e sei volte si era persa ed era rientrata dalla stessa porta, il barista sentenziò generosamente che la sua birra era la migliore della città e gliene offrì un’altra pinta.
Non era per il barista che la ragazza tornava.
Non era per la birra.

Meditazioni da Taglio

vi è mai capitato? provateci:
mettetevi nell’ordine di idee di non attirare troppo l’attenzione. proprio una giornata in cui la vostra attenzione non è concentrata su voi stessi (sguardo fisso avanti, presenza 10/10, per le ragazze ancheggio selvaggio tacco 12, per gli ometti camminata alla terminator) nè troppo sul mondo esterno (ma se si deve scegliere meglio questa seconda ipotesi)(spalla china e un po’ gobba, sguardo topesco e guizzante su ogni oggetto e persona che incrociate. mai rivolto avanti. piuttosto in basso). normale. se siete belli abbruttitevi. se siete particolarmente brutti non fateci caso. camminate piano, se incontrate qualcuno che conoscete guardatelo distrattamente e non attirate la sua attenzione. fatelo procedere come se non vi conoscesse. come se voi non esisteste. ci vuole molto allenamento e un po’ di fortuna. serve anche un conoscente, meglio se poco intimo. incontratene almeno 2 (meglio se 5 o 6) che tirino dritto.
indispensabile non fermarsi a parlare con nessuno. se proprio vi riconoscono devono avere altro da fare. un lieve cenno del capo deve bastare.
se avete svolto correttamente l’esercizio dovreste percepire distintamente una membrana tra voi ed il resto della società, come una barriera dimensionale gommosa.
oppure potreste essere presi dall'”estasi dell’uomo invisibile”. nessuno può vedervi, nè riconoscervi.
attenti! potreste avere dubbi sulla vostra stessa esistenza.
proseguite così, camminando, fino a casa vostra o fino all’esaurimento naturale dell’effetto.
come vi siete sentiti? che effetto vi ha fatto? avete provato disagio o tranquillità?
rifatelo se vi è piaciuto e la prossima volta cercate altri come voi.
magari ci incontriamo lì

oppure fate la meditazione dello specchio.
dai, provate a farlo anche voi.
non vi ci vuole tanto, basta uno specchio e 10 minuti della vostra vita. 10 minuti sono per sempre…
siete felici oggi? siete contenti?, soddisfatti? non importa.
mettetevi davanti allo specchio dopo esservi lavati la faccia e provate a sorridere. muovete i singoli muscoli della faccia, allargate e distendete le labbra. vi accorgerete che manca ancora qualcosa. gli occhi. devono ridere anche gli occhi. fissateli intensamente, e provate a sorridere anche con gli occhi, se ci riuscite. se non ci siete riusciti, va bene, andiamo avanti.
se ci siete riusciti, aspettate.
continuate a guardarli mentre sorridete.
piano piano, dopo un po’, il sorriso abbandonerà i vostri occhi, già mentre ricambiano il vostro sguardo; i muscoli della faccia tirano leggermente, come se fossero a disagio e non sapessero più qual’è il loro posto. poi il sorriso aperto su una bocca scintillante ritorna quello che è: un ringhio. un ghigno di denti snudati oscenamente. gli occhi perdono tutta la loro vita e restano vuoti.
vuoti.
è importante.
guardateli quegli occhi.
guardate quel volto in cui il sorriso si è sgretolato un pezzo per volta.
avete tutto il tempo del mondo per fissarlo. sentite l’effetto che vi fa vedere un volto che non sembra più capace di sorridere.
non distendete ancora le labbra. lo faranno da sole.
date attenzione alle sensazioni che vi fa provare il guardarlo ed ai pensieri (o all’assenza di pensieri) che emergono.
che effetto vi fa sapere che quel volto è il vostro?
adesso ormai ogni traccia di quell’aborto di sorriso dovrebbe essere svanito. riuscite a vederlo ancora?
pensate a cosa esprime quel volto serio che vedete nello specchio.
se lo fissate nel modo giusto vi sembrerà un’altra persona e al tempo stesso saprete che è il vostro.
sei ancora con me, ci sei? sei riuscito a resistere fin qui?
si?

allora benvenuto/a nella mia mattina

esercizio (rannicchiarsi tra le dita dei piedi dei giganti)

La ragazza, magra al punto da sembrare scheletrica, si contorse per infilarsi la felpa color vinaccia, stinta. Con un gesto anchilosato si premurò di abbassare il cappuccio e liberare i radi ciuffi di capelli stopposi. Il braccio scese lentamente, come di spontanea volontà, e concluse il percorso troppo presto. Stette immobile e disconnessa, con un braccio piegato e un po’ alzato, guardando fissa avanti. Il suo compagno si alzò in piedi goffamente, lasciando tra le radici degli alberi decine di bottiglie vuote. Gli occhi offuscati passavano sui dintorni senza davvero lasciarsi coinvolgere. La barba incolta quasi copriva i pezzi di metallo infilati qua e là nella carne della faccia. Si tirò su le brache corte che gli cadevano dal culo pesante e buttò avanti le gambe, una alla volta, producendosi in una camminata dinoccolata. Ginocchia all’indentro.

Davanti ai due, nel parco immerso nella penombra, una folla di corpi emaciati si stava radunando davanti al palco. Molti, la maggior parte, erano entrati uno o due giorni prima e avevano passato le notti e i giorni infrattati nei boschetti, al freddo e sotto le piogge estive. I cani che si ringhiavano reciprocamente erano la parte più vitale dell’assembramento, ma la maggior parte dei quadrupedi era rassegnata quanto i capibranco umani. Qua e là scoppiavano risate rauche e brevi, oppure grida soffocate, quando l’assembramento produceva disperata violenza.

Nelle prime file una donna cercava di arrampicarsi sul palco, e ci riuscì quando un paio di mani le vennero appoggiate sul culo e la spinsero. Rotolò ridendo a singhiozzo, senza allegria, poi riprese fiato e si alzo barcollando. Rasata a zero, aveva la pelle grigiastra. Difficile stabilire l’età. Tra i venti e i cinquantacinque. Una perversa asimmetria faceva capolino tra le labbra, dove un incisivo si era spezzato.

Urlò forte, e l’onda sonora gelò per un istante il pubblico. Rispose un grugnito corale di fastidio e allo stesso tempo di anticipazione, prima che scendesse di nuovo il silenzio.

“Volete più sesso?”. L’accenno caricaturale di sensualità lasciò comunque il pubblico impassibile. “O volete più potere?” Una smorfia per fingere autorità. Qualche risata fece capolino nella folla. “Volete la storia o il futuro? Forse vogliamo più intensità? Ideali importanti?”. Voce nasale, ma per il resto atona. L’oratrice si concesse una pausa molto lunga; troppo, ma nessuno parlò o si mosse, eccetto i cani e chi se li era portati dietro. “La rivoluzione? Droga per evadere? Uno scopo? Più vita?!” Lo urlò fino a che non le mancò il fiato. Continuò come se nulla fosse: “Quello che so io lo sapete anche voi, quindi non c’è una vera soluzione. Non c’è nient’altro da dire. Non ne possiamo più di sentirci parlare”. Con disgusto chiuse gli occhi. Quando li riaprì guardavano avanti: lei era presente eppure lontana, dove nessuno avrebbe potuto sperare di guadagnare la sua attenzione.

Verso le ultime file un uomo con pezzi di metallo che sporgevano dalla faccia, sotto alla barba incolta si chinò a fatica e strappò da terra un ciuffo d’erba, che poi si mise in bocca e masticò amaramente. Tutti sapevano già tutto, da prima, eppure era innegabile che qualcosa fosse successo: il ricordo antico di come certi simboli fossero segnati dal loro stesso significato. Lo stavano sentendo tutti, eppure semplicemente non aveva avuto mai più valore. La ragazza che stava al suo fianco prese il suo mucchio di pelle e ossa e se ne andò con passo macilento, senza dirgli nulla. Si sarebbero rivisti al fiume, o da qualche altra parte, che differenza faceva?

La ragazza si lasciò cadere seduta scomposta sulla riva del fiume, a guardare i mulinelli. L’acqua era lenta come sempre. Aspettò. Il suo uomo, che non era suo, che era lei, stava ora aspettando a sua volta che il loro cane, che non era loro, che era un pezzo di carne, tornasse da lui. Lei lo sapeva perché in un tempo abbastanza lungo ognuno diventava tutti gli altri. Ogni nome possibile veniva usato per qualunque cosa, in un tempo abbastanza lungo.

Le venne in mente il nome ‘Argo’, senza nessuna ragione, e senza nessuna ragione lasciò che venisse sostituito da tutti gli altri nomi nei suoi pensieri, e poi lasciò che il Lete si portasse via anche quelli.

Del serpente

Mi piace mentire.

Alcune menzogne nascono dalla paura. Altre sono indispensabili per mantenere un’immagine di sé che sia in linea con le aspettative della società.
Anche l’autostima se ne nutre. È più difficile vivere sapendo di essere delle persone mediocri – e non vedo grand’uomini sgobbare duro per pagarsi le bollette.
Quindi è meglio mentire, sviare le impressioni, così da sembrare migliori a se stessi e agli altri.

Tutti mentiamo. I poveri, di spirito e di conti in banca di più, per tirare avanti. I ricchi più gravemente, per giustificarsi delle loro colpe (e non si meriterebbero anche questo privilegio).

Ma diciamocelo chiaramente, io non sono mai stato particolarmente attento a queste stronzate. La mia autostima è bassissima! Praticamente striscio invece di camminare. Mi sono reso conto grazie a mille calci in faccia di non essere migliore di nessuno. Solo un essere umano, e le malvagità che non mi permetto sono davvero pochissime. Al massimo posso vantarmi di non aver mai negato i miei lati peggiori.
Anzi.
Sono invidioso, tanto per cominciare, e se non desidero sempre la disgrazia di chi è più fortunato pure non gli riconosco nessuna ragione per avere qualcosa che io non ho.
Sono cinico, e so che la morale è uno strumento utile solo a plasmare un’immagine sociale più funzionale.
Mi fottono la paranoia di essere scoperto e un fisico gracile, ma vi deruberei in un vicolo buio prima di accoltellarvi se mi procurasse qualche vantaggio. Vi investirei e scapperei se non avessi una targa riconoscibile.

Ma più di tutto mi da soddisfazione mentire agli amici.
State a sentire. Ieri sera mi sono mangiato una pizza con un vecchio amico. È un piacere avere a che fare con gente sveglia e intelligente, che la pensa come me al punto che posso finire le loro frasi. Non ci si nasconde dietro a un dito, così, quando ho dovuto raccontare perché ho intrapreso una certa iniziativa, ho mentito.
Non era proprio una menzogna, visto che avrei potuto crederci anche io.
Bastava pensare per una volta di essere una persona retta, onesta, luminosa, quindi gli ho dato una spiegazione perfettamente plausibile di come la mia iniziativa originasse da un problema reale e sentito.
Avrei potuto crederci anche io. Che bugiardo!

Ma non ho nemmeno finito di spararla che: “ma, scusa…” fa il mio amico contrariato.

Ditemi la verità: voi al posto mio non avreste mentito?
Dove le trovate soddisfazioni così nelle vostre vite oneste?

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